Fuochi con le frontiere

Riceviamo e pubblichiamo.

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Nell’anniversario del rogo divampato il 28 Dicembre 1999 al Centro di permanenza temporanea “Serraino Vulpitta” di Trapani, non possiamo fare a meno di ricordare – insieme alle vittime di allora (Rabah, Nashreddine, Ramsi, Lofti, Jamel, Nasim) – l’ultimo morto ammazzato da questa infame società basata sullo sfruttamento e l’ingiustizia: Omar Baldeh, 36 anni, bracciante agricolo originario della Guinea Bissau.

Anche in questo caso si è trattato di un incendio. La tragedia si è consumata nella baraccopoli in cui da tanti, troppi anni ormai, si ritrovano a vivere ogni anno centinaia di lavoratori stranieri impegnati come stagionali nella raccolta delle olive tra Campobello di Mazara e Castelvetrano. Un vero e proprio ghetto dove, già nel 2013, morì per un altro rogo accidentale il giovane Ousmane Diallo, bracciante senegalese.
Le condizioni in cui centinaia di lavoratori sono costretti a vivere sono semplicemente aberranti. Alle soglie del 2022 a Campobello (così come in molte parti d’Italia, da Nord a Sud), le dinamiche del lavoro agricolo (specialmente stagionale) sono improntante al più bieco sfruttamento da parte di padroni, proprietari terrieri e caporali che costituiscono una fitta rete di dominio e che possono contare sulla compiacente indifferenza delle istituzioni. Ed è così che esseri umani che, da un punto di vista legale, sono come dei “fantasmi” privi di diritti, vengono di fatto condannati a vivere (e morire) in baracche di cartone e lamiera, tra i rifiuti, senza acqua corrente, senza alcuna assistenza.
Quando poi ci scappa il morto, la politica e le autorità cercano di correre maldestramente ai ripari, salvo poi mostrare il loro vero volto allorché si tratti di contrastare le lotte, le forme di autogestione, di autorganizzazione e di solidarietà dal basso che generosamente nascono e si sviluppano sulle ceneri di un’esistenza così drammatica. Sono proprio queste esperienze di autodeterminazione messe in campo dai migranti (e dai tanti italiani solidali che si stringono intorno a loro) che bisogna sostenere e promuovere.

Nel momento in cui scriviamo, ci giungono i primi dati, comunque parziali, di due terribili naufragi avvenuti nel Mar Egeo a poche ore l’uno dall’altro: decine e decine di morti, tra cui un neonato, affondati nel tentativo di raggiungere l’Europa passando dalla Grecia. La Repubblica ellenica si sta distinguendo, negli ultimi tempi, per una criminale politica di respingimenti in mare davanti alla quale l’Unione europea non fa una piega, mentre sul confine polacco-bielorusso si consuma la continua vergogna delle botte e delle cariche nei confronti dei profughi. Botte e cariche che assomigliano tanto a quelle che le guardie di frontiera statunitensi riservano ai migranti messicani, al confine meridionale degli Usa, inseguiti e frustati da gendarmi a cavallo. Insomma: la globalizzazione della repressione crea frontiere e tragedie uguali in tutto il mondo.

Queste masse di diseredati sono la carne viva che scappa dalla morsa del capitalismo, del neocolonialismo, dello sfruttamento intensivo delle risorse. Se a questo aggiungiamo gli effetti della pandemia da coronavirus, dei cambiamenti climatici, della siccità, dell’inquinamento, delle guerre e di tante altre criticità legate a questo modello di “sviluppo” che sta ammazzando il mondo, possiamo ben comprendere le ragioni di chi decide di rischiare tutto per cambiare vita.

Nonostante le drammatiche emergenze planetarie, i governi di tutto il mondo continuano a spendere un mare di denaro nella corsa agli armamenti, balbettano imbarazzati di fronte alla necessità di affrontare con provvedimenti concreti il riscaldamento globale, non cedono di un millimetro nella tutela degli interessi dei pochi a scapito della vita di tutti gli altri, non si preoccupano di creare condizioni di vita e di salute degne per tutti.

L’umanità che brucia nel ghetto di Campobello è la stessa umanità che affoga nel Mediterraneo, che è “murata viva” nella Striscia di Gaza, che scappa dai talebani rimessi al potere dagli americani in Afghanistan, che cade da una gru in un cantiere a Torino o viene risucchiata in un telaio di Prato. Per quanto diverse possano sembrare queste vicende, a tenerle insieme è l’inumanità di un sistema che antepone a tutto il profitto e l’interesse di pochi.
È davvero questo quello che vogliamo?

Coordinamento per la Pace – Trapani

28/12/2021

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