Il fuoco di Standing Rock brucia ancora

Neanche una settimana dopo esser entrato in carica come presidente degli Stati Uniti, Donald Trump il 24 gennaio 2017 firmava due ordini esecutivi per rilanciare il Dakota Access Pipeline (DAPL) ed il Keystone XL, due oleodotti che erano stati bloccati dall’amministrazione Obama in seguito alle proteste che avevano accompagnato la loro progettazione e la loro realizzazione.

Le proteste contro il DAPL erano partite a cominciare dall’aprile 2016, quando manifestanti nativi e non nativi avevano iniziato a radunarsi nella zona di Standing Rock. Secondo i suoi oppositori, la costruzione del Dakota Access Pipeline (che rappresentava per i nativi una violazione del Trattato di Fort Laramie del 1868, che aveva assegnato alla Grande Nazione Sioux la proprietà delle Black Hills, la terra sacra dei Sioux) era una grave minaccia per le riserve idriche della zona a causa del passaggio di un lungo tratto sotterraneo. Le proteste erano poi proseguite per mesi, col coinvolgimento di decine di migliaia di persone (nativi e non) che avevano impedito fisicamente i lavori, fino a quando a dicembre fu negata alla Energy Transfert la servitù di passaggio sui terreni federali. Dopo mesi di lotte, il Corpo Ingegneristico dell’esercito statunitense aveva annunciato che avrebbe cercato vie alternative per la costruzione dell’oleodotto.

In conseguenza dell’ordine esecutivo di Trump il 9 febbraio 2017 il Genio Militare (che ha la competenza sui terreni federali all’interno delle riserve indiane), era tornato però a concedere la servitù per il passaggio dell’oleodotto sotto il Lago Oahe, consentendo alla Energy Transfert di completare l’opera. Già prima di essere eletto presidente, Trump (di cui era nota la sua partecipazione come partner finanziario dell’Energy Transfert, la ditta che stava costruendo il DAPL e che aveva sostenuto la sua campagna elettorale) aveva attaccato più volte la resistenza di Standing Rock, definendola un esempio di “ambientalismo fuori controllo”. Così, il 23 febbraio vi era stato il violento sgombero del Sacred Spirit Camp, il principale accampamento dei Water Resisters, gli attivisti nativi e “solidali” che da settembre erano riusciti a bloccare fisicamente la costruzione del Dakota Access Pipeline. La costruzione dell’oleodotto fu completata in aprile e il DAPL divenne operativo il 1º giugno. Per lo sgombero di Standing Rock erano stati impiegati centinaia di uomini della polizia locale e della State Police e della Guardia Nazionale che erano riusciti però a penetrare nell’accampamento solo dopo che gli attivisti erano riusciti a bruciare tutte le strutture del campo piuttosto che lasciarle profanare dagli agenti perché “appiccare il fuoco alle nostre dimore è un segno di rispetto per lo scopo a cui sono servite negli ultimi mesi, incendiandole inviamo in alto il loro fumo come preghiere e ci assicuriamo che se ne vadano con dignità.”.

Poche ore dopo lo sgombero, i collettivi dell’Indigenous Network (la rete di resistenza dei nativi americani contro la devastazione ambientale dei loro territori), avevano dichiarato che “l’espulsione di oggi è la continuazione di una pratica vecchia di secoli, con il governo americano che scaccia con la forza i popoli indigeni dalle loro terre ma i nostri cuori non sono sconfitti. La chiusura del campo non significa la fine del movimento e della lotta ma un nuovo inizio. Non potranno spegnere il fuoco acceso a Standing Rock, un fuoco che arde in ognuno di noi. Ci solleveremo, resisteremo e cresceremo”. Già due settimane dopo, il 9 marzo i prati davanti alla Casa Bianca erano stati occupati per tutto il pomeriggio da migliaia di persone che partecipavano alla “Native Nations March on DC”, un corteo formato da diverse tribù pellerossa e capeggiato da quella dei Sioux di Standing Rock, che aveva preso il via la mattina dalla sede del Genio Militare mentre contemporaneamente alla marcia di Washington decine di presidi, cortei e manifestazioni solidali si tenevano in altrettante città del Canada e degli Stati Uniti. Nel frattempo proseguiva la Defund DAPL Campaign, la campagna di disinvestimento di capitale dalle banche che finanziavano il progetto del Dakota Access, con decine di migliaia di persone che toglievano i loro risparmi dalle banche coinvolte. In poco meno di un un anno hanno ritirato i capitali investiti la Well Fargo, le municipalità di Seattle e di Santa Monica, la banca norvegese DNB e l’Odin Found Management a togliere i fondi; l’ING ha ritirato la partecipazione olandese (ma non l’italianissima Banca Intesa San Paolo), rendendo sempre più precaria la situazione della Energy Transfert. In questi anni le proteste e le manifestazioni sono continuate ed attualmente il DAPL non è più in funzione, dopo che ad aprile Il giudice federale Boasberg ne ha ordinato la chiusura a partire dal 5 agosto 2020 per almeno sei mesi, per poi “effettuare una più ampia revisione ambientale”, Non è ancora uno stop definitivo, ma è comunque un importante vittoria per i Water Resisters

Sarebbe ingenuo pensare che la presidenza sia partita per caso ad inaugurare la sua lunga serie di malefatte (ancora forse da concludere) proprio con lo sgombero di Standing Rock. Il suprematismo bianco e maschile di cui Trump ha fatto la cifra della sua politica, è fondato sul mito della colonizzazione di cui i nativi americani sono stati le vittime. Nello Studio Ovale sulla sua scrivania il busto del presidente Jackson (che definisce “il più grande presidente degli Stati Uniti dopo George Washington e Donald Trump”), l’autore dell’Indian Removal Act con cui nel 1830 si autorizzava la deportazione dei nativi per ragioni di sicurezza nazionale. Anche la sua recente richiesta agli americani di festeggiare il 26 novembre il Giorno del Ringraziamento nonostante la pandemia è stata accompagnata dalla celebrazione della “conquista del selvaggio West, conclusasi nel 1890”, quando in tutto il territorio degli USA rimanevano in vita appena 250mila nativi (che erano 12 milioni quattro secoli prima).

Questa odiosa retorica anti-nativi è stata accompagnata da una politica molto aggressiva nei confronti dei territori protetti dal Native American Graves Protection and Repatriation Act del 1990 che dispone la protezione delle tombe, dei cimiteri e delle aree sacre dei nativi. Trump in questi ultimi quattro anni ha firmato decine di ordini esecutivi per depennare territori nativi dalla lista delle aree protette e per potervi costruire di volta in volta miniere, oleodotti od il muro anti-migranti e per questo accanimento è stato definito il più grande distruttore di monumenti della storia statunitense. Questa politica aggressiva ha avuto come risposta l’aumento della resistenza da parte dei gruppi nativi e delle organizzazioni solidali. Quest’anno migliaia di persone si sono radunate sull’isola di Alcatraz a San Francisco per celebrare l’Unthanksgiving Day che ricorda l’occupazione di Alcatraz del 20 novembre 1969 quando 89 indiani d’America occuparono l’isola di Alcatraz e vi rimasero per 19 mesi sino a quando la protesta venne repressa dal governo statunitense. L’Unthanksgiving Day è stato celebrato anche in decine di altre città americane, dove i nativi sono una parte fondamentale dei movimenti di liberazione.

Contro la devastazione ambientale gli attivisti nativi delle riserve hanno giocato un ruolo di primo piano nel bloccare la costruzione della rete di oleodotti che secondo i piani dei petrolieri avrebbe permesso di rendere economica l’estrazione di petrolio col fracking e che è stata in grande rallentata, se non fermata dalle proteste (l’ultimo a essere stato l’Atlantic Coast Pipeline, ad ottobre di quest’anno). Gruppi di attivisti nativi anche nelle città sono tornati a far sentire la propria voce. La prima statua a cadere in seguito alle proteste per la morte di George Flloyd è stata la statua di Cristoforo Colombo all’università del Minnesota tirata giù da un gruppo di giovani attivisti dell’AIM, l’American Indian Movement. L’ AIM, fondato nel luglio 1968 proprio a Minneapolis “per salvaguardare la sovranità degli Indiani d’America e per denunciare le molestie della polizia ed il razzismo contro i nativi americani costretti ad abbandonare la loro cultura tribale” sta vivendo, nell’ultimo decennio, una nuova primavera dopo la dura repressione subita alla fine degli anni ’70 ed il riflusso degli anni ’80 e ’90.

Rispondendo ad un appello dell’AIM a gennaio e febbraio di quest’anno ci sono state centinaia di manifestazioni in centinaia di città nordamericane ed europee (in Italia ci sono state a Milano, con un’iniziativa a Cascina Torchiera ed un presidio davanti al consolato USA) per chiedere la liberazione di Leonard Peltier, il militante dell’AIM condannato all’ergastolo nel 1977, ed ancora incarcerato, per l’omicidio di due agenti speciali dell’FBI,che morirono nel 1975 durante una sparatoria nella riserva di Pine Ridge, nonostante che la sua responsabilità non sia mai stata provata. Le campagne per la liberazione di Peltier (che è considerato il detenuto americano più odiato dagli agenti dell’FBI al punto che quando Clinton sembrava che fosse sul punto di firmare la grazia alla fine del suo secondo mandato, 500 agenti dell’FBI manifestarono sotto la Casa Bianca) si sono sempre susseguite dai primi anni ’80 ma le manifestazioni non sono mai state partecipate come quest’anno. Nei movimenti contro il razzismo e le brutalità della polizia che dalla fine di maggio continuano con proteste pressoché quotidiane in tutti gli stati USA, l’AIM nelle città dove sono più numerose le comunità di nativi, come Seattle, Minneapolis e San Francisco, da vita a iniziative come le AIM Patrols (che intervengono per denunciare e fermare le violenze degli sbirri e delle squadracce mai troppo numerose ma spesso armate dei trumpisti) e ad occupazioni di edifici per farne spazi, come il Share-a-Ton, l’ex Hotel Sheraton di Minneapolis occupato dall’AIM insieme a dei collettivi anarchici e antirazzisti e definito dalla rivista libertaria Mother Jones “a Utopian Sanctuary “.

Robertino

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