Minacce invisibili, pericoli concreti. “Minaccia ibrida” e restrizioni delle libertà di informazione e comunicazione

Un recente Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.103 del 6 maggio 2026, ha ridefinito le modalità di funzionamento del Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (CISR), un organo preposto alla gestione delle situazioni critiche. In particolare quelle “situazioni di crisi sistemica che coinvolgono aspetti di sicurezza nazionale, ivi compresi gli scenari connessi alla minaccia ibrida” (art.1, comma m).

L’inclusione di questa “minaccia” tra quelle degne di rilevanza sembra proprio una diretta conseguenza dell’ampio dibattito pubblico e mediatico che si è sviluppato negli ultimi 10-15 anni sulla cosiddetta “guerra ibrida”. Un concetto, tuttavia, che rimane privo di una definizione univoca e condivisa a livello internazionale. Strettamente correlato ad altri termini di natura controversa e oggetto di dibattito, quali “geopolitica” o, più esotici, come il “Reverse Brzezinski”. Senza dimenticare i non trascurabili collegamenti con i tradizionali filoni del complottismo.

Tra i primi esempi utilizzati per illustrare il concetto di “guerra ibrida” si annoverano la guerra civile in Siria, scoppiata nel 2011, e il conflitto in Ucraina, iniziato nel 2014. Questi avrebbero fornito un contesto concreto per l’analisi e la comprensione delle dinamiche complesse che caratterizzano le guerre moderne, contribuendo così alla crescente attenzione rivolta a determinati fenomeni nell’ambito della sicurezza nazionale e internazionale.

La “guerra ibrida” viene descritta come una strategia ad ampio raggio che integra guerra convenzionale, irregolare, informativa e informatica, impiegata da attori statali e non statali per conseguire obiettivi politici senza necessariamente ricorrere ad un attacco armato o a una guerra formalmente dichiarata. Tale strategia mira a sfruttare le vulnerabilità del nemico individuabili in un ampio spettro di contesti al fine di destabilizzarlo. Gli strumenti impiegati includono le tecnologie informatiche e della comunicazione, che consentono di colpire obiettivi che in passato erano raggiungibili esclusivamente tramite armi e azioni militari convenzionali. Esempi di tali attacchi comprendono le operazioni contro infrastrutture critiche, quali quelle energetiche, sanitarie, finanziarie, comunicative e di trasporto, che possono essere compromesse anche mediante attacchi informatici in grado di causare danni significativi. A queste operazioni si vanno ad aggiungere le classiche campagne di disinformazione, propaganda e guerra psicologica.

Anche una poco approfondita analisi storica mostrerebbe che la minaccia pervasiva della “guerra ibrida” non costituisce un fenomeno recente, bensì un elemento intrinseco ai conflitti armati tra Stati, che hanno sempre contemplato l’impiego di armi convenzionali e non convenzionali. In altre parole, le guerre sono state nel corso del tempo sempre più o meno “ibride”, ma l’attuale utilizzo del termine è talmente ampio ed elastico da renderlo applicabile a diverse situazioni e quindi di estremamente scarsa utilità.

Un aspetto relativamente nuovo in questo settore è l’individuazione del “cyberspazio” come uno dei principali campi di confronto e degli strumenti di comunicazione elettronica come alcune delle armi più decisive. Limitandoci, per brevità, alla “guerra dell’informazione”, quella che si combatte attraverso siti web e piattaforme di social media, possiamo notare che di veramente nuovo c’è davvero poco.

La disinformazione e la propaganda sono state impiegate su Internet fin dai suoi albori, e le persone sono sempre state destinatarie di operazioni volte alla manipolazione della loro opinione, attraverso la diffusione di narrazioni che presentano gli eventi interni e internazionali in modo da esaltare o in contrasto con gli interessi di chi detiene il potere.

Attualmente, la maggior parte delle persone è connessa in modo continuativo a uno o più social media e ha accesso a un’ampia gamma di fonti di informazione e disinformazione. In determinate situazioni, le persone possono assumere un ruolo più attivo rispetto al passato. Tuttavia, la natura di questo ruolo non è facilmente prevedibile, per cui le persone possono fungere da “amplificatori” delle campagne di disinformazione o, al contrario, rappresentare un ostacolo alla loro diffusione.

Di conseguenza, diventa sempre più cruciale per i Governi dotarsi di strumenti di controllo tecnici e legislativi sul “cyberspazio” per mantenere la capacità di limitare, in misura parziale o totale, l’accesso alla comunicazione tramite Internet, una pratica già adottata in molte occasioni in diversi Stati. Inoltre, data la natura intrinsecamente sfuggente di questa materia, chi detiene il potere può facilmente ricorrere a spiegazioni che, quando più conviene, tirino in ballo un qualche tipo di “minaccia ibrida”, senza dover fornire spiegazioni approfondite. Per esempio, per giustificare una vittoria, una sconfitta elettorale o le cause che stanno dietro un determinato avvenimento. Un Governo potrebbe etichettare come un “attacco ibrido” proveniente dal nemico di turno (magari esterno) quello che viene pubblicato su una piattaforma social caratterizzata da una significativa presenza di dissidenti che scrivono costantemente contenuti critici nei confronti dell’esecutivo e/o favorevoli alle posizioni di qualcuno dei suoi avversari.

Il DPCM citato all’inizio è stato considerato da numerosi commentatori come un opportuno adeguamento legislativo per affrontare le minacce ibride invisibili del prossimo futuro, dimenticandosi di notare che rappresenta al contempo un ulteriore provvedimento potenzialmente restrittivo delle libertà di informazione e comunicazione.

Pepsy

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