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Ancora sui miliardi

Con enorme piacere – perché ritengo che la questione sia estremamente importante – ho accolto la (contro)risposta di Pepsy al mio articolo[1] con cui a mia volta rispondevo al suo[2] che pubblichiamo in questo stesso numero. Il tema era appunto quello del rapporto tra potere e comunicazione, in particolare declinato rispetto alla comunicazione in rete.

Cominciamo con il chiarire alcuni punti presenti nell’articolo che non riportano precisamente la mia posizione. Pepsy imposta la critica alle mie posizioni affermando che io sosterrei “la necessità di usare anche strumenti del potere” ed il problema sta in quel “del potere”: io non credo affatto che si tratti di strumenti del potere, al massimo di strumenti (al momento) in stato di proprietà privata, in altri termini di strumenti di cui la forza governativa riserva la gestione a singoli individui, negandola ad altri.

Essendo come anarchico contro la proprietà privata dei mezzi di produzione, sono anche per la socializzazione di essi, per la loro restituzione all’intera umanità per una loro gestione, appunto, comunista in forma autogestionaria: questo ovviamente vale, nella terza fase della Rivoluzione Industriale in cui stiamo vivendo,[3] anche per tutte le forme di produzione di beni e servizi (tra cui la comunicazione) mediata dagli elaboratori elettronici.

In altri termini, io ritengo Facebook, Youtube, Twitter, Google e chi più ne ha più ne metta, sia nella loro infrastruttura materiale harware (su questo aspetto della faccenda ci ritorneremo dopo) sia nella loro struttura software e/o algoritmica di proprietà dell’intera umanità, né più né meno dei campi agricoli, delle fabbriche, delle scuole, dei centri di ricerca, degli ospedali, ecc.

Anche questi ultimi, come i primi, vengono gestiti in stato di proprietà privata[4] in base a regole gerarchiche e di profitto che certamente in quanto anarchici non apprezziamo. La lotta sociale dell’anarchismo, però, è volta alla riconquista da parte dell’intera umanità di questi mezzi di produzione.

Facciamo qualche esempio. Il primo lo traiamo da una meravigliosa opera a cavallo tra il romanzo ed il saggio storico, che narra le storie incredibilmente vere dell’anarcosindacalista Sebastian San Vicente il quale, in fuga dalla Spagna, va nel continente americano, scopre di essere ammalato gravemente e decide di dedicare il tempo che gli resta da vivere al movimento americano, uccidendo i componenti delle bande armate che assassinavano operai e contadini ribelli al giogo del padrone.[5] In uno dei momenti della sua incredibile vita, Sebastian San Vicente è presente a mo’ di guardia del corpo/protettore contro le bande armate padronali in un’occupazione di terre. Pur essendosi ripromesso di intervenire solo in caso di necessità, quando vede che i contadini, entrati nella casa padronale, stanno per rovinare alcune opere d’arte ed un pianoforte, entra in gioco con un comizio basato sul tema “il pane e le rose” che termina con una suonata di musica classica eseguita dall’operaio anarchico autodidatta sul pianoforte fatto portare al centro delle terre occupate.

La terra, l’arte, la musica. Tutte cose, fino a quel momento, in stato di proprietà privata. Magari, alcuni dei contadini occupanti le terre avevano precedentemente firmato un qualche orribile contratto con il proprietario legale, come noi firmiamo contratti capestro ogni qual volta accediamo per la prima volta ad un servizio in rete. Hanno però rovesciato la situazione ed hanno imposto un uso diverso, collettivo ed egualitario della terra. La presenza dell’anarchico spagnolo, per la prima volta in vita loro, gli ha poi concesso un accesso a determinate forme di bellezza che fino a quel momento gli erano state negate.

Secondo esempio. Il Biennio Rosso 1919-1920 ed il movimento delle occupazioni delle fabbriche in Italia che non sto a raccontare nel dettaglio perché credo noto alla maggioranza dei lettori di Umanità Nova.[6] Anche qui gli operai occupano fabbriche dove, da un lato, per entrarvi come dipendenti avevano firmato contratti con il proprietario legale, dall’altro molte di esse fino a poco prima erano state (magari lo erano ancora) fabbriche d’armi. Ciononostante non se ne vanno via, anzi le occupano e molti operano un tentativo, sfortunatamente fallito, di un uso diverso, egualitario ed autogestionario, di esse.

Quando allora Pepsy afferma all’inizio del suo articolo che “Enrico sostiene la necessità di usare anche strumenti del potere per riprenderne ‘il controllo per quanto possiamo: in alcuni casi di più, in altri casi di meno. (…) in alcuni casi con maggiore libertà, in altri con meno’. Più avanti afferma che ‘Da sempre, il modo migliore per lasciare al potere il loro controllo è stato ritirarsi dalla presenza antagonista al loro interno’” dà l’impressione, montando parti diverse del mio articolo con affermazioni sue, che io sia all’interno di una logica “entristica” negli strumenti del potere. Già ho detto sulla questione dell’involontario ma pericoloso riconoscimento della logica della proprietà privata presente in quel “del”, la (ri)lettura del mio articolo penso renda giustizia su quali sono i luoghi in cui propongo l’“entrismo”: territori, spazi abitativi e/o di socialità, luoghi di lavoro, comitati di base, che non mi sembrano proprio “strumenti del potere”…

Giungiamo così ad un altro punto in cui Pepsy, sicuramente perché mi sarò espresso male, ha mal compreso la mia posizione. In modo particolare credo che Pepsy abbia frainteso il senso del titolo del mio articolo “Se Mastodon Avesse Miliardi di Utenti” poiché dice che “L’obiettivo da porsi quindi non è quello di far raggiungere a Mastodon il miliardo di utenti, una logica che non ha molto senso, ma quello di creare i nostri strumenti di comunicazione autogestiti, decentralizzati e federati, seguendo una pratica che ci appartiene da sempre.”

Torniamo allora agli esempi precedenti. I contadini e gli operai avrebbero potuto, in pura teoria, raccogliere i loro pochi risparmi ed acquistare in forma cooperativa terre ed aziende, uscendo fuori da quelle terre e da quelle fabbriche. Perché non l’hanno fatto? La domanda è retorica: perché erano proletari, in altri termini non possedevano un capitale sufficiente per poterlo fare. Al massimo avrebbero potuto fare qualche orticello dalla produzione risicatissima rispetto le effettive necessità gli uni, una qualche piccola officina di riparazioni gli altri.

Ebbene, dal punto di vista delle odierne tecnologie della comunicazione, noi ci troviamo nella loro stessa identica posizione. Mastodon al momento se non erro ha circa due milioni e mezzo di utenti, ha come ricorda Pepsy una struttura simile a Twitter e si regge su di una infrastruttura messa a disposizione gratuitamente dai suoi promotori. Facebook esattamente mille circa volte tanto, ha un’interfaccia ed offre servizi nettamente più complessi di quelli di una struttura “simil Twitter” e paga cinque (principali) enormi datacenter attualmente di sua proprietà sparsi per il mondo, oltre che l’accesso per una enorme quantità di traffico di rete nelle infrastrutture di collegamento dati. I costi esatti non sono riuscito a trovarli ma, non so perché, ho l’impressione che siano decisamente fuori dalla portata non dico di un individuo o di un gruppo locale ma di una comunità politica anche internazionale di medie dimensioni.

L’esempio che fa Pepsy dei giornali quotidiani degli anni settanta non coglie il segno: il quotidiano è un oggetto che si vende, che perciò in parte ripaga i costi della sua produzione, lasciando una quota bassa alle sottoscrizioni per ripagare il passivo. Qui stiamo invece parlando di un servizio, monetariamente almeno, del tutto gratuito. Anche per le prime radio libere il discorso è simile: all’inizio non si pagava la SIAE e le potenze dei trasmettitori erano bassissime[8] per cui quest’ultimi erano anch’esse a costo molto basso: in pratica, procuratisi trasmittente ed antenna occorreva pagare un mixer, un registratore, due microfoni, due giradischi, l’eventuale fitto di un monolocale e la corrente elettrica, spese alla portata di un qualunque collettivo politico dell’epoca.

Allora, la mia posizione è questa: io magari farei anche raggiungere molto volentieri Mastodon miliardi di utenti ma, come nel caso dei contadini e degli operai relativamente ai loro mezzi di produzione, lo ritengo impossibile per una questione puramente di costi. Insomma, se Mastodon avesse miliardi di utenti delle due l’una: o si sarebbe omologata agli altri social (cosa non impossibile purtroppo)[7] o vivremmo in una società migliore (ipotesi che mi augurerei). Se non li raggiunge, allora è una comunità di nicchia, dove non troverò mai il mio compagno di lavoro, di strada, il mio amico dei tempi di scuola, quella “gente comune” che dovrebbe essere il punto di riferimento della mia azione politica.

Mastodon, dal mio punto di vista, è la bicicletta di mia proprietà, che gestisco come voglio e che posso usare se mi viene impedito di usare mezzi di trasporto più rapidi ed efficienti. Di certo non vado in bicicletta da Napoli a Roma per il solo fatto che i proprietari delle ferrovie potrebbero decidere arbitrariamente di non farmi salire a bordo e qualche volta lo fanno. Ancor meno riconosco ad essi il diritto di proprietà privata: perché questo è l’altro grande rischio nel dire Facebook censura, allora creiamoci la struttura nostra

Insomma, senza disprezzare i tentativi come quello di Mastodon, come dicevo nell’articolo scorso, vanno continuati ad usare i vari social. Come nel caso degli spazi fisici, dei luoghi di studio e di lavoro, ecc. occorre starci in tutti i modi possibili ed immaginabili, facendo ad esempio battaglia politica dentro e fuori in direzione della loro socializzazione e della loro apertura a 360 gradi agli utenti, con i costi riservati, come suol dirsi in gergo tecnico, alla “fiscalità generale”. Come il movimento operaio e socialista nel suo complesso ha fatto per vari servizi tipo, ma non solo, l’istruzione e la sanità che all’inizio non erano (ed ancora oggi in certi luoghi non sono ed il neoliberismo vorrebbe generalizzare questo ritorno al passato) affatto pubbliche. Lotte di questo genere devono essere sullo sfondo di qualsiasi azione politica contro l’atteggiamento censorio dei proprietari legali di Facebook.[9]

Enrico Voccia

RIFERIMENTI

[1] VOCCIA, Enrico “Se Mastodon Avesse Miliardi di Utenti”, in Umanità Nova, n. 24, 2019. https://umanitanova.org/?p=10558

[2] PEPSY, “Potere e Comunicazione Sociale”, in Umanità Nova, n. 23, 2019. https://umanitanova.org/?p=10483

[3] Sul concetto vedi VOCCIA, Enrico “La Quarta Fase della Rivoluzione Industriale”, in Umanità Nova, n. 38, 2019.

[4] Anche quelli che, nelle società attuali, vengono definiti in stato di “proprietà pubblica”: qui concordo con l’analisi stirneriana per cui anche il governo è un “privato”, il privato più forte di tutti, al punto da far passare gli interessi privati del ristretto gruppo di persone che lo compongono come interessi “pubblici”. Sia detto per inciso, non comprendere questo punto è l’errore di base del marxismo da cui discendono tutti gli altri.

[5] PACO IGNACIO DE TAIBO II, Rivoluzionario di Passaggio, Milano, Tropea, 1996. Pare che il romanzo alla base della fortunatissima serie televisiva Dexter (https://it.wikipedia.org/wiki/Dexter_(serie_televisiva), La Mano Sinistra di Dio di Jeff Lindsay (Milano, Sonzogno, 2005) che ha per protagonista un “serial killer dei serial killer” sia stato ispirato proprio dalla figura di Sebastian San Vicente, che era stato effettivamente nella realtà un”killer a fin di bene” ed il cui ricordo era ancora in parte vivo nel continente americano.

[6] In ogni caso vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Biennio_rosso_in_Italia. Gli storici oggi tendono a vederlo come parte di più generale “biennio rosso europeo”: vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Biennio_rosso_in_Europa.

[7] Facebook, oggi tendiamo a dimenticarlo, non è nato affatto come servizio commerciale, ma come servizio gratuito e senza scopo di lucro offerto alla comunità degli studenti di Harward prima, degli studenti in generale poi, da parte di Mark Zuckerberg ed altri personaggi – all’epoca di tendenze sinistrorse – e poi, dato da un lato il successo dall’altro l’impossibilità di continuare a gestire i costi crescenti (ben superiori agli 85 dollari al mese del fitto dello spazio sul server iniziale) ha portato alla scelta della strutturazione aziendale. Vedi, ad esempio, https://www.fastweb.it/social/la-storia-di-facebook/.

[8] La prima radio libera napoletana è partita con una trasmittente di 10 watt ed un antenna da radioamatore adattata.

[9] Mentre scrivo queste righe mi arriva la notizia che faccialibro avrebbe iniziato a censurare anche determinate pagine di controinformazione sulla situazione cilena.

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