No Tav! Una lotta ancora ingovernabile

Venerdì 8 dicembre. Sono passati diciotto anni dalle giornate di insurrezione che culminarono con la ripresa dei terreni occupati militarmente dalla polizia nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005. Da Susa a Venaus, nonostante il freddo e la pioggia, si è tenuta la marcia no Tav.
A Torino, in mattinata un gruppone di manifestanti diretto a Susa per la marcia è stato più volte caricato con il pretesto del controllo preventivo dei biglietti. Quattro No Tav sono finiti all’ospedale. La polizia ha permesso al treno di partire solo tre ore dopo.
Eravamo presenti con uno spezzone libertario e antimilitarista aperto dallo striscione “Miliardi ai militari. Per noi miseria e repressione”.
In questi anni molta acqua è passata sotto i ponti della Dora. In Clarea e a San Didero sono stati aperti cantieri recintati da muri e filo spinato, difesi da poliziotti, carabinieri e militari.
La linea ad alta velocità tra Torino e Lyon è un’opera inutile, dannosa, devastante, adatta solo a drenare soldi pubblici per fini privatissimi, per accontentare la lobby bi-partisan del cemento e del tondino.
La lunga lotta contro l’imposizione
violenta del Tav non si è mai fermata, nonostante la durissima repressione.
Nel mirino della magistratura sono finite oltre mille persone, accusate di occupazioni, blocchi e sabotaggi per inceppare l’opera, per rendere ancora concreta l’utopia di cancellare un progetto ormai entrato nella propria fase esecutiva.
Purtroppo ci sono stati anche errori strategici gravi, come
la delega in bianco finita con una truffa a Cinque Stelle, e l’illusione della lotta di lunga durata, il concentrarsi su cantieri imprendibili, rinunciando a rendere ingovernabile l’intero territorio, come avvenne nei formidabili mesi tra la primavera e l’inverno del 2005.
Per noi essere ancora una volta in marcia è stata l’occasione per ricordare che solo l’azione diretta popolare è stata in grado, anche se per poco, di far saltare il banco, di fermare davvero il Tav.
Ma la memoria, se non torna ad innescare nuovi percorsi di lotta, non può certo bastare.
I prossimi mesi saranno cruciali.

Il governo ha deciso di alzare l’asticella della repressione.
Il 21 novembre
la Digos ha notificato un provvedimento di sequestro dei presidi No Tav di San Didero e dei Mulini in Clarea.
Il pretesto addotto dal Gip è che i due presidi sarebbero la base logistica per azioni contro i cantieri militarizzati di fronte ai quali sono stati costruiti.
I presidi No Tav sono, sin dalla primavera del 2005 quando vennero aperti quelli di Bruzolo, Borgone e Venaus, luoghi di incontro, discussione, socialità e lotta. I posti dove una comunità includente costruisce percorsi di libertà e giustizia sociale.
Il sequestro dei presidi è solo l’ultimo tassello di un lungo mosaico repressivo di cui è protagonista la magistratura subalpina.
A San Didero i sigilli sono stati rotti più volte e le usuali attività dei No Tav sono continuate, anche se con maggiori difficoltà tecniche e varie denunce in più. Ai Mulini il sequestro è coinciso con un allargamento del cantiere per rendere del tutto inoffensivo questo avamposto già difficile da raggiungere tra filo spinato e il pendio della gorgia.
La sera precedente alla marcia
dell’8 dicembre a Bruzolo, paese confinante con San Didero, è stata occupata per tre giorni una fabbrica abbandonata, per avere uno spazio in cui ospitare incontri e iniziative.
La sera del 9 dicembre le reti arancioni che chiudevano il presidio di San Didero sotto sequestro sono state divelte e appese alla recinzione del cantiere dell’autoporto. La polizia ha sparato lacrimogeni, i manifestanti hanno lanciato petardi e fuochi artificiali.
Il governo, che si accinge a presentare in parlamento il proprio nuovo pacchetto sicurezza, è deciso a impedire ogni spazio di lotta concreta: lunghi anni di detenzione attendono chi blocca una strada, resiste a uno sgombero, fa una scritta su una caserma, si difende dalla violenza della polizia, che, giorno dopo giorno, si accanisce con crescente brutalità con chi si batte contro il mondo intollerabile in cui siamo forzat* a vivere.

www.anarresinfo.org

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