Trump e il movimento MAGA sono l’espressione del fallimento del modello americano di fine millennio, ovvero la convinzione che gli U.S.A., dopo la vittoria nella Guerra Fredda, sarebbero rimasti la sola potenza ad esprimere il pensiero unico, nonché vincente, sul palcoscenico internazionale, a seguito dell’implosione del modello burocratico statale sovietico e dell’ideologia che lo aveva rappresentato. Pochi anni dopo, però, iniziò la crisi dell’egemonia americana, innescata dal tracollo militare in Iraq ed in Afganistan e dall’ascesa della Cina.
Lo sgretolamento dell’impero sovietico, e con esso del sistema geopolitico “bipolare”, hanno fatto emergere due fattori distinti: la difficoltà di un controllo globale americano sotto il profilo strategico militare e l’emergere di un mondo sempre più parcellizzato, non sempre facilmente gestibile, spesso conflittuale. Nel contempo si è generato un significativo cambiamento sotto il profilo ideologico. Il crollo della patria del socialismo di stato ha relegato nella soffitta della storia anche quell’anticomunismo che aveva contribuito ad aggregare la società americana per oltre un cinquantennio. Il nuovo mondo globale, “plurale”, oltre che essere più complicato da interpretare da un punto di vista geopolitico e strategico, ha profondamente cambiato i paradigmi del pensiero, facendo emergere tendenze che sembravano accantonate. Lo straordinario progresso tecnologico e scientifico del XX secolo sembrava aver marchiato la nuova era, e quella futura, come esclusivamente “materialista”, relegando in secondo piano, soprattutto nel mondo che “conta”, ovvero l’Occidente, espressioni storiche culturali che parevano appartenere al passato, come la religione, quanto meno la sua capacità di influenzare nel complesso i comportamenti sociali. Si aveva l’impressione che nella parte del “mondo evoluto”, la religione fosse un retaggio del passato e potesse rappresentare solo i costumi ed il pensiero di società “ancora in corso di progresso”, mentre l’Occidente pareva aver fatto un percorso che aveva ormai lasciato alle spalle tutto ciò che non era razionale. Contrariamente a quanto la logica suggeriva, invece, e proprio nella società americana, la culla della tecnocrazia, vi è stata una radicale sostituzione dei valori. Nella patria del liberismo, troviamo una delle immagini più iconiche dell’identità nazionale americana, la statua della libertà con sua fiaccola”, situata all’imbocco del porto di New York: simbolicamente dava il “benvenuto” ai migranti europei promettendo loro piena libertà d’espressione e d’azione. In realtà quella che rappresentava la “terra promessa” per milioni di disperati nascondeva un’amara verità: quelle navi trasportavano il mezzo di produzione più decisivo per il successo del capitalismo americano, le braccia dei proletari. Quell’immagine retorica della “libertà”, con quel immaginario orizzonte di emancipazione, di improbabile benessere per tutti, ha rappresentato per molti anni l’identità nazionale statunitense. La fama di “più grande democrazia del mondo” ha dato legittimità, agli occhi di una buona parte dell’opinione pubblica americana ed occidentale, a tutti gli interventi militari e politici internazionali, palesi ed occulti che fossero, che si sono susseguiti nei decenni a “difesa della libertà”. La stessa retorica che giustificò nel dopoguerra le imprese imperialiste, dalla Corea al Vietnam, agli interventi in Sud America e nel Medioriente, i colpi di stato, gli assassini politici. Il tempo ha però progressivamente mutato il quadro: da un quindicennio si assiste ad un cambio radicale, ad una sostituzione di quei “valori nazionali”, processo che si è evidenziato in tutto i suoi aspetti ideologici e politici con l’attuale amministrazione. L’America, autonominatasi “patria della libertà”, si è sempre raccontata per quanto stabilito nel primo emendamento, l’architrave di tutto l’impianto costituzionale statunitense: “garantisce le libertà fondamentali di culto, parola, stampa, riunione pacifica e petizione al governo. Proibisce al Congresso di istituire una religione di Stato o limitare il libero culto, proteggendo i cittadini da ingerenze governative”.
Tale criterio è ora, nei fatti, sostituito da un concetto nazionale e religioso. Gli autori di questo nuovo corso non sono da rintracciarsi nell’immobiliarista Trump, ma in una consistente schiera di esponenti Maga, che sono rappresentanti nel contempo delle chiese cristiane. È un errore pensare che l’universo evangelico sia l’esclusivo monopolizzatore delle posizioni della destra radicale. Anche una parte significativa dei cattolici è convinta sostenitrice del movimento Maga, come dimostrato dal consistente appoggio elettorale cattolico nei confronti di Trump e dal non indifferente fenomeno delle conversioni alla Chiesa cattolica da parte del mondo protestante evangelico: Vance ne è un esempio.
Il ministro della guerra Pete Hegseth, appartenente alla Comunione delle Chiese Evangeliche Riformate (CREC), ha ben sintetizzato il concetto di fondo che indirizza il nuovo corso. Il ministro è convinto assertore e impegnato divulgatore della linea di pensiero che ad una prima lettura paradossalmente può sembrare simile alla tradizione nazional cattolica franchista; ovvero che “all’America spetta di diritto il primato mondiale in quanto è benedetta da Dio, quindi obbedisce ad un precetto d’ordine superiore”.
Nel panorama delle chiese che sostengono Trump vi sono anche i Sionisti cristiani (presenti in quel cerchio magico che attorniava Trump nello studio ovale della Casa Bianca durante la preghiera/ benedizione), eredi dei padri pellegrini che approdarono nel nord America. Esprimono compiutamente il nuovo corso nazional cristiano affermando che gli Stati Uniti rappresentano tutta la storia biblica.
Il linguaggio odierno del fondamentalismo è profondamente mutato e differente dal fondamentalismo tradizionale di fine Ottocento. A quel tempo, specie nel mondo anglosassone, in particolare negli Stati Uniti, il linguaggio si distingueva per la sua polemica violenta contro il darwinismo e la cultura scientifica. Ora la religione promuove la polarizzazione tra fede e nazione e poiché la religione vive e si alimenta attraverso la fede dei fedeli, subentra inevitabilmente il concetto di identità, che genera la separazione, la contrapposizione dagli altri credenti concepiti come diversi, antagonisti e miscredenti e quindi nemici, spesso acuita dalle differenze etniche: cristiani contro musulmani, buddisti, induisti. Ma in questo processo negli ultimi decenni ha preso contemporaneamente corpo negli Stati Uniti un altro fenomeno, che sembrava ormai tipico solo di alcune aree mediorientali più tradizionaliste: l’identificazione tra Stato e religione. Questo processo ha ripreso forza anche altre aree nazionali culturali che avevano nei decenni precedenti sperimentato percorsi di separazioni tra Stato e chiese locali e dove il laicismo si era quanto meno affiancato alle espressioni più conservatrici e religiose tradizionali. Tra i più eclatanti, ne sono un esempio Polonia, Russia, Serbia, Croazia, Turchia, India (dopo l’Indipendenza e la fine del tentativo, di fatto fallito, di creare uno stato laico). Se la fede coincide con la nazione, la sua “valenza globale” non corrisponde più solo ai traguardi economici e strategici conseguiti, ma ha un valore superiore: quello di essere il testimone dei valori di una “civiltà”, intesa come la subordinazione della cultura alla religione. Qui sta la profonda differenza tra l’immagine imperiale americana dei decenni precedenti e quella attuale. Negli anni del dopoguerra l’influenza politica americana corrispondeva anche ad una “colonizzazione culturale”, all’affermazione del cosiddetto “stile di vita americano”. Non necessitavano gli intellettuali per spiegarlo, bastava l’immaginario collettivo. Le immagini cinematografiche, televisive, la straordinaria forza economica, l’invasione dei prodotti americani e le opportunità economiche che gli U.S.A. da sempre avevano offerto e continuavano a garantire, parlavano da sé. La supremazia di un modello politico passava innanzitutto da una proposta di uno “stile di vita” che coniugava benessere, disponibilità di beni, libertà di espressione, elementi che risultavano nettamente vincenti rispetto a quanto offriva il concorrenziale modello del capitalismo di stato. Ora la svolta è radicale: non si parla più di difesa del benessere o della libertà come “valore in sé”.
Il bombardamento delle strutture petrolifere nigeriane del dicembre scorso è stato propagandato dall’amministrazioni U.S.A. come intervento difensivo a favore dei cristiani nigeriani. Al di là delle non dichiarate e reali ragioni di fondo (che corrispondono a precise esigenze geopolitiche) è chiaro l’intento mediatico di Trump, dove afferma che “dovunque sarà necessario, ci saranno interventi a difesa dei cristiani”.
Talvolta i messaggi vanno letti nell’ambito di una più generale strategia comunicativa indirizzata all’ “universo cristiano” che affianca l’elettorato Maga. Ormai l’orizzonte che propone l’America è quello che la “vecchia Europa” aveva già proposto tra il XIX e i primi decenni del XX secolo, legittimando e coniugando, attraverso i vari movimenti nazionalisti e d’estrema destra, nazione e fede, politica e sacro, mitizzando e sacralizzando la nazione e politicizzando il sacro. È l’ennesima dimostrazione che il capitalismo non ha una propria ideologia, tutto è possibile e lecito, compreso il suo contrario, purché si salvaguardi il profitto e lo sfruttamento.
Daniele Ratti