8 Marzo: piazze di lotta e solidarietà

Cosa potremmo dire di nuovo in questo Lotto marzo?
L’urgenza del momento in Italia per quanto riguarda le “questioni di genere” (come se queste potessero essere separate dal resto…) sembra essere rappresentata dall’emendamento Bongiorno al Disegno di legge sulla violenza sessuale.
L’emendamento che capovolge il concetto base del nuovo Ddl dal consenso al dissenso, svelando la matrice patriarcale del ragionamento, illumina la questione della violenza sessuale attraverso la sola luce della comunicazione tra pari, quando si sa che “la violenza è esercizio di potere, una forma di oppressione e controllo, un modo per silenziare le donne” come scrive Di.Re e, aggiungo, in generale le soggettività marginalizzate, razzializzate, ricattabili.
Il timore è che ci possano essere fior fior di denunce per ripicca, false accuse a danno di molti malcapitati, colpevoli di non aver chiesto o capito che stavano facendo sesso con una persona che non lo voleva.

Introducendo il concetto di dissenso, chi ha subito una violenza sessuale, se denuncia e non riesce a dimostrare di essersi opposta abbastanza efficacemente, in un modo cioè non fraintendibile, può essere a sua volta passibile di denuncia. Come a dire per esempio: “Signora mia, lui è suo marito, se lei era in freezing [fenomeno di immobilizzazione come risposta a una situazione di pericolo n.d.a.], se lui le ha detto che è un suo dovere coniugale e lei non è riuscita a sottrarsi, se di là c’erano le bambine e pur di non spaventarle lei ha morso quel cuscino e ha lasciato fare…ci dispiace ma non si può procedere. Venga con qualche referto del pronto soccorso. Allora sì che andremo avanti”.
Gli esempi potrebbero essere molti. Si è scritto da più parti che questo emendamento stravolge il “regalo” che Meloni e Schlein avevano fatto alle “donne” in Italia il 25 novembre dello scorso anno, quando avevano votato congiuntamente alla camera un DdL che modificava l’articolo 609 del Codice di procedura penale. Si riteneva che fosse ormai giunto il momento di adeguare il C.p.p. alla convenzione di Istanbul, che l’Italia sottoscrisse 13 anni fa, introducendo, appunto, il concetto del consenso e definendolo “libero e attuale” per non lasciare adito a dubbi, nel caso ce ne fosse bisogno. Ed evidentemente bisogno ce n’era.

Contro questa nuova versione della Bongiorno approvata in Commissione Giustizia del Senato ci sono state manifestazioni, presidi, e altre ce ne saranno nel tentativo di condizionare il voto del Senato che il governo ha abilmente rimandato a dopo il referendum “sulla giustizia”.
Ora, è ovvio che quando un paese affida al potere giudiziario la sua parte “progressista” ha un problema – a mio avviso molto serio – di lettura della direzione generale.
La magistratura esegue le leggi interpretando, e l’interpretazione è sempre condizionata dalla cultura politica e sociale del momento. Le leggi sono esse stesse prodotti dei rapporti di forza, ne esprimono la sistematizzazione. I codici della giustizia sono frutto di stratificazioni e modifiche continue.

Le leggi fissano dei paletti, creano un disegno dentro cui poter agire, ed è anche per questa ragione che i movimenti dovrebbero fare molta attenzione a quello che chiedono, perché potrebbero veder esaudire i loro desideri. Mi viene in mente a tal proposito la Legge 194, che non a caso si chiama: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Una legge che ha di fatto istituito una pratica medica condizionandola, e che viene ora applicata in tutta la sua potenza retrograda attraverso l’obiezione di coscienza e la presenza delle associazioni “no scelta” negli ospedali, potenziate con finanziamenti ad hoc voluti dal governo Meloni.
Nonostante ciò, sarà importante che l’emendamento Bongiorno non passi. Nei fatti le recenti sentenze tenevano già conto del consenso in materia di violenza sessuale; la realtà sembra quasi dimostrare che sia meglio che nulla cambi della 609.

Che fine ha fatto il “regalo elargito alle donne”? Quella che sembrava una concessione, raggiunta con un accordo bipartisan, diventa ora un’arma del patriarcato.
Il punto però è che non sono per nulla sorpresa da questo voltafaccia.
L’affermazione infatti, che ho letto da più parti, secondo la quale con il DdL Bongiorno la destra ha “tradito le donne”, è a mio avviso totalmente priva di fondamento. Questo è un governo di destra, un governo fascista, che non fa altro che affermare la propria linea politica: decreti legge sulla sicurezza che colpiscono migranti e solidali; leggi che acuiscono le pene per semplici atti di resistenza passiva; promozione di campagne di sgomberi chirurgicamente pensati per colpire l’area antagonista; linee guida sulla scuola in cui si celebra l’occidente greco-romano e cristiano come culla della cultura. E, insieme a tutto ciò, tagli alla sanità pubblica, soprattutto quella che dovrebbe garantire l’indipendenza nelle scelte sul proprio corpo, e quella generale di base; il tutto a favore del comparto privato, che viene assorbito attraverso le “convenzioni” o comunque facilitato grazie all’assenza o forte carenza delle prestazioni del pubblico. Così per esempio i consultori scompaiono anziché raddoppiare, vengono sistematicamente svuotati della loro funzione originaria, e con loro scompare il supporto ai percorsi di conoscenza e di cura del proprio apparato sessuale, ma anche il supporto ai nuovi genitori.

Dalla scuola, alla sanità, alla legislazione penale, il modello riscontrabile è sempre lo stesso: quello della tradizione che si basa sulla famiglia, sulla patria e sulla religione cristiana e cattolica.
E come sempre, nella storia dell’umanità, nei periodi di crisi economica le soluzioni dei governi – si potrebbe dire dei governanti in generale – propongono la solita ricetta amara: irrigidimento, ritorno alle tradizioni (si stava meglio quando si stava peggio), guerra interna o esterna o entrambe, per tenere sotto controllo il malcontento e la miseria.
Le crisi economiche del sistema capitalista sono in parte una necessità e in parte un accidente, ma quello che fanno è sempre consolidare le strutture di potere, le istituzioni che ne garantiscono la sopravvivenza. Questo vale anche per il così detto capitalismo di stato di certi paesi dell’area ex-sovietica.
In queste situazioni, alle varie latitudini un elemento rimane centrale: il controllo dei corpi e in particolare dei corpi riproducenti, che per di più, per questa loro “natura”, vengono riconosciuti come corpi accudenti, i corpi della cura.
E lo dice molto bene Federici in “Calibano e la strega”: un elemento fondamentale del capitalismo, dell’accumulazione capitalista e del meccanismo del profitto che ne è elemento costitutivo e conseguente, è il mancato riconoscimento del lavoro di cura, del servizio, del lavoro femminilizzato, compiuto gratuitamente dalle donne.

Per queste molte ragioni nazionali e internazionali, non mi stupiscono le mosse del governo del presidente Meloni, che d’altronde ci tiene a non rappresentare nelle istituzioni il genere che le è stato assegnato alla nascita, dato che ha scelto per il suo ruolo il pronome maschile: che ironia, date le battaglie contro gli alias scolastici che il suo Ministro dell’educazione e del merito porta avanti nella scuola!
Chi mi stupisce invece sono i movimenti che si oppongono a questa legislatura e che sembrano sempre essere lontanissimi dal mondo reale, occupandosi poco di costruire legami solidali con chi lavora e subisce le continue angherie e ricatti del mondo del mercato del lavoro.
Il capitalismo del XXI secolo si nutre di chi lavora h24, di chi lavora a ciclo continuo, dei servizi sociali delle grandi cooperative o agenzie che gestiscono ad esempio case di riposo, RSA, case famiglia, badanti, colf ecc e che vincono al ribasso gli appalti fornendo proprio quei servizi alla persona che per la maggior parte impiegano donne; il capitalismo attuale si nutre dell’apertura continuativa dei centri commerciali, della ristorazione no-stop, dei servizi di call center. Tutti impieghi funzionanti domenica 8 marzo.

E allora, se penso all’otto marzo penso alla potenza della denuncia che si è sviluppata a partire dal 2017 con il primo sciopero voluto dal movimento transfemminista e intersezionale NonUnaDiMeno e realizzato grazie al sostegno dei sindacati di base.
Penso alla potenza di quelle parole di lotta che svelavano e svelano, senza sconti, la struttura violenta e patriarcale del “migliore dei mondi possibili”, con la denuncia del lavoro femminilizzato, sottopagato e sfruttato e costantemente sottoposto a ricatto, con la denuncia del gender gap ma anche del privilegio di chi si può permettere di fare altro perché c’è chi pulisce, cura, accudisce. Se penso a tutto ciò, allora Lotto Marzo continua ad avere un senso forte, una giornata in cui esprimere la mia lotta e la mia solidarietà.

Argenide

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