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Cosa ci riserva il futures

Il prossimo 7 dicembre verrà quotato il primo futures sull’acqua al Chicago Mercantile Exchange (CME Group), il più grosso mercato mondiale per questo genere di titoli. La notizia non ha avuto l’eco che avrebbe meritato, nonostante ci riguardi tutt* e sia estremamente preoccupante. Cerchiamo di capire perché. I futures sono contratti sul prezzo futuro di un bene. Proviamo a spiegarlo meglio. Io posso comprare un futures sul prezzo del petrolio a 50 dollari al barile tra un anno. Se tra un anno il petrolio costerà di più ci avrò guadagnato, se costerà di meno ci avrò perso. Erano nati nell’ottocento per garantire il profitto alle grosse compagnie.

Per una compagnia di navigazione una parte importante del profitto dipende dal prezzo del carburante. Scommettendo sul rialzo del prezzo del petrolio attraverso l’acquisto di futures, la compagnia si assicura una fonte parallela di guadagno nel caso in cui il prezzo del petrolio dovesse effettivamente salire, generando una perdita per l’aumentato costo del carburante per la compagnia. Viceversa se il prezzo dovesse scendere: quello che perdo sui futures lo guadagno con la navigazione. Per un capitalista è meglio sapere che guadagnerà, con questo sistema, tra il 20% e il 50% piuttosto che avere l’incertezza tra una perdita del -10% e un guadagno dell’80%.

I futures hanno un’importante caratteristica che ne ha determinato il successo speculativo: per comprare il futures a 50 dollari al barile tra un anno io non devo tirare fuori 50 dollari adesso né devo prendere in consegna un barile di petrolio tra un anno (per quanto su ogni contratto futures sulle merci sia previsto il punto di consegna). Devo garantire che, tra un anno, sarò in grado di pagare la differenza tra il prezzo effettivo del barile in quel momento e quello indicato nel futures che ho comprato. Questa caratteristica ha determinato quello che si chiama “effetto leva”: con una quantità relativamente piccola di soldi, è possibile trattare futures per un valore decine di volte superiore.

Per questo motivo sono diventati uno degli strumenti finanziari più utilizzati dagli speculatori, indipendentemente dalla merce trattata (che si chiama “sottostante”): oggi chi compra i futures non è interessato ad avere il prodotto, ma a guadagnarci sopra. I principali attori del mercato sono perciò le grandi Merchant Bank ed i fondi speculativi. Tanto per dare un ordine di grandezza: la stima di tutto il petrolio “Brent” presente nei giacimenti inglesi del Mare del Nord (quello ancora da estrarre) è di 2 miliardi di barili. I futures sul Brent dello scorso anno hanno movimentato 372 miliardi di barili. I futures non ci sono solo sulle merci.

Si fanno sugli indici finanziari, sulle valute, sui tassi di interesse, sul possibile default degli Stati. Sono contratti standardizzati, tutti uguali tra loro e sono trattati su mercati regolamentati. Ci sono anche altri contratti dello stesso tipo, che si chiamano “forward”, e sono trattati direttamente tra due controparti private su mercati non regolamentati.

Il mercato annuale di tutti i derivati (futures + forward) vale 11 volte il PIL mondiale.

Data la sproporzione delle forze in campo è chiaro che, salvo casi molto particolari, il prezzo di un bene lo fanno i mercati finanziari: se una compagnia, alla scadenza del futures, corre il rischio di rimetterci perché il prezzo è più alto o più basso del previsto, speculerà comprando o vendendo quel bene per far allineare il prezzo a quello a cui ha comprato il futures. Siccome il valore totale dei futures su un bene è centinaia di volte superiore alla domanda e all’offerta reale su quel bene, è il futures che determina il prezzo. Tra i mercati organizzati che trattano i futures il più importante è il CME, nato dall’unione tra le borse merci di Chicago (che era la più importante degli USA per le merci), New York e Kansas.

Rappresentativo del funzionamento di questo mercato e di quello che potrebbe succedere con l’acqua è quanto successo a aprile scorso con il petrolio. Ad inizio marzo il prezzo del petrolio era sceso a 20 dollari al barile. Era in corso una guerra commerciale tra Russia ed Arabia Saudita per produrne il più possibile proprio mentre la pandemia aveva fatto crollare i consumi cinesi ed europei. Gli USA sono ridiventati di recente un paese produttore di petrolio sfruttando una nuova tecnica di estrazione (il fracking) per ottenere petrolio da giacimenti considerati esauriti con le tradizionali tecniche di estrazione. Il problema è che il fracking comporta costi di estrazione intorno ai 50 dollari al barile, se chi lo produce lo vendesse al di sotto di quella cifra, fallirebbe velocemente.

Il fracking ha anche un altro problema: non puoi interrompere l’estrazione da un giorno all’altro, ma devi comunque estrarlo per parecchio tempo dopo che hai deciso di sospendere la produzione. Questo ha comportato che le compagnie petrolifere statunitensi dovessero accumulare scorte di petrolio in attesa di un rialzo delle quotazioni per poterlo vendere. Hanno riempito prima i serbatoi, poi le petroliere, poi treni e navi cisterna utilizzati per il trasporto di altri liquidi. Sono arrivati persino a comprare delle miniere abbandonate per conservare il petrolio lì dentro. Intorno alla metà di aprile non sapevano più come stoccarlo. Il 21 aprile sarebbe arrivato alla scadenza un grosso futures proprio sul petrolio USA e, visto che mancava il posto dove mettere il petrolio, hanno pensato di consegnarlo ai possessori di quel futures.

Chi aveva comprato il futures per speculare sul petrolio in realtà non voleva il petrolio ed ha cercato di disfarsi del contratto, anche pagando per cederlo a qualcun altro. Siccome sono i futures che fanno il prezzo della merce, il risultato è stato che il 20 aprile 2020 a Wall Street il prezzo del petrolio WTI (quello USA) è andato sottozero a -37 dollari al barile: se prendevi un barile di petrolio ti davano anche 37 dollari! Questo episodio fa capire quanto la speculazione finanziaria sia assolutamente distante dalla realtà. Ed in questo tipo di situazione adesso vorrebbero far finire anche l’acqua. Finora l’acqua era rimasta fuori dal mercato perché ha una caratteristica particolare: il costo di trasporto è maggiore del costo della merce. E’ completamente diverso avere un metro cubo di acqua vicino alla sorgente di un fiume o averlo in un deserto.

C’è, nel mondo, una sola situazione in cui l’acqua viene commercializzata con quotazioni borsistiche: la California.

Il nord della California è ricco d’acqua, il sud ha un clima arido. Negli ultimi due secoli, per favorire le holding che avevano comprato terreni a bassissimo prezzo nel sud del Paese, il governo californiano ha costruito più di 1.400 dighe e migliaia di chilometri acquedotti che portano l’acqua in tutto lo stato. Questa struttura consuma, da sola, il 5% dell’energia elettrica di tutta la California. Con la privatizzazione dei cinque bacini idrici, chiunque può comprare l’acqua dai rispettivi proprietari per poi trasportarla attraverso l’estesa rete di acquedotti. Per armonizzare i prezzi di vendita è stato creato il Nasdaq Veles California Water Index. Si tratta di un indice borsistico, quotato al Nasdaq (la borsa telematica statunitense), dove i distretti e le grosse compagnie comprano l’acqua venduta dai proprietari dei bacini della California. Il prezzo si dovrebbe formare in conseguenza della domanda e dell’offerta.

Capiamoci, non è che uno va lì e gli dice “quanto costa un litro d’acqua?”. L’unità di misura utilizzata si chiama “acre foot” e corrisponde all’acqua necessaria a sommergere un acro (4.000 mq) di terra con un piede (30 cm) d’acqua. Tradotto in italiano sono 1.233,48 metri cubi di acqua. Il valore è espresso in dollari. In questi giorni quota 482 dollari. Sarebbero 39 centesimi al metro cubo. Sembra quasi non costare nulla rispetto alla bolletta dell’acqua della propria casa. In realtà più dell’80% degli 1,1 miliardi di dollari di acqua comprati al Nasdaq lo scorso anno sono finiti in agricoltura e nell’allevamento, che hanno un consumo molto maggiore dei privati. Per produrre una tonnellata di grano sono necessari circa 1.300 metri cubi di acqua mentre ne occorrono 16.000 metri cubi per produrre una tonnellata di carne di manzo.

La sola coltivazione delle mandorle (la California produce l’80% di quelle consumate nel mondo) necessita di più acqua rispetto a quella utilizzata dai 40 milioni di abitanti dello Stato. L’agroindustria californiana non è fatta da piccoli produttori ma da grosse multinazionali, altamente tecnologizzate e con un’attitudine a trattare i propri lavoratori – perlopiù latinos – al pari di schiavi. Questo ha comportato uno sfruttamento selvaggio dei terreni. La scelta di coltivare in maniera intensiva nel sud dello stato, semidesertico e con aree dove si registrano meno precipitazioni che nel Sahel, gli ha consentito di sfruttare l’irraggiamento solare. Tuttavia li ha costretti a una sempre maggiore captazione delle acque sotterranee, a scavare pozzi sempre più profondi, con il risultato che la falda acquifera si è abbassata sotto i 90 metri rendendo impossibile l’uso dei pozzi e rendendo l’industria agroalimentare completamente dipendente dall’acquisto dell’acqua.

Oltretutto su questi terreni vengono praticate esclusivamente culture irrigue, come il mais, e non quelle non irrigue, come il sorgo, l’allevamento è industriale e non a pascolo (che consuma meno acqua). Insomma sono attività a grande voracità d’acqua. Il fatto di considerare l’acqua una materia prima come le altre ha favorito, ovviamente, le speculazioni. Ha destato molte polemiche il fatto che il prezzo sia più che triplicato (da 200 a 700 dollari) durante la siccità della scorsa estate. Le industrie agricole hanno ridotto il consumo dell’acqua al minimo indispensabile e questo ha aggravato la siccità causando la devastante serie di incendi che hanno flagellato la California.

L’acqua è una risorsa rinnovabile ma, a causa dell’inquinamento causato dai processi industriali di utilizzo, molta diviene inservibile a meno di costosi processi di depurazione e desalinizzazione. E’ così diventato un bene scarso. Ma è anche indispensabile alla vita. Già oggi nel mondo 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e 2,5 miliardi di persone non dispongono di acqua a sufficienza per le comuni necessità igieniche ed alimentari. Si stima che ogni giorno muoiano 25.000 persone per malattie collegate alla mancanza di acqua. La scarsità di acqua è destinata ad aumentare, soprattutto in specifiche aree del pianeta, perché l’incremento demografico ne aumenta la richiesta ed il riscaldamento globale determina una sempre maggiore scarsità di acqua, causando guerre per il controllo di fiumi e sorgenti e la fuga di milioni di persone.

Nelle intenzioni di chi ha proposto il futures sull’acqua, questo dovrebbe diventare il valore di riferimento di un bene sempre più scarso il cui valore è destinato a salire. Ed abbiamo visto come siano i futures a fare il prezzo di un bene, prescindendo dalla sua reale disponibilità e dalla necessità di chi lo utilizza. C’è la palese intenzione di speculare, guadagnando su un bene di cui non si può fare a meno. Da qui a qualche anno si potranno guadagnare miliardi decidendo quante persone far morire di sete in un determinato giorno. Date le conseguenze di una scelta del genere, la domanda da farsi tra qualche anno non sarà perché é stata chiamato Terra un pianeta composto per il 70% di acqua, ma perché sia stata chiamata “sapiens” una specie tanto idiota.

Fricche e Sara