L’Associazione Genitori Tarantini, formata da un gruppo di genitori e cittadini accomunati dalla perdita di figli o parenti a causa di malattie dovute all’inquinamento, è l’associazione che ha promosso l’azione legale in cui la Corte d’Appello di Milano si è pronunciata per il blocco dell’area a caldo della ex Ilva. In attesa del pronunciamento definitivo da parte della Corte di Cassazione, la stessa associazione, insieme ad altre, sotto la parola d’ordine «Taranto torna a vivere», ha indetto la manifestazione a pochi giorni dallo sciopero dei lavoratori dell’Ilva e dell’indotto e prima del pronunciamento della Cassazione.
In una giornata splendida con un cielo limpido, di un azzurro che in questi giorni in cui la produzione è quasi azzerata ci sembra bellissimo, nel silenzio dei media nazionali, delle istituzioni locali e nazionali, dei sindacati confederali, una marea umana (si è parlato di più di 10.000 partecipanti) è partita da uno dei luoghi in cui vivevano i vecchi lavori, i maestri d’ascia, i pescatori, i cantieri di barche e ha percorso la città vecchia ed il centro cittadino, sostando sotto il Municipio blindato dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa, manifestando dissenso per l’accordo regionale che di fatto garantisce la continuità produttiva.
Noi non potevamo non esserci, in presenza di una partecipazione di popolo.
Uno sparuto numero di medici a testimoniare di una strage compiuta nel nome del profitto, tante famiglie tanti bambini tanti parenti di chi non ce l’ha fatta, parecchi venuti dai paesi vicini colpiti anch’essi dall’inquinamento, tanti sui marciapiedi pronti ad unirsi al corteo. Ci dovevamo essere anche per ostacolare il maldestro tentativo (come ricordava il nostro compagno Totò Caggese) di dividere le vittime di una stessa storia. Quella storia si chiama capitalismo, voglia di profitto a tutti i costi per i padroni e debiti e sprechi a carico dei cittadini. Lo slogan ripetuto costantemente era «Taranto libera» ma libera da chi e da che cosa? A questo interrogativo le associazioni non danno risposte chiare se non cori generici, un vago campanilismo, un protagonismo vantaggioso, scarsa chiarezza su quali forze popolari vigileranno nelle eventuali bonifiche e chi vigilerà su una sanità ormai a pezzi che dovrebbe occuparsi delle cure delle centinaia di malati da Ilva.
La richiesta di non portare simboli, bandiere, persino quella palestinese, la sensazione che tutto dovesse svolgersi con estrema educazione ci obbliga ad una riflessione collettiva.
Qualora l’area a caldo dovesse chiudere, cosa non certa anzi…( al momento in cui scriviamo la Cassazione ancora non si è pronunciata), «Taranto libera» non può rimanere uno slogan, una sfilata di associazioni, una serie di selfie con gli artisti, una personalizzazione delle lotte. « Taranto libera» deve significare un movimento autorganizzato e di massa che possa vigilare con una presenza militante su bonifiche e su potere sanitario affinché tutti possano curarsi senza che si utilizzino le disgrazie della gente per interessi legati alla sanità privata; una vigilanza continua sul diritto al reddito di tutti i lavoratori e le lavoratrici; il superamento delle burocrazie sindacali responsabili negli anni di collusioni, silenzi e carrierismi.
Costretti da troppo tempo a scegliere tra lavoro, salute e reddito, oggi dobbiamo partire da questa grande partecipazione di popolo per costruire insieme solidarietà e una forza collettiva capace di trasformare la rabbia in mobilitazione.
Una mobilitazione che veda gli operai bloccare la produzione in fabbrica in autogestione, i cittadini bloccare la città (molti erano i commercianti della città presenti), e insieme costruire uno Sciopero Sociale che metta al centro il NO all’occupazione militare dei territori, il NO al ruolo di recente attribuito alla città dall’Ammiraglio Cavo Dragone quale nuovo comando multinazionale marittimo per il Sud della NATO, il NO alla guerra, la garanzia del reddito per tutte e tutti, cure gratuite per i malati da Ilva.
Solo allora avremo dato un contributo per la reale liberazione della nostra terra.
Cosimo Cassetta