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Volantone “La scuola nella pandemia”

E’ TEMPO DI PAGELLE

È tempo di pagelle ed il primo quadrimestre per la scuola si è concluso in modo disastroso. Lo scorso settembre le scuole avevano riaperto senza tenere in alcuna considerazione ciò che da mesi veniva richiesto in modo martellante da sindacati di base, organizzazioni studentesche ed associazioni varie: una riduzione del numero di alunni per classe, con un aumento di organico docente e ATA; una immediata attivazione di interventi di edilizia; reperimento di ambienti sicuri e idonei per lo svolgimento delle attività didattiche. Richieste necessarie in qualunque momento, indispensabili in periodo di pandemia: insomma, scuole aperte in presenza e in sicurezza.

Invece le scuole a settembre hanno sì riaperto in presenza ma non certo in sicurezza. È bene che questo sia chiaro, a fronte della vulgata corrente che ci narra di scuole come luoghi sicuri, quando invece niente è stato fatto per renderle tali. In questi mesi abbiamo lavorato in spazi non idonei ed angusti, in cui per gli studenti era impossibile mantenere anche quell’unico patetico metro di distanza, misura di distanziamento più bassa in Europa, che spesso non era nemmeno garantito. Si è dovuto sopperire alla mancanza di distanziamento con l’uso costante della mascherina, anche per i bambini di 6 anni, tenuti a scuola imbavagliati per 8 ore con la mensa ridotta ad un cestino pranzo da consumare al banco, abbassando momentaneamente la mascherina. Ai lavoratori è stata negata dal ministero la mascherina più protettiva, la FFP2, diffusa nella maggior parte dei luoghi di lavoro ma non a scuola, dove viene fornita la chirurgica. Le procedure di sanificazione successive all’isolamento di ambienti in cui si registravano casi covid-positivi sono state imposte ai collaboratori scolastici anziché affidate a personale specializzato e sono state procedure molto sommarie, con dotazioni e protezioni inadeguate che non hanno tutelato i lavoratori come sarebbe stato necessario. Anche questo per disposizione centrale.

I DVR delle scuole, documenti di valutazione dei rischi, sono stati integrati con parti relative alla gestione della sicurezza covid, risultando essere spesso un assemblaggio irresponsabile di misure fittizie. In alcuni casi sono addirittura state previste igienizzazioni e sanificazioni di postazioni di lavoro (banchi, computer, postazioni laboratori, attrezzi palestra) a carico degli studenti stessi. In certe situazioni è stato possibile intervenire, aprendo vertenze, mobilitazioni e azioni di protesta; in altri le disposizioni di “insicurezza” erano rigidamente tutelate da direttive emanate da Ministero e Comitato Tecnico Scientifico, organo asservito alle logiche dell’oscuramento delle necessità sanitarie. Tutto questo per non cedere di un millimetro sull’aumento di spazi e personale.

Alle pressanti richieste (ricordiamo le manifestazioni della primavera e gli scioperi del sindacalismo di base di agosto e settembre), il Governo aveva risposto con un irrisorio aumento di organico, oltretutto discriminato rispetto al resto del personale, in quanto per l’organico Covid si prevedeva addirittura il licenziamento in tronco, senza giusta causa, qualora l’attività in presenza fosse stata sospesa. Gli scioperi dell’autunno e le mobilitazioni dei lavoratori, soprattutto precari, hanno fatto decadere questa clausola vessatoria assicurando un contratto di lavoro non revocabile fino alla fine dell’anno scolastico, c’è ancora però bisogno di un costante intervento sindacale per assicurare a questi lavoratori la retribuzione, che arriva con estremo ritardo (il mese di ottobre è stato retribuito a dicembre) proprio per l’anomalo inquadramento ricevuto, a dimostrazione che non c’è nessuna volontà di implementare la pianta organica ma, anzi, si distingue rigidamente il personale assunto provvisoriamente per esigenze straordinarie da quello ordinariamente necessario.

In questo caotico sistema di funzionamento delle scuole in presenza, la sicurezza non è dunque mai stata tutelata. Altro che aperti in presenza ed in sicurezza. Anche la presenza stessa è stata fin da subito zoppicante: il sistema di tracciamento dei casi positivi ha determinato infatti fin da subito, l’attivazione di una quantità di quarantene che di fatto spopolavano le scuole. Nessun altro ambiente prevede un contatto fisico così ravvicinato con permanenza nello stesso spazio per un tempo prolungato, né una moltiplicazione di contatti e clusters così elevata. A scuola si sta in 25/30 persone in una stanza che anche fuori pandemia ne dovrebbe contenere la metà; ci si sta per 5-6-8 ore (nel caso di primaria a tempo pieno). L’insegnante delle superiori ha più gruppi classe: in una stessa mattina un insegnante che abbia 5-6 ore può vedere fino a 170 studenti, di 5- 6 classi diverse, con cui permane in un ambiente non idoneo per almeno un’ora.

Il tracciamento messo in atto dalle ASL prevede di accertare, in caso di presenza in classe di caso positivo, se c’è stata permanenza nell’ambiente comune superiore a 15’, mantenimento costante della distanza di 2 metri dagli studenti, mantenimento costante di finestra e porta aperta, uso costante e corretto di mascherina (preferibilmente FFP2, quella che non ci danno perché più costosa). In difetto di uno di questi requisiti il contatto con il positivo è ritenuto contatto stretto e viene disposta la quarantena anche per gli insegnanti, mentre quella per la classe viene disposta in automatico. […]

La quarantena, secondo disposizioni INPS, è assimilata dal punto di vista previdenziale a malattia, anzi, a degenza ospedaliera ed è evidente che quando si è malati non si lavora. Perché mai però buttare via quella meravigliosa invenzione che è la Didattica a Distanza e non far lavorare da casa chi è sì in malattia ma, in realtà, secondo le “autorità” è solo in quarantena e se ne sta in panciolle? Sono quindi arrivate circolari ministeriali che davano indicazione di attivare la DAD da casa. Siccome poi non sono mancate da parte degli insegnanti le opposizioni, le resistenze, le impugnative, le diffide che richiamavano le disposizioni INPS, allora i sindacati confederali sono scesi in campo ed hanno avviato la contrattualizzazione della Didattica a Distanza, o, per dirla come è stata non casualmente ridefinita, della DDI, Didattica Digitale Integrata.

Quella DaD che abbiamo sempre rifiutato perché divisiva, escludente, inefficace e comunque legata all’emergenza sanitaria è così diventata un elemento stabile, portato a sistema, blindata all’interno di una contratto firmato nella prima metà di novembre da CGIL CISL ed Anief. Oltre ad equiparare la DaD/DDI alla didattica in presenza per orario di lavoro, registrazione delle assenze dei ragazzi (in barba al digital divide che esclude 1/3 degli studenti dalle lezioni) ed altri aspetti, il testo contrattuale prevede che il docente in quarantena fiduciaria debba effettuare comunque didattica a distanza con la classe posta in quarantena od anche con altri classi in presenza a scuola. In pratica, pur rimanendo ancora in piedi la nota INPS, si supera per contratto separato la nozione di quarantena equiparata a malattia e si ordina di lavorare da casa a chi non ha sintomi certificati di malattia vera e propria. Non ci sarà da stupirsi troppo se prossimamente si chiederà di lavorare da casa a chi ha una gamba ingessata o qualche accidente che comunque non impedisce di stare davanti a un computer. Computer che nessuno ti fornirà, fra l’altro, perché sempre il medesimo contratto non prevede nessun impegno del datore di lavoro nel fornire strumentazione indispensabile, favorendo completamente l’amministrazione: un contratto tutto dalla parte del datore di lavoro, senza alcuna tutela per i lavoratori.

Lo smartworking, già praticato da tempo in molti settori lavorativi, prevede che al lavoratore sia fornita la strumentazione necessaria e che ci sia un accertamento sulla idoneità dell’ambiente di lavoro domestico, anche ai fini della copertura assicurativa ed antinfortunistica. Nella scuola non è successo niente del genere: device, spese di connessione e di utenze tutte a carico del lavoratore. È così che si è lavorato da novembre in poi, è così che si lavora tuttora.

L’Italia è stata suddivisa in zone che secondo i colori prevedevano nelle scuole superiori didattica a distanza generalizzata od in percentuale consentendo, con la percentualizzazione, di attuare la DDI, le forme “blended” e flessibili della didattica a distanza tanto care a Confindustria: frequenza a gruppi alterni, oppure classi divise, metà a scuola e metà a casa, collegate in videolezione sincrona, il che significa violazione del divieto di videosorveglianza previsto dallo Statuto dei Lavoratori. La scuola primaria e media, invece, in questi mesi è stata trattata come una fabbrica, mantenendo la presenza al 100% tranne che nelle zone rosse, in omaggio alla nozione di scuola come servizio che sempre di più si è affermata in questi mesi. Se il paese non deve fermarsi la scuola serve perché è il parcheggio dei più piccoli.

Certo che la DAD è distruttiva, che esclude, che separa, che toglie autonomia di esperienza, che rende ancora più gerarchico il sistema scolastico; certo che è meglio stare a scuola (anche se la scuola è quello che è) piuttosto che stare a casa, però è veramente insopportabile sentire i proclami diffusi di chi dice che la scuola deve stare aperta alla pari di tutti gli altri settori produttivi. Che le scuole sono perfettamente sicure, basta arrivarci con autobus non troppo pieni perché l’unico problema sono i trasporti. Che se non bastano gli spazi le lezioni si possono fare anche all’aperto perché il gelo di gennaio è tonificante. Che il personale che chiede misure di sicurezza più efficaci toglie ai bambini la gioia della socialità e comunica cupezza. Non se ne può più di sociologi e pedagogisti che sono megafono di Confindustria, non se ne può più della Azzolina che dopo avere imposto la DaD ora impone la presenza a tutti i costi (tranne i costi di personale, edilizia e sicurezza) diventando l’eroina di qualche settore sedicente antiDaD.

Che non se ne può più se ne sono accorti. Si sono accorti che, nonostante la disgregazione dovuta al periodo, alla presenza episodica sul posto di lavoro, allo stress di lavorare in condizioni di disagio, non sono tuttavia mancate assemblee sindacali, presidi, scioperi, proteste, saldature tra lavoratori, studenti, cittadini. Nelle piazze, nonostante i divieti, sono stati portati contenuti anche significativi, rivendicazioni indispensabili come la riduzione del numero di alunni per classe, condivisa perché funzionale alla didattica, alla sicurezza, all’occupazione.[…]

Ancora una volta la scuola mostra di essere un settore strategico, in cui si consumano ristrutturazioni di portata generale, ma in cui sono anche attive forme di forte consapevolezza e iniziative di lotta assai importanti, cui va assicurata solidarietà, sostegno e con le quali occorre mantenere una saldatura significativa.

Patrizia Nesti da Umanità Nova n.3 del 31/01/21

 

QUEL CHE RESTA DEL DIRITTO DI SCIOPERO NELLA SCUOLA

Nel torpido clima sociale favorito dalla situazione sanitaria l’apparato statale ed i sindacati altrettanto statalizzati non sono, purtroppo, in letargo. Da oggi infatti, grazie a un accordo fra governo e sindacati istituzionali firmato il 2 dicembre, scioperare nel mondo della scuola, dell’università e della ricerca sarà ancora più difficile di quanto fosse già da anni grazie:

1. alla situazione normativa determinata dalla legge 146/90, una vera e propria legge antisciopero per quel che riguarda i servizi pubblici individuati come “essenziali”, che fu promulgata non a caso dopo il ciclo di lotte della scuola, della sanità e dei trasporti degli anni ’80;

2. agli accordi sull’applicazione della legge 146/90 fra governo e sindacati istituzionali che sono stati firmati nel corso degli anni nei diversi comparti coinvolti ed ai numerosi interventi della Commissione di Garanzia per (in realtà contro) l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali.

Proprio la differente situazione fra il 1990 ed il 2020 rende opportuno domandarsi perché, in un contesto di scarsa conflittualità, si sia sentita la necessità di un’ulteriore stretta e perché tutti i sindacati istituzionali della scuola – ANIEF, CGIL, CISL, GILDA, SNALS e UIL – abbiano condiviso quest’accordo.

Senza escludere l’incidenza di un automatismo burocratico che ha portato l’ARAN ed i sindacati istituzionali a “fare i compiti” con lo zelo che caratterizza, appunto, le burocrazie, vale a mio avviso la pena di porre l’attenzione su quali sono le questioni che un irrigidimento della normativa antisciopero permetterà, almeno nelle loro speranze, di affrontare in maniera ordinata e concertata.

[…] È comunque evidente che fra le cause di quanto è avvenuto possiamo annoverare i vincoli legali alla mobilitazione sindacale e l’acquiescenza alle politiche governative dei sindacati “rappresentativi”. Un’acquiescenza che si spiega, fra l’altro, con i robusti finanziamenti che il governo garantisce loro, sotto forma di permessi e distacchi, e non solo, con l’ottenimento del monopolio della rappresentanza sindacale, in pratica, del diritto di indire assemblee, di contrattazione ecc. a tutti i livelli, da quello nazionale a quello di singolo istituto. In estrema sintesi, uno scambio fra diritti e interessi delle lavoratrici e dei lavoratori e diritti e interessi dei sindacati.

Tornando all’oggi, è evidente, come si è premesso, che si tratta per il governo di sterilizzare il conflitto sindacale e, per i sindacati rappresentativi, di rafforzare il loro controllo sulla categoria impedendo l’azione dei sindacati di base e, a mio avviso, soprattutto, eventuali movimenti dal basso che, in questa situazione, rischiano di svilupparsi rompendo l’attuale stagnazione del conflitto.

D’altro canto il fatto che l’accordo sia stato sottoscritto da TUTTI e sei i sindacati “rappresentativi” compreso l’ANIEF, ultimo arrivato a questo titolo e solito presentarsi come il “giovane sindacato” dice qualcosa sul fatto che, al di là delle polemiche di bottega, questi signori hanno perfettamente chiaro quali interessi li uniscano. Veniamo allora all’accordo: in sintesi alle molte limitazioni già esistenti si aggiunge che:

1. Non sarà possibile scioperare i primi cinque giorni di settembre ed i primi tre giorni dopo le pause natalizia e pasquale. È un modo per ridurre la possibilità effettiva di scioperare utilizzando, contro le lavoratrici ed i lavoratori, un argomento di tipo moralista anche se, ovviamente, di un moralismo untuoso. Lo sciopero non deve comportare alcun “vantaggio” indiretto allo scioperante quale potrebbe essere il prolungamento delle ferie. È il tipico argomento utilizzato dai crumiri moralisti, non di rado ottimisti e di sinistra, contro lo sciopero il venerdì. Inoltre

1. gli scioperi non possono superare nel corso di ciascun anno scolastico il limite di: 40 ore individuali (equivalenti a 8 giorni per anno scolastico) nelle scuole materne e primarie e 60 ore annue individuali (equivalenti a 12 giorni per anno scolastico) nelle scuole secondarie I e II grado.

2. sale da 7 a 12 giorni lavorativi l’intervallo minimo tra due azioni di sciopero indetti sia della stessa che da altre organizzazioni sindacali. L’effetto sarà l’accrescimento degli ostacoli burocratici all’indizione degli scioperi;

3. le diverse azioni di sciopero dovranno essere contenute in modo da assicurare comunque l’erogazione, nell’anno scolastico, di un monte ore non inferiore al 90% dell’orario complessivo di ciascuna classe;

4. presso ogni istituzione scolastica e educativa, il dirigente scolastico e le organizzazioni sindacali rappresentative – i soliti sei – stipulano un apposito protocollo di intesa sui contingenti minimi di lavoratori e lavoratrici che non possono scioperare. Nei fatti l’apparato sindacale esautora i delegati RSU di istituto, che peraltro non sono di regola belve del sindacalismo rivoluzionario, da un potere di contrattazione per avocarselo. Insomma non si fida neppure di delegati che, in grandissima parte, aderiscono ai sindacati istituzionali;

5. Veniamo a una “novità” se possibile, più rilevante. La comunicazione sullo sciopero inviata alle famiglie dovrà indicare i dati sulla rappresentatività nazionale delle organizzazioni che indicono lo sciopero, le percentuali di adesione agli scioperi già indetti dalle stesse ed i voti ottenuti alle ultime elezioni RSU. Apparentemente un’operazione volta alla “trasparenza”, in realtà un sovrapporre strumentalmente due grandezze che hanno poche relazioni fra di loro visto che la gran parte degli iscritti ai sindacati, oprattutto a quelli di stato, si iscrivono per ragioni affatto diverse dall’adesione alla sua piattaforma ed dalla disponibilità a mobilitarsi. Quanto sia vera questa considerazione è dimostrato dallo sciopero indetto da cgil-cisl- GILDA-SNALS-uil l’8 giugno scorso cui aderì lo 0,47% dei lavoratori in servizio. In realtà, per ANIEF-CGIL-CISL-GILDA-SNALS-UIL, le lavoratrici e i lavoratori sono individui atomizzati che si rivolgono a un sindacato solo, o principalmente, per il disbrigo di pratiche e non soggetti capaci di operare collettivamente e la loro “volontà”, dal loro punto di vista, è certificata da una delega in bianco al sindacato di appartenenza e non dal loro pensiero e dalla loro azione e soprattutto dall’azione conflittuale e collettiva;

6. Infine, per non farsi mancare nulla, si rimanda al prossimo contratto di categoria l’impegno a definire altre forme di astensione collettiva, quali lo sciopero “virtuale”. Ancora una volta i fautori della scuola azienda ricorrono, quando pare loro opportuno, alla più frusta retorica sul lavoratore della scuola come missionario disposto a perdere la retribuzione pur lavorando per dimostrare la sua serietà: io direi, mi si perdoni il termine, la sua scimunitaggine.

Per concludere questo nostro discorso, a fronte di questo accordo capestro si tratta:

1. di organizzare raccogliendo tutte le forze disponibili una campagna di informazione, di denuncia e di pressione verso tutti i lavoratori e lavoratrici e senza trascurare qualche contraddizione che potrebbe aprirsi fra i militanti onesti dei sindacati pronta firma;

2. di ragionare sulle forme di lotta diverse dallo sciopero, anche se parlare di forme di lotta alternative allo sciopero è, sindacalmente parlando, un’idiozia. È infatti sin troppo vero che spesso le si è invocate come argomenti per sottrarsi alla lotta ma ciò, a maggior ragione nella situazione che si prospetta, non ci esime da una riflessione e da una sperimentazione nel merito;

3. di porsi nella prospettiva di forzare la stessa normativa antisciopero a livello categoriale e generale con scioperi necessariamente illegali, cosa non facile ma non impossibile se vi è la necessaria determinazione.

Cosimo Scarinzi da Umanità Nova n.38 del 13/12/20

 

SULLA DIDATTICA A DISTANZA

Dall’inizio di marzo la scuola italiana ha cambiato volto. Un intero comparto – che coinvolge tutta la popolazione dai 3 ai 19 anni più una notevole quantità di insegnanti, personale amministrativo – tecnico ed ausiliario si è trovato coinvolto in una massiccia operazione di ristrutturazione. L’emergenza Covid ha determinato, insieme al blocco delle lezioni, la revisione totale delle forme di lavoro: si è infatti attivata una fase di lavoro agile del tutto inedita, priva di qualsiasi forma di protezione contrattuale e/o infortunistica, scaricando tutti i costi concreti dell’operazione su lavoratrici e lavoratori.

È in questo contesto che è partita la Didattica a distanza. Fino dai primi giorni, quando per decreto le lezioni sembrava che dovessero riprendere il 16 marzo e nessun obbligo veniva imposto ai docenti, è iniziato il bombardamento delle piattaforme private che in modo martellante ed invasivo proponevano modalità di gestione della DAD. Il Ministero ha attivato convenzioni con Tim (WeSchool), Microsoft (Office 365 Education A1) e Google (Google Suite for education) esternalizzando di fatto la didattica con un’operazione estensiva anche se non nuova.

[…] È stata però ghiotta anche l’opportunità per la Pubblica amministrazione, di cui il Ministero dell’Istruzione fa parte e per il Governo, che ha infatti investito una prima tranche di 85 milioni di euro tutti sull’informatica, cui è seguito l’impegno per una seconda tranche sempre assai consistente. La DAD infatti, nata in emergenza, può avere applicazioni utili “in tempo di pace”, consentendo forme nuove di razionalizzazione, preziose per chi è sempre alla ricerca di tagli su un settore come quello scolastico.

La didattica a distanza, con la smaterializzazione fisica della lezione e del gruppo classe, consentirebbe infatti vari scenari, dai più realistici ai più fantasiosi (ma nemmeno poi tanto): un massiccio taglio di posti di lavoro, strutture scolastiche e spese di funzionamento oltre che dei cosiddetti rami secchi, come scuole di comuni montani o zone periferiche; potrebbe essere utilizzata per corsi di recupero, supporto a studenti nei periodi estivi, nelle vacanze natalizie o pasquali, in tutti quegli spazi in cui i docenti non sono legalmente in ferie, intervenendo sull’orario di lavoro, portando a rivedere le retribuzioni eccedenti di tutte quelle prestazioni in presenza che attualmente sono retribuite, ecc. Soprattutto però potrebbe consentire lo sforamento ad libitum del numero massimo di alunni per classe. Insomma, uno scenario dell’orrore per chi lavora nella scuola ma anche per studenti e famiglie.[…]

La diffusione delle modalità di gestione informatica ha impresso una accelerazione potente a tutto quanto, proponendo in modo virtuale il modello di quella lezione che era invece sospesa per decreto. Lo strumento della videolezione si è rivelato a questo proposito particolarmente insidioso. Trattandosi di una modalità “sincrona”, per evitare sovrapposizioni ha prodotto la definizione di un orario delle lezioni virtuali, l’accertamento delle presenze degli studenti, la modalità di verifica sotto telecamera, ecc. Le direttive ministeriali, non certo per buon cuore ma per consapevolezza dei paletti contrattuali, facevano riferimento a lezioni sospese, a diritto allo studio, a valutazione formativa, a sensibilità deontologica nello scegliere le forme più adeguate, ecc; le piattaforme invece definivano tecnicamente modalità rigide di riproduzione delle lezioni sospese; i Dirigenti scolastici imponevano comportamenti rigidi più coerenti con il funzionamento delle piattaforme che con le indicazioni ministeriali; le disposizioni ministeriali approfittavano del contesto imponendo progressivamente comportamenti più definiti all’interno di questa modalità e derogando in continuazione dall’ambito contrattuale e pattizio, man mano che la decretazione d’urgenza diventava, in tutto il paese, la prassi.

Un contesto caotico in cui, oltre a tutto il resto, emergeva anche con chiarezza il ruolo della tecnologia nella ridefinizione del lavoro in senso ancora più gerarchico. È stato necessario un grande lavoro sindacale per contrastare queste manovre, per bloccare Dirigenti che chiedevano di svolgere un orario, di accertare la presenza degli studenti, di chiedere conto delle assenze, di fare compiti ed interrogazioni come se niente fosse, di mettere voti, di violare la privacy di studenti e famiglie pretendendo telecamere accese. È stato un lavoro duro, che ha utilizzato i canali della comunicazione e della propaganda per mantenere l’attenzione sveglia sui processi autoritari, che ha agito con impugnative e diffide ai Dirigenti e ai loro solerti staff; un lavoro duro fatto scuola per scuola, non certo ai tavoli centrali a cui i sindacati non concertativi non partecipano, in una situazione di confronto a distanza, priva di interazioni fisiche, di incontri collegiali reali, di assemblee sindacali, di discussioni sul luogo di lavoro, di praticabilità di azioni concrete di protesta all’esterno.

Eppure si è fatto e sulla DAD e tutto ciò che la accompagna c’è stata un’operazione puntuale di controinformazione e di contrasto: anche perché nel frattempo la DAD ha mostrato tutta la sua inadeguatezza, e non solo dal punto di vista sindacale. Indicata come la strada per garantire il diritto allo studio, la didattica a distanza ha dimostrato di non garantire proprio nulla, tanto meno il diritto allo studio.

Prima di tutto il digital divide: è emerso fin da subito che il 33% delle famiglie italiane con figli in età scolare non possiede un device adeguato per lo svolgimento della DAD; in pratica uno studente su 3 è escluso. Si è cercato di compensare con la fornitura in comodato gratuito di alcuni portatili ma il numero delle disponibilità era comunque inferiore alle necessità e, in ogni caso, la procedura per la richiesta andava fatta… on line. Comunque questo non è certo stato l’unico problema. Il contesto domestico presenta non solo situazioni estremamente diversificate per il possesso dei mezzi tecnologici ma anche per disponibilità di spazi, interazioni familiari, competenze digitali individuali o familiari. Perché se quello dei ragazzi tutti nativi digitali si è rivelata una narrazione con poco fondamento, per i più piccoli c’è stata comunque necessità della mediazione dell’adulto, quando c’era, quando lo sapeva fare, quando ne aveva tempo e voglia. Quindi la DAD si è rivelata discriminatoria o, meglio, ha potenziato la caratteristica discriminatoria che già c’è nella scuola reale. Quindi diritto allo studio un bel niente. Sono considerazioni ormai acquisite, perché i limiti della DAD sono stati rilevati ormai su larga scala ed è finita la fase dell’esaltazione de “la scuola non si ferma”.

Il fronte delle critiche alla DAD è attualmente così ampio che merita qualche considerazione. Ovviamente è assai positivo che questa modalità didattica sia contestata in modo così diffuso. Qualche riflessione deve però essere fatta su tutta la variegata opposizione nata soprattutto da parte di associazioni di famiglie, recentemente costituitesi in comitati che invocano a gran voce la ripresa delle lezioni in presenza. Il panorama è variegato e mette in evidenza, assieme ad alcune posizioni più che condivisibili, anche tendenze che fanno riflettere. Innanzitutto il fastidioso rilancio di un familismo diffuso, che imperversa e che ambisce a proporre “le famiglie” come soggetto politico nella gestione della questione scuola.

Inoltre, è impossibile non considerare che questa insofferenza familiare alla DAD si è manifestata in modo già organizzato alla vigilia della fase 2, quando da parte di Confindustria e di molti settori politici ci sono state pressioni forti per la ripresa del lavoro. Gli stessi documenti prodotti dai comitati di famiglie più strutturati fanno riferimento, senza mezzi termini, alla necessità che la scuola sia a servizio dell’economia e della ripresa delle attività economiche; resta sullo sfondo la questione della sicurezza con cui la riapertura delle scuole dovrebbe essere garantita, su cui le opinioni sono molto vaghe.

Altrettanto colpevolmente vago è anche il Governo, che ha emesso recentemente le prime disposizioni per la riapertura delle scuole in totale incoscienza. Il primo banco di prova per la riapertura in sicurezza delle scuole è l’esame di stato. Il protocollo di sicurezza è stato stilato in convenzione con Protezione Civile e Croce Rossa ma sono curiosamente assenti INAIL e Ministero della Sanità. La sanificazione degli ambienti da parte di ditte specializzate nella fase di riapertura è un optional, concesso laddove le pressioni sindacali si fanno sentire; i dispositivi di protezione sono assicurati solo parzialmente.[…]

Patrizia Nesti da Umanità Nova n. 20 del 07/06/20

 

Supplemento al n.4/2021 di Umanità Nova a cura

della Commissione di Corrispondenza della FAI e della

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