Crosetto annuncia l’invio di navi da guerra nello stretto di Bab El Mandeb, e l’Italia è sempre più coinvolta nella guerra globale. È urgente dare una risposta chiara alle politiche di guerra, contro nuove spedizioni militari e per il ritiro di tutte le missioni all’estero. È difficile in questo momento prevedere cosa succederà nei prossimi giorni e quali fatti effettivamente seguiranno alle dichiarazioni del Ministro della Difesa Crosetto. Certo l’avanzata delle truppe del Consiglio politico supremo Huthi in Yemen ha mutato rapidamente la situazione, facendo emergere le difficoltà e le vulnerabilità dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati, tra cui l’Italia.
Non è facile inquadrare la vicenda. Per capire cosa sta succedendo in queste settimane può essere utile riassumere alcuni fatti. In Yemen è in corso una guerra civile dal 2014 quando il Consiglio politico supremo degli Huthi, una forza sciita zaydita che negli anni è stata legata all’Iran, ha conquistato la capitale Sana’a iniziando un lungo conflitto prima contro le forze leali al regime del presidente Hādī, sostenuto da USA e Arabia Saudita, e poi dal 2022 – dopo il fallimento delle trattative di pace in seguito al ritiro di Hādī – contro il Consiglio di Leadership Presidenziale, ancora unico governo yementa riconosciuto dalla cosiddetta comunità internazionale. Nel contesto della guerra di Israele a Gaza dal 2023 e poi nel quadro della guerra con l’Iran condotta da Stati Uniti e Israele a partire dal marzo scorso, gli Huthi sono più volte intervenuti a sostegno dei propri alleati. Negli ultimi mesi lo scontro tra USA e Iran per il controllo dello stretto di Hormuz ha dato una nuova centralità strategica al Mar Rosso e allo stretto di Bab El Mandeb. Dallo scorso marzo infatti l’Arabia Saudita ha deciso di trasferire gran parte del traffico di petrolio sull’oleodotto est-ovest Petroline, che dai giacimenti di Aqbaiq nel Golfo Persico arriva fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso, fino ad allora sottoutilizzato, iniziando ad impiegarlo al massimo della sua capacità. Da allora si sono intensificati gli attacchi lungo il tracciato di 1201 km che taglia in due la penisola arabica e ha 13 stazioni di pompaggio. La vulnerabilità dell’infrastruttura a sabotaggi ed attacchi militari si inserisce in un contesto già complesso, infatti, per limiti degli impianti, anche in una situazione di pace questa soluzione non avrebbe comunque reso l’Arabia Saudita in grado di fornire la stessa quantità e qualità di oli che potevano passare via nave attraverso Hormuz, mettendo in discussione il suo ruolo di fornitore globale di petrolio. A partire dal 3 settembre, gli Huthi hanno lanciato un’offensiva assumendo il controllo di quasi tutta la costa occidentale dello Yemen, e quindi di fatto anche dello stretto di Bab El Mandeb, occupando le principali isole di questo strategico braccio di mare. In seguito ad attacchi con droni all’oleodotto, l’Arabia Saudita ha chiuso lo scorso 11 settembre l’intera conduttura per motivi di sicurezza. Nei giorni successivi le forze Huthi sono avanzate ulteriormente in Yemen, mentre sono proseguiti i bombardamenti con droni verso l’Arabia Saudita. In questo contesto si colloca l’annuncio sull’invio di navi da guerra nello stretto di Bab El Mandeb, fatto nel pomeriggio del 17 settembre da Crosetto al Forum Risorsa Mare di La Spezia che ha visto la partecipazione di numerosi esponenti del Governo, delle Forze Armate e delle imprese armatoriali, spedizioniere e portuali. Crosetto ha affermato che l’Italia era pronta ad inviare le navi anche da sola e che la “burocrazia” italiana non si sarebbe sovrapposta a quella europea, facendo chiaramente riferimento a problemi interni alla missione europea Aspides. Poche ore dopo, nella notte tra il 17 e il 18 settembre, le forze armate Houthi hanno colpito la base aerea Re Fahd a Taif, in Arabia Saudita vicino a La Mecca. Uno dei quattro Eurofighter italiani schierati nella base, nel quadro della missione Task Force Air Arabia, è stato distrutto nell’attacco. Stando alle notizie diffuse dalle agenzie, nella base, oltre a militari sauditi, statunitensi e di altri paesi, sarebbero presenti 300 militari italiani. Le truppe italiane sono presenti nell’area da tempo, ma è dalla seconda metà di marzo che è in corso questa missione, che nel complesso prevede lo schieramento di 300 militari, 4 eurofighter, un aereo radar e due aerei da trasporto C-130J. Una missione passata sotto traccia anche grazie alle nuove procedure di autorizzazione per le missioni militari all’estero, che non prevedono più la precisa indicazione del paese e dell’area in cui impiegare le forze di spedizione, ma inquadrano le missioni entro parametri più generici, permettendo il ricollocamento di uomini e mezzi all’interno di ampie aree geografiche.
Come già è stato scritto in passato su queste pagine, anche riguardo alla costituzione di un contingente di intervento rapido, la nuova procedura è più adatta al contesto di guerra globale, lasciando al governo ampia possibilità di manovra. In questo modo la gestione e la rimodulazione delle missioni sembra in effetti avvicinarsi sempre più alla conduzione di una campagna di guerra.
Oltre alla Task Force Air Arabia, nei paesi del Golfo è anche schierata la Task Force Land Cerbero, che conta 260 militari, unità SAMP/T antimissilistiche, radar avanzati e sistemi di difesa aerea contro droni di piccole e medie dimensioni.
Al momento non c’è notizia di una riunione del Consiglio dei Ministri, né sembra sia stato annunciato un intervento di Crosetto in Parlamento, si tratta quindi per ora solo delle dichiarazioni rese dal ministro di fronte ai padroni del mare nella città militarizzata di La Spezia. In effetti l’unico fatto conseguente, di cui almeno siamo a conoscenza, è la scorta effettuata dalla fregata Bergamini alla nave portacontainer Jolly Oro della compagnia Ignazio Messina in viaggio verso Suez. Intanto l’Arabia Saudita ha estremamente ridotto le esportazioni di petrolio, gli USA sembrano in difficoltà, o comunque hanno finora valutato di non intervenire direttamente, limitandosi a fornire supporto all’Arabia Saudita, che in questi giorni sta effettuando bombardamenti su obiettivi Huthi. Quali che siano gli sviluppi delle prossime ore risultano paradossali le parole pronunciate ancora da Crosetto ancora nel fine settimana, in seguito all’attacco che ha colpito gli aerei italiani: “Non siamo in guerra”. Questa frase che va ripetendo dallo scorso marzo è purtroppo tradita dalla realtà dei fatti. Perché certo Roma non avrà dichiarato guerra al governo di Sana’a, ma le truppe italiane sono presenti in tutta l’area, a supporto di paesi ampiamente coinvolti in questa guerra. Senza contare le armi e le attrezzature che attraverso l’Italia, se non direttamente dall’Italia, sono arrivate all’Arabia Saudita e che hanno alimentato la guerra civile in Yemen in tutti questi anni. Basti pensare che proprio da questo è iniziata – nel 2019 – la campagna contro il trasporto di armi nel porto di Genova da parte di gruppi di lavoratori portuali, protesta estesasi poi ad altri porti.
Inoltre le truppe italiane sono presenti con la missione Aspides e con le missioni antipirateria tra Mar Rosso e Oceano Indiano, ma soprattutto sono presenti sull’altra sponda dello stretto di Bab El Mandeb, con le missioni in Somalia e la base militare in Gibuti. Una parte consistente della proiezione militare, nonché degli interessi economici e politici dell’Italia, sono orientati in questa regione. In un contesto come questo impegnarsi a tutelare la “libertà di navigazione” – ovviamente solo per grandi armatori e gruppi finanziari – non è tanto diverso da dichiarare guerra.
Dario Antonelli