Oltre lo specismo. Il cammino verso la liberazione totale

mangiare carne è qualcosa che fai al corpo di qualcunǝ altrǝ senza il suo consenso”
Pattrice Jones (Fighting Cocks. Ecofeminism vs. sexualized violence, 2011)

Era il 1792 quando Mary Wollstonecraft, della quale si è parlato nella rubrica Una filosofa al mese nel numero 02/2026 di Umanità Nova, pubblicava il saggio A Vindication of the Rights of Woman.
In quello stesso anno Thomas Taylor, filosofo neoplatonico britannico dell’Università di Cambridge, usando uno pseudonimo, pubblicava il testo satirico A Vindication of the Rights of Brutes allo scopo di ridicolizzare la rivendicazione dei diritti delle donne sostenuta da Wollstonecraft: per sottolineare quanto fosse assurdo che le donne potessero rivendicare dei diritti, Taylor suggeriva, in maniera provocatoria, di estendere tali diritti anche agli animali.

Taylor nel suo libello colloca le donne, le cui rivendicazioni suscitano risate di scherno, nella stessa categoria degli animali, ma di fatto, con tale reductio ad absurdum, suggerisce l’esistenza di un collegamento tra le istanze femministe e quelle di liberazione animale.
Oggi, con buona pace di Taylor, tali rivendicazioni non suscitano più tanta ilarità e, sul piano filosofico, le istanze etiche della liberazione animale sono state accolte dal femminismo sin dagli anni Sessanta. Da un punto di vista politico è infatti possibile rinvenire un collegamento tra femminismo e animalismo, intesi come movimenti di liberazione, che individuano nel paradigma del dominio la radice comune dell’oppressione.

Tale collegamento è ben sottolineato dal filosofo australiano Peter Singer che, in Liberazione Animale (1975), rende popolare il termine specismo (coniato nel 1970 da Richard D. Ryder, psicologo britannico che, dopo l’avvio di esperimenti sugli animali, iniziò una battaglia contro questa pratica diventando uno dei pionieri del movimento di liberazione animale), definendolo “una distorsione del giudizio a favore degli interessi della propria specie e contro quelli dei membri di altre specie”. La filosofia di Singer, di stampo utilitarista, considera moralmente giuste le azioni che tengano conto degli interessi degli esseri che hanno la capacità di soffrire.

Lo specismo è l’ideologia diffusa, in cui tuttǝ noi siamo immersǝ e che assorbiamo senza rendercene conto, che pone la specie umana al vertice di una piramide e la legittima a considerare tutte le altre specie animali come inferiori, una visione che ha radici culturali e che, afferma Singer, viene codificata nelle antiche scritture ebraiche, dove si legge che la specie umana avrebbe un diritto divino di dominio sulle altre specie, e nella grecità classica con la sua visione antropocentrica. Tali principi sarebbero poi confluiti nel cristianesimo, attraverso il quale sono giunti al predominio in Europa e, negli ultimi cinque secoli, fuori dai confini europei, fino ad influenzare il resto del mondo.

La svalutazione sistematica degli animali non umani, ridotti ad oggetti a nostra totale disposizione, ne rende possibile lo sfruttamento e l’uccisione. Ne deriva una stretta analogia con razzismo e sessismo, in quanto forme di discriminazione fondate sull’interesse di un gruppo a discapito di altri e sulla perpetuazione di una gerarchia di potere. L’antispecismo, vicino al movimento dell’ecologia profonda e all’anarchia verde, amplia i concetti di antirazzismo e di antisessismo includendo le altre specie animali e, superando la visione antropocentrica, sostiene che l’appartenenza biologica alla specie umana non possa in alcun modo giustificare la possibilità di disporre della vita, della libertà e del corpo di un individuo appartenente ad un’altra specie, riconosciuto come soggetto senziente e non più come risorsa o mezzo.

Tra le figure a cui Singer riconosce una straordinaria azione pionieristica c’è il saggista ed attivista inglese Henry Salt, antispecista ante litteram, che fu il primo, nella storia del pensiero occidentale, a riconoscere una radice politica comune tra l’oppressione umana e animale. Salt, a cui dobbiamo la nozione di diritti animali, si batté per l’abolizione della pena di morte e per la riforma del sistema carcerario, e nel 1891 fondò la Humanitarian League per opporsi sia alle ingiustizie verso gli esseri umani che alle forme di crudeltà nei confronti degli altri animali. Nel 1894 scrisse il saggio Animals’ Rights, Considered in Relation to Social Progress, in cui sottolineava l’analogia tra la condizione degli animali domestici e quella degli schiavi neri del secolo precedente: L’emancipazione degli uomini dalla crudeltà e dall’ingiustizia – vi si legge – porterà con sé, a tempo debito, anche l’emancipazione degli animali. Le due riforme sono inseparabili e nessuna delle due può essere completamente realizzata da sola”. La modernità del pensiero di Salt consiste nel superamento dell’atteggiamento pietistico tipico dell’approccio protezionista nei confronti delle altre specie e nell’intuizione di riunire i diritti naturali di tutte le specie in un’unica causa da combattere.

Ai giorni nostri ritroviamo un simile approccio anche nell’opera del filosofo giusnaturalista statunitense Tom Regan, autore del saggio I diritti animali (1983) in cui sostiene la cessazione di tutte le pratiche di sfruttamento, basandosi sull’assunto che ogni animale, in quanto soggetto-di-una-vita, dotato perciò di valore intrinseco e di interesse a vivere, sia titolare di diritti morali inalienabili.
Nel saggio Gabbie vuote. La sfida dei diritti animali (2004), l’approccio abolizionista e il rifiuto di pratiche del cosiddetto animal welfare sono ben sintetizzati da Regan nella frase: “Dobbiamo svuotare le gabbie, non renderle più grandi”.

A dispetto del fatto che nel corso degli anni sembra essersi sviluppata una maggiore attenzione per il benessere animale, a tutela del quale sono state promulgate svariate leggi, è indubbio che l’avvento del capitalismo e dell’era industriale abbiano reso la nostra “l’epoca peggiore per essere un animale”, per usare ancora le parole di Peter Singer, poiché lo specismo ha avuto gli strumenti per mettere in atto il più grande sterminio della storia del pianeta: “l’allevamento di stampo industriale non è altro che l’applicazione della tecnologia e delle forze di mercato all’idea che gli animali siano un mezzo per i nostri fini”.

Ogni anno nel mondo circa 170 miliardi di esseri senzienti (considerando solo gli animali allevati a scopo alimentare), ciascuno con la propria complessa unicità di individuo, pur senza che la specie umana abbia la necessità di cibarsene, vivono imprigionati negli ingranaggi di una gigantesca catena di montaggio e da queste somme già impressionanti sono esclusi gli animali marini, il cui numero, difficilmente quantificabile, pur se arrotondato per difetto, supera di gran lunga quello relativo al massacro della fauna terrestre.

In questi numeri abnormi e nel crescente tasso di crudeltà che la competizione di mercato porta ad esercitare sugli animali per incrementare la produzione contenendo i costi, risiede la ragione per cui lo storico americano e studioso dell’Olocausto Charles Patterson nel 2002 scrive Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’Olocausto, in cui, in seguito ad un’analisi storica indispensabile per capire come si sia arrivati a una tragedia di tali dimensioni, dando voce ad alcuni sopravvissuti all’Olocausto, diventati poi difensori degli animali dopo aver compreso che la radice della violenza è la medesima, stabilisce un innegabile paragone tra il modo in cui i nazisti trattavano le loro vittime e il modo in cui, nella società attuale, vengono trattati gli animali. Il titolo del libro prende spunto dagli scritti di Isaac Bashevis Singer, e in particolare da un passo del suo racconto L’uomo che scriveva lettere: “Nei loro confronti tutti sono nazisti: per gli animali Treblinka dura in eterno”. L’analogia stabilita da Patterson suscitò polemiche e indignazione, ma è innegabile che la gestione dei campi di concentramento, come descritto dalle testimonianze dei superstiti, richiama procedure di tipo industriale tipiche dei mattatoi, esattamente come il trattamento dei corpi degli individui, ridotti ad oggetti in entrambi i casi.

Il tema della reificazione dei corpi degli animali, associato alla mercificazione dei corpi delle donne, è al centro dell’opera di Carol J. Adams, saggista e attivista statunitense, autrice di Carne da macello. La politica sessuale della carne (1990). Il comune destino riservato quotidianamente ai corpi femminili e animali è individuato da Adams nelle fasi di oggettificazione, frammentazione e consumo. È il linguaggio a favorire la normalizzazione dell’oppressione, generando una dissociazione tra la carne presente nel piatto e il corpo dell’animale ucciso. Per spiegare tale processo di rimozione Adams introduce il concetto di referente assente: sostituendo all’animale che viene consumato termini neutri come “carne”, “hamburger” o “bistecca”, che disinnescano l’impatto cruento della violenza, il linguaggio evita che si produca un’associazione diretta con il corpo dell’animale a cui quei pezzi appartenevano. È proprio a partire dagli anni Novanta che, a livello teorico, si sviluppa un movimento femminista intersezionale, antispecista ed ecologista, che individua come capisaldi l’inviolabilità dei corpi, la lotta contro ogni tipo di oppressione e contro la cultura del dominio antropocentrico.

Per superare l’antropocentrismo occorre ripensare radicalmente al nostro ruolo di specie all’interno della rete dei viventi e recuperare quello che, grazie agli studi dell’antropologia moderna, sappiamo essere stato il rapporto dell’uomo pre-civilizzato con la natura, rapporto che ancora oggi caratterizza molte popolazioni indigene: una relazione di non separazione, priva di gerarchie, che permette all’essere umano di dialogare senza frontiere di specie con la comunità dei viventi di cui è parte.

Occorre ricordare che il conflitto tra natura e cultura che noi occidentali moderni abbiamo elevato a paradigma, non è altro che un approccio disfunzionale alla realtà, che ci sta conducendo alla nostra stessa fine. Dovremmo superare questo modello dicotomico, questa visione della natura come alterità che ha colonizzato le menti di tuttǝ noi, ma che, come oggi sappiamo grazie agli sviluppi che ci sono stati in ambito scientifico (soprattutto grazie all’etologia e alle neuroscienze), è in antitesi con la nostra stessa biologia.

Come abbiamo visto, alla base di ogni forma di oppressione c’è sempre una separazione, l’attribuzione arbitraria di superiorità da una parte e subalternità dall’altra, che legittima la sopraffazione, sia che si parli di corpi umani, di corpi animali, di foreste, di sistemi ecologici, di comunità indigene, ecc.
Se combattiamo le discriminazioni, non esiste alcuna valida ragione per non mettere in discussione lo specismo. Se combattiamo per la libertà e l’autodeterminazione degli individui, non esiste alcuna valida ragione per adottare uno standard morale diverso nei confronti degli individui che appartengono ad una specie diversa dalla nostra. Essere libertariə è un motivo in più per rifiutare di ignorare l’orrore a cui la nostra specie sottopone tutte le altre. Come è possibile opporsi alla violenza, senza considerare il fatto che i nostri piatti ne sono pieni? Come è possibile accettare di perpetuare il retaggio religioso di una gerarchia tra le specie?Costruire recinti identitari e vivere le lotte in modo settoriale non ha senso. È invece necessario e urgente, soprattutto alla luce degli scenari attuali e delle sfide future, ribadire ancora una volta la necessità di un approccio intersezionale nelle lotte, che veda finalmente riconosciuta e affrontata la matrice comune di tutte le forme di oppressione, senza dimenticare lo specismo, che è talmente interiorizzato e normalizzato che spesso non solo è assente dai dibattiti, ma non è nemmeno considerato un terreno di lotta, e che invece va assolutamente affrontato per scardinare anche l’ultimo baluardo di sfruttamento e di violenza sistematica e per costruire un fronte comune sull’unico cammino possibile, quello verso la liberazione totale.

Francesca Geloni – Gruppo Germinal Carrara

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