Un tributo commemorativo a Vsevolod Eichenbaum Volin

Le biografie di Mollie Steimer (1897-1980) e di Volin (1882-1945) si incrociarono più volte: anarchici espulsi dalla Russia bolscevica, i due si ritrovarono prima a Berlino e quindi a Parigi dove animarono le iniziative solidali nei confronti degli anarchici perseguitati in Russia, Italia, Spagna, Portogallo e Bulgaria. A differenza di Volin, che durante la Seconda guerra mondiale scelse di rimanere in Europa, Mollie Steimer si trasferì in Messico insieme al suo compagno Senya Fleshin, che nei lunghi anni dell’esilio aveva rivelato un notevole talento per la fotografia. Lì apprese la notizia della morte di Volin, avvenuta il 18 settembre 1945 a Parigi. Per ricordare Volin scrisse l’emozionante testo che qui di seguito viene presentato per la prima volta tradotto in lingua italiana. Di Volin, la casa editrice Zero in Condotta ha recentemente pubblicato una nuova traduzione italiana de La rivoluzione sconosciuta che, secondo Steimer, è un’opera fondamentale per (ri)scoprire il ruolo degli anarchici nella Rivoluzione russa.

C’è una qualità commovente e pura nelle vite delle grandi figure rivoluzionarie russe, come Kropotkin, Perovskaya [Sofja L’vovna Perovskaja, giustiziata nel 1881 per aver preso parte all’attentato che costò la vita allo zar Alessandro II, NdT] e altri, che ispira amore e rispetto. Il fatto stesso di rinunciare volontariamente a una vita facile, comoda e piacevole, per affrontarne una rischiosa e difficile è già una prova di alta qualità morale. Lasciare una tale vita agiata per una di dura e incessante lotta e sacrificio in difesa di una concezione più alta di giustizia è il segno di una vera personalità, di un essere umano superiore. Vsevolod Ėjchenbaum (Volin) era una persona così.

Se un simile atteggiamento non è solo apparenza o falsa rappresentazione, ma esprime sentimenti profondi; se si affrontano le prove più terribili per la liberazione della classe più oppressa; se si subiscono deportazioni, tormenti e sventure senza perdere minimamente la determinazione; se, nelle situazioni più difficili e pericolose, l’individuo mantiene le sue convinzioni e il desiderio di continuare la lotta; se l’oscura morsa della miseria avvolge la sua casa, i suoi sei figli e la sua compagna che andò incontro a una triste morte, ed egli non vacilla nella difesa dei suoi ideali, restando sempre in prima linea, senza mai abbandonare la lotta fino a quando la morte ha fermato il suo cuore e chiuso i suoi occhi, si può dire che questa è il sublime nel senso più puro della parola. Questa fu la vita di Volin.

Come nascono questi individui rari? Difficile da dire. Non si possono comprendere studiando l’essere umano comune. Vivono vite separate, eccezionali, per le quali le passioni e i desideri della maggioranza, i loro obiettivi, interessi e preoccupazioni sono indifferenti. Per comprendere una persona del genere è necessario considerarla da due punti di vista: quello intimo, ossia il punto di vista interno, e quello esterno. Il primo ci parla della sua psicologia, della sua sensibilità, delle sue passioni e dei suoi sentimenti; il secondo mostra la sua risposta al mondo che lo circonda, alla scena sociale, alla sofferenza umana, all’ingiustizia universale, alla continua sventura della classe lavoratrice. Entrambi gli aspetti si fondono nell’individuo, creando la personalità del combattente, del rivoluzionario. Nel caso di Volin, c’era uno spirito indomabile, un grande impulso emotivo, un amore profondo per l’umanità, un forte desiderio di andare oltre, un’inesauribile prontezza a combattere. Tutto questo al servizio dell’eterna causa simboleggiata da Prometeo nella sua lotta contro titani e dèi in difesa della libertà dell’umanità. Questo fu il percorso scelto volontariamente da Volin. La sua vita feconda è paragonabile a quella dei combattenti più devoti, più puri del movimento rivoluzionario internazionale di tutte le epoche e di tutti i Paesi.

Il background di Volin

Vsevolod Ėjchenbaum Volin nacque a Voronež, Russia, nell’agosto 1882. I genitori erano medici che conducevano una vita confortevole. Il celebre matematico e poeta Ėjchenbaum era suo nonno, e Boris Ėjchenbaum, il grande critico letterario russo, suo unico fratello. Vsevolod si diplomò nel liceo di Voronež e si iscrisse all’Università di San Pietroburgo. Ebbe ottimi risultati negli studi, ma con il tempo perse interesse per la professione scelta perché non poteva aiutare il popolo russo che soffriva. Abbandonò gli studi quando era quasi alla fine del corso per diventare avvocato. I genitori tentarono disperatamente di fargli cambiare idea, ma la sua decisione era irrevocabile: si separò da loro e si unì al Partito Socialista Rivoluzionario.

Il suo più grande desiderio era quello di elevare il popolo a un livello di vita e culturale più alto. Organizzò circoli di operai e contadini, dedicando loro tutto il suo tempo e le sue energie. Creò biblioteche, organizzò scuole e istituì un programma speciale di educazione per adulti per raggiungere questo obiettivo. Una delle sue attività più significative era la propaganda diretta e personale. Tenne centinaia di conferenze, curò periodici, pubblicò centinaia di volantini. Quando gli veniva detto che avrebbe dovuto scrivere qualcosa di importante come un libro, rispondeva che prima veniva la lotta quotidiana e che solo una volta passati i 70 anni si sarebbe dedicato a scrivere qualcosa di serio.

Non volle mai accettare soldi dai genitori, preferendo guadagnarsi da vivere dando lezioni private. Il suo atteggiamento al riguardo si chiarì definitivamente quando rifiutò l’eredità di una grossa somma lasciatagli dai genitori alla loro morte. Volin donò l’intera somma al movimento affinché fosse utilizzata per la lotta rivoluzionaria. Lunghe discussioni con alcuni dei suoi compagni non gli fecero cambiare idea. La sua risposta era sempre la stessa: «Non è mia. Non mi appartiene». Tuttavia, qualcuno che conosceva la difficile situazione in cui viveva la famiglia di Volin riuscì a dare 7mila rubli a sua moglie, che furono accolti nella loro casa spoglia come acqua in un periodo di siccità.

La sua militanza nel movimento

Volin fu un militante impegnato nel movimento rivoluzionario per molti lunghi anni. La sua attività e il suo dinamismo non conoscevano tregua. Si dimenticava di prendersi cura dei suoi bisogni più elementari nella frenesia delle lotte. Non riusciva mai a dire di no alle richieste del movimento. Amici, famiglia e lavoro, tutto veniva messo da parte per portare a termine il compito che gli era stato assegnato.
Partecipò attivamente al movimento rivoluzionario del 1905. Fu uno degli organizzatori e membro del Soviet dei lavoratori e dei contadini. Nello stesso anno, mentre prendeva parte alla rivolta di Kronštadt, fu arrestato e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo. Grazie all’influenza e agli sforzi della sua famiglia, la pena detentiva fu commutata e fu mandato in esilio nelle lontane e inospitali regioni della Siberia. Dopo una serie di incidenti, riuscì a fuggire in Francia. Indubbiamente grazie alle sue varie esperienze, durante il suo periodo in Francia giunse alla conclusione che lo Stato non avrebbe mai potuto garantire libertà e benessere al popolo. Si dichiarò anarchico. Da quel momento in poi dedicò tutto il suo entusiasmo e le sue conoscenze a questo movimento che amava e per il quale lavorò per il resto della sua vita.

Questa evoluzione è comprensibile alla luce del suo temperamento e della sua sensibilità. Detestava le convenzioni sociali e lottava contro di esse; non tollerava la minima ingiustizia; quando Volin parlava del popolo non si limitava a slogan artificiosi e privi di sentimento: amava il popolo, amava le masse sofferenti che si guadagnavano il pane con il sudore della fronte. Come Puškin, Nekrasov, Tolstoj, Dostoevskij, ecc., amava intensamente il popolo russo e lottava per la sua liberazione. Il popolo era al primo posto tra i suoi affetti, le sue preoccupazioni, le sue speranze. Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, si schierò contro di essa e fu espulso dalla Francia. Riuscì a raggiungere con grande difficoltà gli Stati Uniti, dove militò con gli anarcosindacalisti russi, aiutandoli con i loro giornali, tenendo conferenze e organizzando incontri. Ma non rimase lì a lungo. Non appena scoppiò la Rivoluzione russa nel 1917, fu tra i primi a tornare nel suo paese. Insieme ad altri compagni non perse tempo e organizzò l’Unione di Propaganda Anarcosindacalista. In questo periodo sviluppò un’attività straordinaria. Curò la redazione del giornale “Golos Truda” [La Voce del Lavoro, NdT], condusse un’intensa campagna di propaganda, partecipò attivamente alle attività rivoluzionarie. In una parola, visse la Rivoluzione d’Ottobre.

Volin si oppose con veemenza al trattato di Brest-Litovsk [3 marzo 1918, NdT] e combatté contro la posizione bolscevica. Il movimento anarchico protestò contro questo trattato e invitò il popolo a combattere contro l’invasione austro-tedesca dell’Ucraina e della Russia Bianca [a differenza di Lenin, disponibile a concludere velocemente una durissima pace con la Germania con il proposito di consolidare il potere da poco ottenuto dai bolscevichi nel Paese, nel febbraio/marzo 1918 Volin e il resto del movimento anarchico russo auspicavano la trasformazione della guerra contro gli Imperi centrali in guerriglia per contaminare il fronte avverso e allargare ulteriormente il processo rivoluzionario, NdT]. Quando Volin finì di redigere questo manifesto, si dimise dalla carica di direttore del giornale, dichiarando: «Quando invito le masse a combattere, devo marciare con loro». E andò al fronte.

Volin e la Machnovščyna 

Diversi mesi dopo la sua partenza, i compagni gli chiesero di tornare per organizzare la Confederazione ucraina del Nabat. Questo movimento si proponeva di riunire le diverse tendenze esistenti tra gli anarchici per dare vita a un’organizzazione combattiva e creativa. Volin tornò senza indugio e si mise in prima linea del Nabat, dedicandosi ancora una volta molto attivamente alla propaganda. In questo periodo la controrivoluzione acquisì grande forza in Ucraina e l’esercito contadino guidato da Machno combatteva disperatamente contro la reazione. In quel frangente si tenne a Elisavetgrad [oggi Kropyvnyc’kyj, NdT] un congresso della Confederazione al quale Volin partecipò. Quando lui e un gruppo di compagni stavano tornando dalla riunione, furono catturati da una banda controrivoluzionaria. Erano sul punto di essere giustiziati quando arrivò l’esercito di Machno e li salvò. Benché conosciuto, questa era la prima volta che Volin stabiliva un contatto con i combattenti, con l’esercito contadino.

Egli riconobbe immediatamente il coraggio e l’idealismo del movimento di Machno. Si unì a loro e fece tutto il possibile per educarli e renderli all’altezza dell’ideale che rappresentavano e dei loro compagni impegnati nella lotta. Fu un combattente attivo contro le bande di Denikin. Non appena le forze controrivoluzionarie furono sterminate, i bolscevichi arrestarono le figure più attive nel movimento di Machno, tra cui Volin, che fu condannato a morte. Tuttavia, grazie all’intervento di alcuni vecchi immigrati che facevano parte del governo russo, Lenin ordinò che non fosse giustiziato.

Volin fu portato in prigione a Mosca, dove rimase fino a quando Nestor Machno non raggiunse un accordo con i bolscevichi per una lotta congiunta contro le armate bianche di Wrangel, a condizione che Volin e i suoi compagni venissero rilasciati dalla prigione e ottenessero il permesso di svolgere un congresso degli anarchici russi a Kharkiv. Volin fu rilasciato dopo che i termini e le condizioni furono accettate e firmate da entrambe le parti. Egli organizzò il congresso insieme ad altri compagni. Il congresso ebbe inizio. Tuttavia, il secondo tradimento bolscevico si verificò immediatamente. Il permesso di tenere il Congresso non era altro che una grossolana menzogna. Non appena il movimento controrivoluzionario venne schiacciato, tutti coloro che avevano partecipato al congresso anarchico, incluso Volin, furono arrestati. Volin fu nuovamente portato in una prigione di Mosca, dove dichiarò uno sciopero della fame insieme ad altri compagni.

Poco dopo, si tenne a Mosca un congresso internazionale della Profintern (l’Internazionale sindacale comunista). Alcuni delegati stranieri, in particolare gli anarcosindacalisti, protestarono contro la persecuzione di rivoluzionari indiscussi come Volin e altri compagni incarcerati. Grazie al loro intervento, questi ultimi furono rilasciati dal carcere ed espulsi dalla Russia, il loro Paese.

Il ritorno di Volin in Francia

Dopo la sua espulsione, Volin si stabilì a Berlino. Lì continuò il lavoro di una vita. Curò l’“Anarchičeskij Vestnik” [Il Messaggero anarchico, NdT] e pubblicò un gran numero di articoli sulla stampa libertaria. Tuttavia, la sua situazione economica era precaria. Alcuni compagni ritenevano che avrebbe avuto più fortuna in Francia. Nel 1925 ottenne il permesso di tornare in Francia. Dopo essersi stabilito a Parigi, riprese la pubblicazione dell’“Anarchičeskij Vestnik”, collaborò con diverse testate francesi, tenne conferenze e fece tutto il possibile per sostenere il movimento e i compagni che avevano bisogno del suo aiuto.

Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, si trovava a Marsiglia. Rifiutò di essere coinvolto nelle guerre capitaliste. Aveva una teoria personale a sostegno di questa posizione. Il suo ragionamento era il seguente: «Il corso distruttivo del sistema di potere è iniziato nel 1914, con lo scoppio della Prima guerra mondiale. Questo periodo distruttivo può durare decenni; ogni nuova guerra sarà peggiore e più terribile della precedente. È così e sarà così, perché le classi privilegiate impiegheranno forze sempre maggiori per proteggere i propri privilegi. Pertanto, per quanto critica sia la situazione, le forze costruttive della nuova società non devono avere nulla a che fare con tali guerre se non continuare a preparare le masse indicando i grandi cambiamenti che devono essere apportati nella società: prepararle alla rivoluzione sociale, mostrare che le ricchezze della terra dovrebbero essere organizzate a beneficio di tutta l’umanità, indicare la via per creare un mondo più sano e migliore». Questo era il motivo per cui sentiva di non avere alcun coinvolgimento nella Seconda guerra mondiale.

Come si può facilmente immaginare, era estremamente difficile per uno straniero mantenere una posizione del genere. Volin era oggetto di un odio profondo. Era perseguitato senza tregua dalla polizia. Non riusciva a trovare lavoro, non aveva una casa e spesso non aveva nulla da mangiare. Tuttavia, in questi momenti di povertà, Volin approfittava dell’ozio forzato per stare in biblioteca e scrivere la sua Storia della Rivoluzione russa (pubblicata in seguito con il titolo La rivoluzione sconosciuta).

Per fortuna, prima di lasciare la Francia per il Messico, io e il mio compagno Senya [Fleshin, NdT] soggiornammo per un breve periodo a Marsiglia e condividemmo le nostre razioni con Volin. Volin ci leggeva il suo manoscritto, Storia della Rivoluzione russa. È un’opera ben scritta e un documento molto interessante. Era felice di essere riuscito a finirlo. Credeva che questo lavoro avrebbe informato il pubblico delle numerose attività e dei sacrifici degli anarchici a sostegno della Rivoluzione russa. Lo esortammo a venire con noi in Messico. La sua risposta fu: «Sarebbe troppo lontano da casa. Qualunque cosa accadrà in senso rivoluzionario avverrà in Europa. Devo restare qui». Non avremmo mai immaginato che quella sarebbe stata la nostra ultima separazione. La resistenza fisica e morale di Volin, la sua volontà di ferro e la sua incrollabile fermezza ci facevano pensare che potesse sfidare l’eternità.

Aspetti del carattere di Volin

Riportiamo il seguente paragrafo tratto dal prologo alla storia del movimento di Machno, una sezione di La rivoluzione sconosciuta [in realtà si tratta della prefazione di Volin del 1923 alla Storia del movimento machnovista di Pëtr Aršinov, NdT]. È uno studio di grande bellezza, buon senso e straordinaria storiografia: «L’epopea della machnovščyna è troppo seria, potente e tragica, bagnata di troppo sangue di eroi, troppo profonda, complessa, caratteristica, da permettere a qualcuno di giudicarla e di descriverla ‘con leggerezza’, basandosi soltanto su racconti e su relazioni contradditorie di persone diverse. Descriverla solo sulla base di documenti non può essere il nostro compito, perché i documenti sono cose morte e non sempre e non interamente rispecchiano la vita concreta. Sarà compito degli storici futuri, i quali oltre quei documenti non avranno a disposizione altro materiale. I contemporanei debbono tenersi vicini ai fatti, ed anche vicini a se stessi, poiché la storia proprio da loro esigerà molto. Devono rinunciare a giudicare e a descrivere quegli avvenimenti ai quali non abbiano direttamente partecipato. Inoltre, debbono non tanto abbandonarsi a descrizioni e a citazioni di documenti ‘per fare della storia’, quanto piuttosto preoccuparsi di trascrivere le loro esperienze personali, quando ne abbiano. Altrimenti rischiano di porre in ombra l’essenza più profonda, l’anima dei fatti, oppure, cosa ancor peggiore, di tralasciarla, quindi di ingannare interamente il lettore e lo storico. Naturalmente può darsi che anche la loro esperienza immediata comprenda errori e imprecisioni. Ma nel nostro caso non sarebbe di grande peso. Essi darebbero un quadro vivo e fedele degli avvenimenti, facendone comprendere la natura essenziale, ed è quel che importa. In un secondo tempo, comparando le loro descrizioni con i documenti e con l’altro materiale, sarebbe facile eliminare gli errori. Perciò il racconto di chi sia stato partecipe e testimone degli avvenimenti è di particolare importanza. Quanto più completa e profonda sarà stata l’esperienza personale tanto più importante sarà il lavoro e tanto più presto dovrà essere compiuto. Se poi chi ha partecipato ai fatti può disporre anche di documenti e di informazioni d’altri testimoni, il racconto acquisterà un significato di primaria ed essenziale importanza». Queste righe non hanno forse il valore di un trattato di storia? Non vi spingono a voler leggere la sua Rivoluzione sconosciuta?

Un altro episodio significativo

Allo scoppio della guerra civile spagnola, Volin si schierò dalla parte del popolo in armi. Il Movimento Libertario [in realtà, solo in seguito alla caduta della Catalogna la CNT, la FAI e la Federación Ibérica de Juventudes Libertarias, la FIJL, fondarono in Francia il MLE, ossia Movimiento Libertario Español, NdT] e la CNT (l’organizzazione anarcosindacalista spagnola) gli offrirono immediatamente la direzione della rivista che sarebbe stata pubblicata a Parigi. Volin aveva così una buona posizione e riceveva un buon stipendio. Basti dire che smise di scrivere e dedicò tutti i suoi sforzi alla pubblicazione di “El Antifascista” [forse Mollie Steimer intendeva il giornale “L’Espagne antifasciste”, NdT]. Tuttavia, quando il Movimento Libertario e la CNT decisero di partecipare al governo, non perse tempo e rassegnò le dimissioni, esprimendo la sua categorica opinione che quel passo fosse un grave errore. Risultato: rimase senza lavoro e senza rivista.

Volin ebbe una vita così feconda, drammatica, intensa e ricca che ci dispiace molto trattarla in modo così superficiale. Volin merita molto di più. Tuttavia, abbiamo le nostre limitazioni e daremo un ultimo tratto a questo schizzo. Volin non perse mai la sua fede e il suo entusiasmo, nemmeno nei momenti più bui, nella povertà più estrema o nel pericolo. Nel maggio del 1945, quando era molto malato dopo cinque anni di fame e freddo, completamente esausto fisicamente, ci scrisse dei suoi progetti editoriali. Nella lettera diceva: «non ho bisogno di nulla di speciale. Vi sarei grato se mi mandaste una penna stilografica perché non ho potuto scrivere per mancanza di una. Sarebbe molto utile se poteste inviarmi un contributo mensile per la pubblicazione anarchica che ho in mente». Questa fu la sua ultima lettera. Poi ricevemmo la notizia scioccante della sua morte. Questo è tutto. Abbiamo perso uno dei migliori e più puri idealisti che il nostro movimento abbia mai avuto. Era un rivoluzionario coraggioso e un anarchico senza riserve né condizioni, nonché un grande amico e compagno di tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorare con lui.

Collocazione originale del testo: Mollie Steimer, A Memorial Tribute to Vsevolod Eikhenbaum Voline, “Estudios Sociales”, 15 ottobre 1945, in Fighters for anarchism: Mollie Steimer and Senya Fleshin, a cura di Abe Bluestein, Libertarian Publications Group, [USA], 1983, pp. 70-79. Traduzione di DB.

Mollie Steimer

Introduzione e traduzione a cura di D.B.

 

Perché una ristampa

Edizioni Zero in Condotta

Esaurita la prima tiratura de “La rivoluzione sconosciuta” di Volin, Zero in Condotta ha provveduto a ristamparne un’altra, in uscita questa settimana. Ma non si tratta di una semplice ristampa; le pagine sono passate da 560 a 608 con lo stesso formato, il testo è stato revisionato – dove necessario – e sono stati inseriti dei nuovi contenuti. Le note biografiche ora sono a cura dei primi curatori dell’opera, Les Amis de Volin, che diedero alle stampe la prima edizione nel 1947; aggiunte inoltre tre appendici riguardanti aspetti significativi della vita di Volin: il suo rapporto con la stampa anarchica, il ricordo del figlio Léo e, in conclusione, la cronologia degli avvenimenti che hanno intrecciato e riempito la sua esistenza. Abbiamo voluto in questo modo arricchire ulteriormente un’opera tanto importante e significativa per la storia del movimento anarchico russo e internazionale, che rimane comunque a disposizione alle stesse condizioni della prima tiratura.

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