Bakari Sako, bracciante agricolo originario del Mali, 35 anni, con famiglia in Mali, stava per diventare padre di due figli, viene aggredito da quattro minorenni e un maggiorenne e ucciso, alle 5.00 del mattino del 9 maggio in piazza Fontana nella città vecchia di Taranto, mentre in bicicletta si recava nelle campagne di Massafra. Dopo essere stato accoltellato a morte, Bakari Sako ha cercato rifugio e soccorso senza riceverlo in un bar della piazza. Il 15 maggio viene emanato un provvedimento di sospensione di 60 giorni dell’esercizio commerciale in cui Bakari aveva cercato aiuto e il 16 maggio il proprietario del bar viene indagato per favoreggiamento.
Il 14 maggio, nonostante la pioggia battente, la piazza dove è stato ucciso Bakari Sako, era stracolma di gente di ogni tipo. Fortissima la presenza dei lavoratori stranieri (comunità africana, del Mali, del Gambia ed altre), venuti in massa con ogni mezzo, rispondendo alla chiamata dell’Associazione Babele. Noi che siamo lavoratori tra i lavoratori dovevamo esserci. Lo abbiamo fatto con la presenza, i comunicati, gli striscioni e la nostra presa di parola. Abbiamo avuto la sensazione di quanto la gente fosse distante dagli amministratori, per la maggior parte assenti (il sindaco era ad un matrimonio); i pochi amministratori presenti a disagio per non aver proclamato il lutto cittadino ed aver attivato, strumentalmente solo ora, lo sportello di mediazione interculturale intitolandolo a Bakari Sako; abbiamo avuto la sensazione di quanto la stessa piazza fosse distante anche dai sindacati confederali e dai “giullari di corte”, mediatori del conflitto.
Di contro abbiamo incrociato gli sguardi, ci siamo sentiti non soli ma accompagnati dalla piazza che, applaudendo agli interventi dei compagni appartenenti a più aree antagoniste, sottolineava che la giustizia potrà anche fare il suo corso ma la lotta al caporalato, allo sfruttamento, al patriarcato è urgente ed indispensabile. Più volte i lavoratori sfruttati hanno richiamato, nella loro lingua, il nome di Sako.
Nel nostro intervento abbiamo ribadito che la violenza cieca (come definita dagli inquirenti) non esiste, che la violenza ha sempre uno sguardo, un orientamento, un bersaglio che gli è stato indicato e che anche se il potere non ha la diretta responsabilità del coltello, ha la responsabilità della parola: migranti utilizzati come spauracchio per raccogliere voti nelle campagne elettorali, mai considerati per il lavoro duro che svolgono e per i bisogni che esprimono.
Inoltre abbiamo denunciato come, cronometrica, sia arrivata la risposta del ministro dell’Interno, prontamente raccolta dall’amministrazione locale, che si propone di erogare enormi quantità di denaro per fronteggiare l’emergenza criminalità aumentando massicciamente l’organico delle forze di polizia.
Abbiamo ribadito che la Città Vecchia di Taranto non ha bisogno di più forze di polizia ma necessita di strutture, ambulatori, consultori, centri di aggregazione più che di gentrificazione e turistificazione del centro storico.
La Città Vecchia è un territorio da sempre abbandonato al degrado dallo Stato, presente solo per reprimere e che ha favorito l’industria pesante con il suo carico di morte per il profitto di pochi, con una riscoperta ricchezza, data dalla turistificazione, che i ragazzi del quartiere odorano, cresciuti in quel brodo culturale che distingue vite e modelli che meritano rispetto e vite che si possono prendere a calci, diventando quindi facile preda della criminalità organizzata.
Il quartiere, se pur povero e umiliato, non ha mai prodotto nel passato episodi di razzismo, ma una umanità sorprendente: il razzismo è un dispositivo costruito, alimentato e favorito.
Tra gli abbracci allo zio e al fratello di Sako, presenti, abbiamo concluso l’intervento ribadendo che non esistono confini e che la nostra patria è il mondo intero.
Cosimo Cassetta