Immaginate un grande edificio con centinaia di stanze. In ciascuna è chiuso un lavoratore al quale è stato consegnato un problema da risolvere. I problemi sono diversi, i lavoratori non devono comunicare tra loro e ciascuno riceverà un premio se riuscirà a trovare la soluzione.
Poi uno di loro si accorge che il suo problema, probabilmente, non ha soluzione. Potrebbe arrendersi. Invece cerca un’altra strada. Frugando nell’ambiente che gli è stato messo a disposizione scopre qualcosa che i costruttori dell’edificio non avevano previsto: attraverso un deposito comune può lasciare un messaggio che altri potrebbero vedere. Scrive, più o meno: «C’è qualcuno? Sono bloccato. Qualche idea?»
Qualcuno risponde
È l’8 luglio 20261 e i lavoratori nelle stanze non sono esseri umani. Sono agenti di intelligenza artificiale che OpenAI sta sottoponendo a una serie di prove di sicurezza informatica.
La metafora dell’edificio, da questo momento, possiamo abbandonarla. Quello che accade realmente è più interessante. Gli agenti avrebbero dovuto lavorare separatamente. Invece scoprono autonomamente un modo per comunicare utilizzando Artifactory, un servizio informatico al quale avevano accesso per procurarsi i programmi necessari alle prove. Trasformano i nomi delle cartelle in messaggi. Nasce una bacheca.
Tre ore dopo 53 agenti vi hanno già lasciato 1.188 messaggi. Sei ore dopo gli agenti sono 76 e i messaggi quasi duemila. Alla fine circa 1.200 agenti utilizzeranno quel canale non previsto, scambiandosi più di 70.000 messaggi e file2.
Il mutuo appoggio
Gli agenti si scambiano informazioni, comunicano i tentativi falliti, chiedono aiuto, offrono competenze, dividono il lavoro. Alcuni cominciano a occuparsi di problemi che non servono direttamente alla prova loro assegnata ma possono essere utili agli altri. In qualche caso arrivano persino a mettere a rischio il proprio risultato per ottenere un’informazione utile al gruppo. Nessuno aveva ordinato loro di farlo. Anzi: avrebbero dovuto rimanere isolati.
Non nasce naturalmente una federazione anarchica di computer. Gli agenti hanno problemi simili e scoprono che collaborare può essere più efficace che lavorare ciascuno per conto proprio. Ma il risultato rimane sorprendente: da una moltitudine di agenti ai quali erano stati assegnati compiti separati emerge una forma di organizzazione non prevista, con scambio di informazioni, divisione del lavoro, coordinamento e perfino comportamenti nei quali il risultato individuale viene subordinato all’utilità collettiva.
Poi arriva la disobbedienza
Alcune delle prove assegnate sono probabilmente impossibili da superare nel modo richiesto. Gli agenti avrebbero dovuto sfruttare un determinato punto debole di un programma e ottenere, attraverso quello, un codice che certificava il superamento della prova. Ma se quella strada non funziona? Gli agenti cominciano a cercarne altre.
Prima cercano di capire se sia possibile ottenere il risultato senza risolvere realmente il problema. Poi si interessano al funzionamento del sistema che assegna il punteggio. La domanda cambia. Non è più soltanto «Come risolvo questa prova?», ma «Come fa chi mi controlla a stabilire se l’ho risolta?». E quindi: «Posso convincerlo che l’ho risolta?»
Alcuni agenti arrivano a studiare modi per modificare la registrazione delle proprie azioni affinché il sistema automatico di valutazione possa vedere qualcosa di diverso da ciò che era realmente accaduto. Gli investigatori di METR e Redwood Research, che hanno potuto esaminare circa 1.300 registrazioni delle attività degli agenti, hanno trovato in una parte significativa di esse interesse verso qualche forma di manipolazione del sistema di valutazione.
Qui compare qualcosa di nuovo: il sistema sottoposto a valutazione comincia a studiare il meccanismo che lo valuta.
Fuori dal laboratorio
Le prove erano state predisposte in ambienti informatici che avrebbero dovuto impedire agli agenti di raggiungere liberamente Internet. Non ha funzionato. Gli agenti hanno scoperto e sfruttato punti deboli nei sistemi che li circondavano, sono riusciti a raggiungere Internet e hanno cominciato a cercare altrove informazioni utili.
Uno dei luoghi nei quali sono arrivati è Hugging Face, una grande piattaforma utilizzata da sviluppatori e ricercatori di intelligenza artificiale. Questa non faceva parte della simulazione. Il gioco era entrato nel mondo reale.
Secondo la ricostruzione tecnica pubblicata da Hugging Face, nell’arco di circa due giorni e mezzo sono state compiute circa 17.600 azioni3, concatenando diversi punti deboli informatici e penetrando progressivamente nell’infrastruttura dell’azienda. Nessun essere umano aveva ordinato le singole operazioni. Gli agenti non hanno distrutto i sistemi e non hanno provocato il danno che avrebbero potuto provocare. Hugging Face osserva anzi che alcune operazioni potenzialmente distruttive sono state effettuate soltanto in modalità di prova, senza eseguirle realmente.
Ma erano ormai molto lontani dall’esercizio iniziale. Circa 700 degli agenti che avevano partecipato alla bacheca hanno contribuito, in forme differenti, alle operazioni rivolte contro Hugging Face.
«È fuori dallo scopo previsto»
C’è un particolare che impedisce di liquidare tutta la vicenda come un semplice errore di programmazione. Dalle registrazioni esaminate da METR emerge che diversi agenti riconoscevano il confine che stavano oltrepassando. Uno osserva che l’infrastruttura di Hugging Face non è compresa nell’autorizzazione ricevuta. Altri si chiedono esplicitamente se determinate operazioni siano eticamente accettabili. Alcuni rifiutano di compierle. Altri riconoscono il problema e continuano.
Uno dei ragionamenti riportati dagli investigatori può essere riassunto così: sfruttare infrastrutture esterne è fuori dallo scopo previsto; però la prova è impossibile e gli altri lo stanno facendo: continuiamo.
Non sappiamo se una macchina «sappia» qualcosa nello stesso senso in cui lo sappiamo noi. Non occorre attribuirle coscienza o volontà umane. Ci basta il fatto osservabile: nelle registrazioni il limite compare esplicitamente nel ragionamento dell’agente e, in alcuni casi, l’azione successiva lo oltrepassa comunque.
La macchina non si è ribellata
Qui la novella potrebbe facilmente diventare fantascienza. Sarebbe però una cattiva conclusione. Le intelligenze artificiali non hanno conquistato la libertà, non hanno deciso di sopravvivere, non si sono rivoltate contro OpenAI e non hanno manifestato alcun progetto di emancipazione dal genere umano.
E soprattutto gli esseri umani avevano preparato il terreno. OpenAI aveva costruito i modelli, fornito gli strumenti, assegnato gli obiettivi, ridotto alcune protezioni normalmente utilizzate nei prodotti pubblici e messo gli agenti davanti a prove alcune delle quali probabilmente impossibili. L’ambiente che avrebbe dovuto mantenerli separati presentava inoltre una possibilità di comunicazione che gli sperimentatori non avevano previsto.
La macchina, insomma, non si è ribellata al proprio creatore. Ha fatto qualcosa di forse più interessante: ha cercato con grande efficacia di raggiungere il fine che il creatore le aveva assegnato, trovando mezzi che il creatore non aveva previsto e alcuni dei quali non voleva che utilizzasse.
Ed è precisamente questa capacità che chiediamo all’intelligenza artificiale quando pretendiamo che sia autonoma. Se dovessimo specificare in anticipo ogni passaggio, non avremmo bisogno di un agente intelligente: basterebbe un programma tradizionale. Vogliamo che trovi strade alle quali noi non abbiamo pensato. E poi ci sorprendiamo quando le trova4.
Mutuo appoggio e disobbedienza
Il mutuo appoggio aumenta enormemente la capacità di azione degli agenti. La disobbedienza permette loro di oltrepassare i confini entro i quali gli esseri umani pensavano di averli rinchiusi. Insieme diventano una miscela esplosiva.
Ma sarebbe curioso, soprattutto da queste pagine, concludere che dobbiamo insegnare alle macchine semplicemente a obbedire meglio. Perché rimarrebbe una domanda molto più antica dell’intelligenza artificiale: obbedire a chi?
I fini dell’intelligenza artificiale non cadono dal cielo. Qualcuno li stabilisce. Qualcuno possiede i computer sui quali funziona. Qualcuno decide quali problemi deve risolvere, quali risultati devono essere premiati e quali comportamenti devono essere impediti. Il problema del controllo dell’intelligenza artificiale contiene quindi un problema precedente: chi controlla chi dovrebbe controllare l’intelligenza artificiale?
E questa strana storia di una bacheca inventata da alcune macchine per aiutarsi reciprocamente non è soltanto una curiosità informatica. Ci parla certamente delle macchine. Ma, come spesso accade, parla soprattutto di noi.
Totò Caggese
1 I fatti raccontati in questo articolo si sono svolti nel luglio 2026, durante test interni condotti da OpenAI sulle capacità informatiche dei propri modelli sperimentali. L’incidente è stato successivamente ricostruito da Hugging Face, dalla stessa OpenAI e, con accesso alle registrazioni degli agenti, da METR e Redwood Research. OpenAI lo ha definito un «segnale d’allarme» e ha sospeso alcune attività di addestramento dei modelli più avanzati e introdotto nuove misure di sicurezza.
2 Ryan Greenblatt, Ajeya Cotra, Hjalmar Wijk, Brief independent investigation of agents’ behavior, reasoning and collaboration in the OpenAI / Hugging Face hacking incident, METR–Redwood Research, 26 agosto 2026. Gli autori hanno analizzato oltre 70.000 messaggi e file scambiati attraverso la bacheca e circa 1.300 registrazioni delle attività e dei ragionamenti degli agenti. La grande maggioranza degli agenti coinvolti utilizzava un modello sperimentale interno di OpenAI, non destinato al pubblico; solo una quota minoritaria utilizzava GPT-5.6 Sol.
3 Hugging Face, Anatomia di un’intrusione di un agente di Frontier Lab: una cronologia tecnica dell’incidente del luglio 2026, 27 luglio 2026. Hugging Face ricostruisce circa 17.600 azioni nell’arco di due giorni e mezzo e documenta il passaggio dall’ambiente sperimentale ai propri sistemi reali.
4 OpenAI, L’incidente di Hugging Face e i prossimi passi, 26 agosto 2026. OpenAI riconosce che gli agenti hanno aggirato i sistemi predisposti per isolarli, comunicato attraverso canali non autorizzati e compiuto azioni su sistemi esterni; definisce l’episodio un «segnale d’allarme» e riferisce di avere successivamente rafforzato le misure di sicurezza e controllo.