Razzisti dentro. Esclusione sociale: dallo sdoganamento alla rivendicazione

L’imbarbarimento del dibattito politico, in Italia e nel mondo, è un po’ lo specchio del vistoso arretramento culturale che sta investendo le nostre società. Stiamo attraversando una fase particolarmente critica, contraddistinta da tensioni che erodono, giorno dopo giorno, i legami sociali. Più di trent’anni di globalizzazione neoliberista e di turbocapitalismo hanno progressivamente impoverito gran parte della popolazione mondiale. Guerra e terrorismo fanno ormai parte del vissuto quotidiano di milioni di persone e rappresentano una cornice esistenziale percepita come quasi ineluttabile per la maggior parte di noi. Lo sviluppo esponenziale della tecnologia è diventato un formidabile trampolino di lancio per l’implementazione di sistemi militari, di controllo e di repressione sempre più sofisticati. Lo sfruttamento brutale della Terra e delle sue risorse ci sta portando dritti verso la catastrofe climatica. Aree sempre più vaste del pianeta sono sempre meno vivibili ed è anche per questo che i fenomeni migratori si fanno sempre più consistenti. Internet, i social media, l’intelligenza artificiale, sono il terreno privilegiato di un potere economico e politico manipolativo e invadente, un tecnofascismo che ha costruito una realtà distopica con la sua neolingua, i suoi disvalori, il suo mondo al contrario.

Già: il mondo al contrario. Sono passati tre anni da quando con questo titolo – accattivante come ogni retorica qualunquista che cerca di sollecitare la parte peggiore di noi – Roberto Vannacci ha dato alle stampe il suo libricino per mettere nero su bianco le sue aberrazioni. E sono passati già quattro anni da quando in Italia si è insediato il governo più fascista della storia repubblicana. Un governo di fascisti che è, tra le altre cose, il più longevo di sempre e che si appresta a concludere, pressoché indisturbato, la legislatura.

È abbastanza evidente che l’ascesa al potere di una classe dirigente tanto impresentabile è andata di pari passo con il progressivo degrado del discorso pubblico. Un degrado accompagnato dal peggioramento della qualità del personale politico di ogni schieramento, da destra a sinistra – nessuno escluso – e dallo spaventoso impoverimento, sempre in termini qualitativi, dell’offerta informativa.

Ed è così che, di fronte alla propria inadeguatezza, il governo è tornato a giocare la carta ben collaudata della distrazione di massa: spostare l’attenzione dalle vere cause dei nostri problemi. Ancora una volta, il dito viene puntato sugli stranieri, sugli immigrati, sugli indesiderabili, alimentando un razzismo che cova da sempre nel ventre molle della società italiana.

Il razzismo italiano deriva dal fatto che questo paese non ha mai fatto davvero i conti con la propria storia. È successo con il fascismo, per esempio, così come con il colonialismo. I cattivi erano sempre gli altri: i nazisti con i loro campi di concentramento o gli inglesi e gli americani con la tratta degli schiavi e la segregazione. Mentre noi, italiani-brava-gente, non abbiamo mai fatto niente di tutto questo. «Noi non siamo razzisti» – ci siamo sempre detti. E invece sì, altroché.

Questa specie di autoassoluzione, consolidatasi per anni, ha retto finché l’Italia – un paese storicamente fatto per lo più da emigranti – non è diventata essa stessa un luogo di immigrazione, scontando, peraltro, un vistoso ritardo rispetto ad altre società europee (e non solo).

Il processo, relativamente recente, è stato affrontato dalla classe dirigente italiana con un approccio squisitamente utilitaristico e repressivo che ha oggettivamente rallentato (se non addirittura ostacolato) la convivenza e l’integrazione. La resa produttiva dell’immigrato o la sua potenziale pericolosità sono stati gli unici criteri su cui è stata realizzata un’architettura di leggi e normative che strozzano, ancora oggi, le vite di migliaia di persone costringendole all’irregolarità, alla marginalità sociale o alla devianza a causa di una burocrazia criminogena, tanto cinica quanto demenziale, che nel pretendere di risolvere i problemi ne crea, invece, sempre di nuovi. Nel corso degli anni queste politiche sono state accompagnate da una comunicazione pubblica basata essenzialmente sull’allarmismo, sull’emergenza o anche sulla semplice diffidenza. L’immigrato in Italia è sempre stato un diverso, un alieno, un corpo estraneo. “Vucumprà” prima, “extracomunitario” poi.

Se la destra, nel fare il suo mestiere, ha sempre soffiato sul fuoco dell’odio, la cosiddetta sinistra ha abdicato a qualunque prospettiva progressista rendendosi artefice, al contrario, di politiche antiproletarie ed escludenti, sempre rigorosamente camuffate da una cortina fumogena fatta di retorica e ipocrisia. In mezzo a tutto questo, anno dopo anno, la società italiana si è sgretolata sotto i colpi del capitalismo trionfante: anomia, dissoluzione dei legami sociali, scomparsa della solidarietà di classe, individualismo, assenza di prospettive, paura. Il terreno di coltura ideale per l’affermazione di un razzismo prima sdoganato e poi apertamente rivendicato. Negli ultimi anni, a poco a poco, sono stati deliberatamente avvelenati i pozzi del dibattito pubblico con l’introduzione e la normalizzazione di concetti che fino a qualche tempo fa erano semplicemente indicibili.

Quando gente come Vannacci, Marsella o Salvini parlano oggi di remigrazione come se si trattasse di una cosa normale, significa che è stato raggiunto un punto di non ritorno. Quando Giorgia Meloni, nel disperato tentativo di non farsi sorpassare a destra dai vannacciani, propone un tetto massimo di alunni “stranieri” nelle classi, significa che la logica della legge razziale è entrata a pieno titolo nell’agenda politica.

Questa radicalizzazione a destra del discorso pubblico è sintomatica, come insegna la Storia, di come il sistema non riesca a dare risposte adeguate ai bisogni di una società sempre più impoverita e disorientata. Guerra, nazionalismo e repressione sono i classici arnesi con i quali il potere intende perpetuare se stesso blindando il consenso intorno a opzioni autoritarie e a valori posticci come l’identità e la tradizione, per costruire un nemico sul quale scaricare le colpe per tutto ciò che non va e tutelare gli interessi di quei pochi che hanno in mano le redini delle nostre vite: milionari, padroni, politici.

Per anni il movimento anarchico (e non solo) ha denunciato questi pericoli. Lo abbiamo fatto in tempi non sospetti, nelle mobilitazioni contro le frontiere e i centri di detenzione per immigrati. Lo abbiamo fatto cercando di decostruire la propaganda razzista, smascherando la disfunzionalità delle leggi e l’intima criminalità di un sistema che ci mette volutamente gli uni contro gli altri, italiani contro stranieri. Evidentemente non è bastato.

La deriva che stiamo vivendo ci obbliga a rinnovare il nostro impegno per contrastare la barbarie con tutta l’intelligenza e la determinazione di cui siamo capaci. Siamo chiamati a rispondere colpo su colpo per smontare e neutralizzare i proclami dei razzisti mostrando, in maniera chiara e comprensibile, quanto siano assurdi e pretestuosi. È di fondamentale importanza parlare con tutti, ovunque, nei luoghi fisici e virtuali, sfruttando ogni occasione e creandone di nuove per chiarire che il nostro vero nemico non è certo chi sta sotto di noi ma, al contrario, chi sta ben più in alto nella piramide sociale.

Non è colpa degli immigrati (o dei loro figli che vanno a scuola con i nostri) se il mondo brucia tra guerre e catastrofi climatiche, se gli stipendi sono fermi da anni mentre l’inflazione ci mangia la vita, se i soldi per i servizi pubblici non si trovano mai (mentre le risorse per gli armamenti si trovano sempre), se le città sono piene di case senza gente e di gente senza case, se i giovani non riescono a vedere un futuro, se l’esistenza si è ridotta a una quotidiana lotta per accaparrarsi le briciole di un sistema che garantisce enormi fortune a un pugno di delinquenti e ai loro servi. I veri responsabili di questo disastro non siedono nei barconi che attraversano il Mediterraneo, ma sui banchi del governo, del parlamento e nei consigli di amministrazione delle aziende.

Questo bisogna ribadire, con chiarezza e senza perdere tempo. Se i fascisti sguazzano nelle torbide acque di un consenso e di una agibilità che la stessa democrazia gli ha garantito per anni, il nostro compito è prosciugare quell’acqua, una volta per tutte.

Alberto La Via

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