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Il municipalismo libertario nella sua declinazione attuale

Corre l’obbligo di una premessa circa il presente articolo; è assai difficile riassumere in questo breve spazio un argomento tanto importante e centrale nel pensiero libertario, quindi chiedo venia se dovrò necessariamente procedere per accenni e tratteggiare con una certa leggerezza alcuni punti nodali, dandoli ahimè per scontati. Mi premuro però di fornire nelle note le necessarie coordinate bibliografiche per poter approfondire gli aspetti più critici del tema del Municipalismo Libertario.

Nella canea dell’attuale dibattito politico, incentrato su riflussi nazional-sovranisti, ripensamenti sull’Unione Europea e le autonomie regionali, ai quali fanno eco farfugliamenti separatisti, ci si potrebbe porre la domanda sull’opportunità di trattare del Municipalismo Libertario. La risposta circa tale opportunità giunge analizzando il pensiero di Murray Bookchin nella sua critica al fondamento del sistema Stato ed alle contraddizioni che devono necessariamente esistere per giustificarne l’esistenza – “lo Stato si giustifica non solo per l’indifferenza dei suoi componenti rispetto alle faccende pubbliche, ma anche, e soprattutto, per la loro incapacità di gestire queste faccende”.[1] Quindi da un lato abbiamo lo Stato che giustifica la sua presenza in quanto unico ente in grado di amministrare gli apparati che dovrebbero rimediare ai danni prodotti dalla sua stessa esistenza, dall’altro abbiamo la crisi della forma Stato modernamente intesa, in quanto conflittuale con le esigenze di un’entità, ancora più complessa e variegata che è quella del mercato globale, governata dalla logica del più forte.

In una fase come quella attuale di profonda crisi, nel senso di mutamento radicale delle istanze di riproduzione della società capitalista, i segni dell’inutilità della forma Stato non sono mai apparsi tanto chiari ed incontrovertibili. È in questo specifico momento di apparente annichilimento e sbandamento di tutte le istanze politiche e sociali che bisogna tentare di innestare la critica immanente all’architettura culturale che sostiene l’idea stessa di Stato. L’orizzonte è l’incompatibilità con il processo di riproduzione sociale, il quale è improntato sul rapporto Stato-capitale da cui promanano le contraddizioni sulle quali si fonda la società dei consumi.[2] Il percorso è quello di ribaltare totalmente ogni istanza conflittuale reindirizzandola al raggiungimento dell’incompatibilità e non al semplice antagonismo con lo Stato. Municipalismo Libertario, quindi, come tassello primario e irriducibile del processo di erosione delle istanze poste a baluardo della presunta necessità dello Stato come ente supremo capace di amministrare la “pace sociale” e garantire il benessere. Un processo che non si limita a partire dal basso, ma che disgrega alla base le istanze su cui si fonda il meccanismo che di riproduzione della società dei consumi, il connubio necessità-reddito-necessità.

I concetti di riproduzione e tecnologia, giocano oggi un ruolo ancor più significativo di quanto non lo potessero fare ai tempi dei pensatori classici del pensiero libertario. La disponibilità tecnologica da un lato e la capacità di trasferire e trasmettere informazioni e conoscenze in tempo reale dall’altro, contribuiscono a costituire le “particelle” base del municipalismo libertario. Il momento di cambiamento, il punto di svolta non sta nel saper maneggiare la tecnologia, ma nel non mercanteggiare con essa: il nocciolo duro del discorso di Bookchin risiede non tanto nell’utilizzo di nuovi strumenti ma nel cambiare il senso di quelli fin qui utilizzati. Partendo dalla dicotomia (insanabile) tra tecnica e capitale (tecnica non come tecnologia, ma nel suo più pieno senso di tekné), quindi due tendenze contrapposte, quella di aumentare all’infinito la capacità di generare scopi[3] e quella di valorizzare la scarsità di determinate materie o controllando la riproducibilità di servizi e prodotti (controllo della conoscenza). Assumendo quindi la tecnologia come momento metodologico nel quale la tecnica si invera, si fa strumento, quindi fase critica nella quale la capacità di generare scopi viene piegata alla riproduzione di indefinita di un solo scopo primario ossia il profitto, abbiamo il punto nevralgico nel quale il dibattito di Bookchin si fa strada come eco degli assunti di Habermas.

“L’enorme potenziale di libertà insito nel processo tecnologico”[4] si estrinseca, pertanto, nell’assumere la tecnologia innanzitutto quale prodotto necessario della storia umana, quindi un prodotto suscettibile di diversi modi d’uso: nella società capitalista strumento di dominio in quanto strumento di riproduzione della scarsità, nella società post-rivoluzionaria (in quanto ipotetica società dell’abbondanza) diviene momento necessario per la liberazione. E in una fase di crisi del sistema capitalista? In una fase nella quale il sistema burocratico che ha retto per oltre due secoli il processo di riproduzione del capitale? Quando il concetto di Stato evapora a causa di un processo più grande e complesso che lo svuota dal suo ruolo di struttura atta all’ annichilimento dei conflitti, vuoi per la sua capacità di repressione vuoi per la sua capacità di redistribuire una parte infinitesima delle ricchezze, quindi in questa fase la tecnologia che valenza assume?

La risposta non è scontata ma si incardina nella complessità del compito di decostruire la società che ci struttura. Se la tecnologia è vista come strumento per auto-generare reddito e far fronte alle esigenze materiali che la società ci impone allora la tecnologia ha poco senso, se non quello di scavare nicchie nelle pieghe del mercato entro cui seppellire ogni sussulto di cambiamento. Se la tecnologia e la sua crescente disponibilità diventa lo strumento per aggirare la necessità dell’apparato statale nell’elargire servizi e nel garantire un’esistenza decorosa non in termini materiali ma di mutuo supporto allora la tecnologia ha un suo posto nell’elaborazione di un’ipotesi di emancipazione.

Sovvertire il paradigma da necessità-reddito-necessità, che prevede una posizione individuale nella soddisfazione di ogni richiesta, ad un processo di soddisfacimento collettivo dei bisogni, un percorso di successiva incompatibilità con la necessità in quanto consumo, intesa quindi come momento primario della riproduzione del capitale. Attingendo sempre alla sintesi del pensiero della scuola di Francoforte cui giunge Bookchin fino ad affermare che “la liberazione rivoluzionaria dev’essere una liberazione individuale portata a dimensioni sociali”,[5]: qui ritroviamo la chiave per interpretare il concetto base del Municipalismo Libertario, l’emancipazione dall’idea stessa di appartenere ad un indistinto Stato che ci preordina, scegliendo di appartenere ad una comunità cui essere partecipi ed attivi.

JR

NOTE

[1] “Municipalismo libertario perché?”, p. 5, reperibile su: https://www.anarcopedia.org/index.php/Municipalismo_libertario_perch%C3%A9_(di_Murray_Bookchin). Per qualche strano motivo, a volte anarcopedia non restituisce immediatamente la pagina, nel caso cliccate su “cercate questo titolo” e compare al primo posto nelle ricerche. Da lì in poi, dopo aver cliccato sul link trovato, tutto funziona correttamente.

[2] Vedi MARCUSE, Herbert, “La Lotta Contro il Liberalismo nella Concezione Totalitaria dello Stato”, in MARCUSE, Herbert, Cultura e Società, Saggi di Teoria Critica, Torino, Einaudi, 1969.

[3] Vedi SEVERINO, Emanuele, Il destino della tecnica, Milano, Bur, 2011.

[4] BOOKCHIN, Murray, Post-scarcity Anarchism(1971). Il testo raccoglie una serie di saggi usciti nella seconda metà degli anni ’60; la prima traduzione italiana è Post-scarcity Anarchism: l’Anarchismo nell’Età dell’Abbondanza, Milano, La Salamandra, 1979.

[5] Ibidem.

Bookchin e il nuovo che avanza

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