Le guerre moderne oltre a causare la perdita di vite umane, le menomazioni fisiche e psicologiche, la distruzione delle infrastrutture civili, il collasso dei servizi essenziali, la diffusione della povertà hanno un enorme impatto sugli ecosistemi naturali e, se si escludono le “fabbriche di morte”, un effetto depressivo sulle attività economiche. Prendendo in esame quest’ultima conseguenza si potrebbe ritenere possibile una riduzione delle emissioni di gas serra responsabili della crisi climatica.
Non è cosi, anzi, è vero il contrario. Anche se gli stati sono restii a fornire dati ufficiali sulle emissioni generate dal settore militare, sia durante periodi di pace sia di guerra, dobbiamo ricordare che, secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), a partire dall’Accordo di Parigi (COP21), gli stati devono presentare i propri Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC) e, dalla COP26 di Glasgow, è partita la richiesta che vengano esplicitamente incluse le quote attribuibili al settore militare, richiesta che rimane un auspicio, visto che tale “contabilità” dipende da un impegno volontario, ovviamente disatteso proprio da quegli stati che investono di più in armamenti.
Secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), infatti, le guerre sarebbero responsabili del 5,5% delle emissioni globali annuali di gas serra.
Se le forze armate del mondo fossero un paese, questa percentuale costituirebbe l’equivalente della quarta impronta di carbonio nella classifica delle nazioni.
Nel rapporto presentato alla COP30 Belem, il CEOBS ha fornito alcune stime che mostrano la dimensione del problema. Nei tre anni trascorsi dall’invasione dell’Ucraina, il conflitto avrebbe prodotto 237 milioni di tonnellate di CO₂(e) equivalente, con un “danno climatico” stimato in 43 miliardi di dollari. Le operazioni sui territori palestinesi dopo il 7 ottobre avrebbero generato, nei primi quindici mesi, oltre 31 milioni di tonnellate di CO₂(e).
Intanto la spesa militare mondiale ha continuato a crescere, tanto che per il 2024 avrebbe raggiunto i 2,7 trilioni di dollari. Secondo il CEOBS, inoltre, i paesi del Nord globale investirebbero 30 volte di più nei propri apparati militari rispetto ai fondi destinati al finanziamento climatico internazionale. In questo contesto s’inseriscono anche le scelte politiche europee.
Il piano “ReArm Europe/Readiness 2030” prevede un aumento della spesa militare dell’UE di oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il CEOBS stima che questo incremento potrebbe generare ogni anno fino a 218 milioni di tonnellate di CO₂(e) aggiuntive, con un “danno climatico” associato fino a 298 miliardi di dollari.
I valori stimati dell’impronta di carbonio delle forze armate, comprendono due tipologie: una è quella delle emissioni “di funzionamento”, cioè legate al carburante bruciato dai veicoli militari, dagli aerei, dalle navi, negli uffici per riscaldarli, raffreddarli, illuminarli e così via; l’altro contributo è quello delle emissioni “incorporate” dalla produzione di tutti i mezzi e attrezzature belliche, compresi carrarmati, cannoni, missili e munizioni. Sommando le emissioni di “funzionamento”, quelle “incorporate” e altre, indirettamente dovute alle attività delle forze armate, in periodo di pace e in periodo di guerra, si ottengono le cosiddette “emissioni consumate”: sono queste a costituire l’impronta di carbonio del settore militare.
Secondo uno studio pubblicato su Nature, se le forze armate degli Stati Uniti fossero una nazione, sarebbero il 54° produttore di emissioni a livello globale, con più di 40 milioni di t CO₂(e). Molte di meno, ma pur sempre indicative, sono le emissioni delle forze armate britanniche, che nel 2018 ammontavano a circa 2,7 milioni di tonnellate di CO2e.
È stato stimato che l’impronta di carbonio militare dell’Ue nel 2019 sia stata di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2e (l’Italia avrebbe contribuito per l’8%). I dati sono riferiti ad un tempo, cosiddetto, di “pace”.
Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci Paesi: Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita; ad eccezione dell’Indonesia, gli altri sono classificati tra i primi venti Stati in termini di spesa militare. Qualche esempio concreto può offrire un termine di paragone: ad esempio, il consumo di carburante durante la guerra in Iraq potrebbe aver rilasciato più di 250 milioni di tonnellate di CO2(e) tra il 2003 e il 2011, pari a 3/4 delle emissioni italiane di CO2 corrispondenti all’anno 2021.
Un recente studio del Ministero della Protezione Ambientale e delle Risorse naturali dell’Ucraina valuta pari a 120 milioni di tonnellate di CO2(e) le emissioni prodotte direttamente dal conflitto nei suoi primi 12 mesi, quanto quelle del Belgio nello stesso periodo (si tratta dell’impronta di carbonio di un solo anno di guerra). Uno studio del Guardian ha rilevato che il costo climatico a lungo termine della distruzione, della bonifica e della ricostruzione di Gaza potrebbe superare i 31 milioni di tonnellate di CO2(e). Questa cifra sarebbe superiore alle emissioni annuali di gas serra del 2023 di Costa Rica ed Estonia combinate.
Un calcolo complessivo, quindi, non si può limitare alla somma delle componenti di “funzionamento” e di quelle “incorporate”, ma deve conteggiare anche quelle emissioni che derivano indirettamente dalle guerre. Ad esempio, la necessità di allestire un campo profughi, oltre a comportare cambiamenti di uso del suolo, sicuramente richiede il rifornimento di cibo, acqua e riparo ai civili colpiti dai conflitti, con un utilizzo di carburante particolarmente elevato, sia per la logistica sia per alimentare i generatori che forniscono elettricità. Tutto questo senza considerare che gli stessi sfollati, con i loro spostamenti transfrontalieri, contribuiscono all’aumento delle emissioni. In questo senso, possiamo sostenere che anche il settore umanitario determina un’evidente impronta di carbonio.
L’uso di armi esplosive in aree popolate crea livelli di distruzione enormi, con un forte impatto sul riscaldamento globale, perché comporta ulteriori emissioni di CO2 conseguenti alla movimentazione dei detriti, alla bonifica delle aree contaminate e alla ricostruzione degli insediamenti. Banalmente, anche la gestione dei rifiuti solidi viene alterata. I rifiuti lasciati per strada originano la proliferazione di discariche informali, con emissioni elevate e combustione dei rifiuti all’aperto.
In ambienti naturali le attività belliche possono innescare incendi boschivi che non aumentano le emissioni solo nel contingente contesto di guerra, ma proiettano il loro effetto anche nei decenni seguenti, in relazione al tempo necessario alla crescita di nuovi alberi in grado di svolgere la fissazione del carbonio analoga al periodo precedente. Nel conflitto russo-ucraino, le conseguenze degli incendi di boschi causati dai missili e dai droni kamikaze, nei primi 12 mesi di guerra, sono stimate pari a quasi 18 milioni di tonnellate di CO2(e).
Inevitabilmente, durante i conflitti i danni alla rete di distribuzione ed una manutenzione meno puntuale fanno aumentare le fughe di gas metano, un aspetto che può essere significativo, poiché il metano ha un potenziale di riscaldamento globale 28 volte superiore a quello della CO2. Se poi consideriamo gli atti di sabotaggio come quelli che hanno interessato i gasdotti Nord Stream 1 e 2, con il rilascio in atmosfera di ben 14,6 milioni di tonnellate di CO2e, le conseguenze sono ancor più evidenti.
Non meno significative, tra le emissioni indirettamente imputabili al conflitto, quelle causate dal fatto che gli aerei di linea dei paesi del blocco NATO, non potendo più sorvolare la Russia, sono costretti a rotte molto più lunghe nei collegamenti Europa-Estremo Oriente, con il risultato di 12 milioni di tonnellate di CO2 emessa in più. Analogamente, l’interruzione dell’approvvigionamento attraverso i gasdotti a favore del trasporto del gas liquefatto, attraverso le navi cisterna e su distanze molto più lunghe, incrementa ulteriormente le emissioni.
Probabilmente, l’elenco delle conseguenze potrebbe proseguire prendendo in considerazione altri casi specifici, ma credo ci siano già sufficienti elementi per dimostrare che militarismo, riarmo e guerra giochino un ruolo nefasto anche in relazione alla crisi climatica.
MarTa
QualEnergia Settembre-Ottobre 2023
https://ceobs.org/wp-content/uploads/2022/11/SGR
CEOBS_Estimating_Global_MIlitary_GHG_Emissions.pdf
https://geobites.org/how-much-is-war-fuelling-the-climate-crisis/
https://rivistapaginauno.it/stima-delle-emissioni-globali-di-gas-serra-del-comparto-militare/