Strage nel Mediterraneo. Nuova legge, frontiere più chiuse

Quasi 1000 dispersi nel Mediterraneo in pochi giorni nella seconda metà di gennaio.

Si tratta dell’ennesima terribile strage alle frontiere dell’Europa. È avvenuta nel corso del ciclone Harry, la tempesta estrema che tra il 20 e il 21 gennaio ha raggiunto la sua massima intensità nel Mediterraneo centrale. Le testimonianze parlano di interi convogli inghiottiti dalle onde. Ma le cause di questa strage non sono naturali, non solo perché la particolare violenza di questa tempesta, come indicato da alcune analisi, è da ricondurre agli effetti del cambiamento climatico, ma a causa delle politiche di chiusura delle frontiere da parte dell’Italia e dell’Unione Europea.

Il ministro degli esteri Tajani avrebbe dichiarato alla stampa lo scorso 2 febbraio: “I trafficanti di esseri umani sono dei criminali assassini. Non si fa partire una barca con un mare in tempesta, sapendo che si mandano a morte certa”. Ma lo stato italiano è tra i principali responsabili di questa strage, perché sono le politiche di chiusura delle frontiere che attua insieme all’UE che obbligano le persone ad affrontare viaggi tanto rischiosi, perché alle Ong che svolgono operazioni di ricerca e soccorso in mare il governo ha imposto in questi anni sempre maggiori restrizioni con una politica apertamente repressiva, che ha tolto dalle aree più pericolose del mare sia dei necessari mezzi salvavita, sia degli scomodi testimoni di pushback e pullback. Come se non bastasse lo stato italiano sostiene i governi di alcuni stati del Nordafrica nelle loro politiche razziste e violente, volte a terrorizzare chi, soprattutto provenendo da paesi subsahariani, vive sulle coste e nelle città in attesa di imbarcarsi per l’Europa. Queste violenze, spesso condotte da forze di polizia addestrate e finanziate dalla stessa UE, mettono a rischio la vita e la sicurezza di migliaia di persone costringendole a partire anche nelle condizioni più disperate.

Secondo la Ong Mediterranea infatti, ad aver forzato le partenze dalla Tunisia in quei giorni sarebbero state proprio le forze di polizia tunisine, con rastrellamenti e distruzioni degli accampamenti informali vicino Sfax. Dopo il memorandum del 2023 l’Italia e l’UE sostengono direttamente le forze di polizia e la guardia costiera di Tunisi, con mezzi e ingenti finanziamenti. Inoltre l’Italia mantiene dal 2019 una missione militare bilaterale in Tunisia. Le condizioni perché si verifichino le stragi sono poste dai governi, le condizioni del mare fanno salire il numero dei morti e dei dispersi.

L’approvazione da parte del governo italiano lo scorso 11 febbraio di un nuovo disegno di legge in materia di immigrazione, mentre ancora si contano i dispersi di questa ennesima strage, suona come una rivendicazione da parte del governo di questa politica assassina di frontiera.

Sia chiaro, non è l’anomalia della Meloni al governo, non è una mossa propagandista inutile come piace dire all’opposizione – auspicando evidentemente delle politiche razziste più efficaci ed efficienti. Il disegno di legge, di cui non è ancora noto il testo perché non è stato ancora trasmesso alle Camere, attua il nuovo Patto europeo per l’asilo approvato dal Parlamento UE nel maggio 2024. Questa riforma europea, è uno sviluppo delle politiche repressive e razziste già presenti nel sistema comunitario di asilo. Certo un governo fascista può applicare questa riforma forzando ulteriormente in senso razzista la sua attuazione. Questo il senso che ha il comunicato per punti emanato dal Consiglio dei ministri dopo l’approvazione del disegno di legge. Si parla di interdizione delle acque territoriali nella gestione delle crisi, già chiamata “blocco navale” dalla stampa di ogni colore a cui piace compiacere il governo. Il punto non è la propaganda. Questo punto del provvedimento andrà materialmente a rafforzare la politica di morte condotta nel Mediterraneo centrale. Uno dei nodi della riforma europea, è il rafforzamento della gestione delle procedure di asilo in frontiera o direttamente fuori frontiera in paesi esterni. Questo avrà un impatto diretto in Italia, e significherà un aumento ulteriore della violenza sulle frontiere dell’UE. È previsto che il sistema d’asilo per come lo conosciamo cambi radicalmente creando canali nettamente separati. In base ad uno screening in frontiera, sarà destinato ad una procedura accelerata chi presenta una domanda di asilo considerata “infondata” o richiedenti asilo provenienti da paesi che hanno un tasso di accettazione delle richieste di asilo per i propri cittadini inferiore al 20%. Un criterio che comprenderebbe anche persone provenienti da Nigeria, Somalia, Sierra Leone. La procedura accelerata prevede la permanenza in una struttura di detenzione in frontiera, allo scopo di impedire l’ingresso nell’UE, in attesa che la domanda di asilo venga processata entro un massimo di 3 mesi. L’intervista per la valutazione può essere condotta anche da personale di polizia, almeno secondo la strada che alcuni paesi – come la Grecia – stanno prendendo nell’applicazione della riforma. Se applicata porterebbe alla generalizzazione di strutture di internamento di massa lungo le frontiere, anche fuori dal territorio UE, in strutture ad alta sorveglianza tecnologica. Dunque la struttura detentiva costruita dall’Italia in Albania assume un ruolo evidente nella prospettiva dell’attuazione della riforma europea del sistema di asilo.

Dario Antonelli

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