Durante la guerra civile spagnola (1936-1939) Barcellona fu pesantemente bombardata dalla Regia Aeronautica italiana. Le incursioni più gravi si svolsero nei giorni del 16, 17 e 18 marzo 1938 e provocarono oltre mille morti e la distruzione di decine di edifici.
L’azione fu ordinata da Mussolini in persona, allora capo del governo italiano e che godeva della fiducia del re, senza informare la Giunta golpista di Burgos.
La Regia Aeronautica era intervenuta in Spagna fin dai primi giorni del conflitto, su ordine diretto di Mussolini, che aveva inviato 12 bombardieri SM 81 con i relativi equipaggi e specialisti, per permettere l’invio in Spagna delle truppe marocchine agli ordini dei generali ribelli. Per evitare complicazioni internazionali, furono cancellati i simboli identificativi e i piloti furono dotati di documenti falsi. Una volta arrivati nel Marocco Spagnolo, gli equipaggi vennero arruolati nel Tercio de etranjeros, la Legione straniera spagnola, e costituirono il nucleo di quella che sarà chiamata l’Aviazione Legionaria.
Gli aerei che bombardavano Barcellona e Valencia provenivano dalle basi nelle isole Baleari. All’indomani dell’alzamiento dei generali fascisti contro la Repubblica (19 luglio 1936), nelle isole Baleari questi ultimi ottennero un successo, sopraffacendo le forze popolari. Ben presto da Barcellona, sotto la guida del Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, furono organizzate spedizioni che portarono alla liberazione di Ibiza e Minorca, e a sbarcare nella stessa Maiorca (16 agosto1936), dove le forze fasciste stavano per essere sopraffatte. Per evitare che le Baleari tornassero sotto il controllo repubblicano, l’Italia fascista inviò nell’arcipelago il console della milizia Arconovaldo Bonacorsi (26 agosto 1936), alla guida di uno stormo di bombardieri e caccia, che ebbero rapidamente ragione dei miliziani (19 settembre 1936).
Il Bonacorsi impose alle Baleari la propria dittatura personale e compì massicce stragi fra i sostenitori della Repubblica, che secondo alcune fonti raggiungevano la cifra di tremila persone. I massacri compiuti dagli italiani e dai falangsti spinsero lo scrittore reazionario francese Georges Bernanos a condannare il franchismo nel suo libro “I grandi cimiteri sotto la Luna”.
Il governo fascista puntava all’annessione dell’arcipelago, come rivelò Camillo Berneri nel 1937 basandosi sui documenti trovati nel consolato italiano di Barcellona, all’indomani della sconfitta, in quella città, della ribellione fascista. Del resto, le isole erano state riempite di simboli fascisti come le aquile romane; la via principale di Palma di Maiorca fu ribattezzata “Via Roma”. Il governo italiano stabilì a Maiorca la principale base militare in Spagna. Le isole Baleari furono poste sotto la giurisdizione del Ministero della Marina Militare italiano.
Alla fine di ottobre 1936 la presenza militare italiana sull’isola ammontava a 12.100 unità e le bandiere italiane sventolavano sull’isola.
Furono più di settecento gli aerei che il governo fascista impiegò contro le forze repubblicane in Spagna, dal 1936 al 1939.
Accanto all’Aeronautica fu impiegata anche la Marina Militare: lo scopo era garantire la sicurezza dei convogli, come quelli che trasportarono l’armata d’Africa sul territorio metropolitano, e il rifornimento della zona nazionalista. A partire dall’estate del 1937 fu attuato il blocco dei porti repubblicani, con l’uso di sommergibili senza insegne, provocando l’affondamento di parecchie navi che portavano aiuti alla Spagna repubblicana.
Anche in questo caso Francia e Gran Bretagna misero in scena la commedia di una conferenza internazionale per la sicurezza della navigazione nel Mediterraneo, che si concluse con l’istituzione di pattuglie navali di controllo a cui avrebbero partecipato anche Italia e Germania, gli stati responsabili degli affondamenti, e da cui sarebbe stata esclusa l’Unione Sovietica, la principale vittima.
Dal 15 dicembre 1936 cominciò anche l’intervento di terra. Da quella data fu operativa la M.M.I.S. (Missione Militare Italiana in Spagna), composta da istruttori che avevano l’incarico di formare due Brigate Miste italo-spagnole nonché di fornire materiali e armi. Sotto questo nome, un primo contingente di 3000 soldati viene inviato a Cadice con un ponte aereo.
Il 17 febbraio 1937 la M.M.I.S. divenne il C.T.V. (Corpo Truppe Volontarie), composto in massima parte da volontari del Regio Esercito e della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, l’organizzazione degli squadristi. Complessivamente, il Corpo Truppe Volontarie arriverà a contare fino a 70.000 effettivi. L’importanza di tale contributo si capisce subito se si pensa che i generali golpisti, all’indomani del colpo di stato, disponevano di 80.000 uomini delle truppe regolari.
Nel febbraio del 1937, la divisione di camicie nere “Dio lo vuole” partecipa all’offensiva franchista su Malaga. L’apporto italiano è decisivo per la sconfitta repubblicana: oltre alle camicie nere, l’aviazione legionaria e la Marina Militare bombardano. Dopo la conquista di Malaga, una massa di 250.000 persone abbandona la città e si dirige verso Alméria, in territorio repubblicano, inseguita dalle camicie nere e dall’aviazione: i fascisti italiani compiono un massacro, assassinando dalle 5.000 alle 15.000 persone. È il peggior crimine contro i civili di tutta la guerra di Spagna.
Nel marzo 1937 truppe italiane composte da circa 35.000 unità sono impiegate nella battaglia di Guadalajara, con cui il generale Franco spera di conquistare Madrid. La volontà dei caporioni fascisti è chiara: alla vigilia dell’attacco, il generale Mario Roatta, che comanda il C.T.V., dirama una circolare in cui ordina di fucilare dopo la cattura gli italiani combattenti nelle fila della Repubblica. Dell’esecuzione di tale ordine il generale doverosamente informava i superiori romani con telegramma del 12 marzo 1937. Coerentemente Roatta alla vigilia di Guadalajara aveva esortato le sue truppe a non temere i decantati “internazionali”, trattandosi solo di “quelli stessi che i nostri squadristi hanno sonoramente legnato per le vie d’Italia”. Nonostante queste roboanti dichiarazioni, gli italiani subiscono una pesante sconfitta, perdendo 3.800 combattenti, tra morti, feriti e prigionieri. Il C.T.V. lascia sul terreno anche una grande quantità di armi e materiale: 65 cannoni, 13 mortai, 10 carri armati, 500 mitragliatrici e 3.000 fucili. A Guadalajara Mussolini è stato sconfitto da “quegli stessi” di cui parlava Roatta, dagli anarcosindacalisti di Cipriano Mera e dai comunisti di Lister.
Dopo la sconfitta di Guadalajara, le truppe inviate dal governo fascista italiano cominciano ad operare in unità miste spagnole e italiane.
Il Corpo Truppe Volontarie parteciperà alla battaglia di Santander (agosto-settembre 1937) e successivamente viene trasferito sul fronte aragonese, dove prese parte alla corsa verso il mare che nel 1938 spezzerà in due il territorio repubblicano.
Nel 1939 il C.T.V. partecipa alla conquista di Barcellona e di tutta la Catalogna. Alla notizia che sono stati presi anche molti italiani, anarchici e comunisti, Mussolini ordina di farli fucilare tutti, ed aggiunge: “I morti non raccontano la storia”.
L’intervento del governo italiano in Spagna è stato decisivo per la vittoria del generale Franco, ed è stato favorito e appoggiato dalle altre potenze imperialiste, che vedevano il pericolo della Spagna rivoluzionaria. Si è caratterizzato per una lunga striscia di sangue, di massacri di civili, per cui nessuno ha pagato. Finché è stato al potere Francisco Franco, il generalissimo aveva tutto l’interesse a nascondere la montagna di morti provocati dalla sua Cruzada; una volta che Franco è morto e il franchismo è caduto, il nuovo regime ha preferito aderire alla Comunità Economica Europea e mantenere buoni rapporti con l’Italia.
Che cosa significa ancora oggi l’intervento italiano in Spagna ce lo dice un sito antifascista catalano: genocidio. L’armadio delle stragi non comprende solo Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema: in quell’armadio c’è anche l’Amba Aradam, Barcellona, Maiorca, Malaga e così via. Che senso ha per lo Stato italiano chiedere il risarcimento alla Germania per i crimini di guerra del 1944-1945, se non si preoccupa di risarcire le vittime dell’aggressione alla Spagna nel 1936-39? Se non rende conto del blocco della costa mediterranea per impedire il traffico marittimo da e per la Repubblica; dei bombardamenti a tappeto nelle città per diffondere il terrore tra la popolazione civile; della distruzione sistematica delle infrastrutture civili lungo l’intera costa catalana e valenciana; dell’occupazione di Maiorca, con i massacri degli oppositori?
Alla fine della seconda guerra mondiale, alla conferenza di Parigi del febbraio 1947, l’Italia dovette pagare un risarcimento economico a Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica, Etiopia, Albania. Egitto e Libia avrebbero ricevuto un risarcimento in seguito. Le riparazioni sono ancora esecutive, con mezzi diplomatici e giudiziari, ma le vittime iberiche sono le uniche che non hanno ricevuto alcuna riparazione dai governi italiani che sono succeduti al regime fascista di Mussolini. Evidentemente trucidare un popolo realmente in grado di battersi contro il fascismo è considerato ancora oggi meritorio.
Tiziano Antonelli