Iran: crisi sistemica. Repressione e rivolta contro la logica del potere

Negli ultimi mesi, la situazione interna in Iran è precipitata in una crisi di portata storica, segnalando un punto di rottura nel lungo conflitto tra il regime teocratico della Repubblica Islamica e una popolazione sempre più esausta da anni di stagnazione economica, dovuta in gran parte alle sanzioni USA, repressione politica e religiosa e disuguaglianze strutturali. Le proteste che sono esplose nella notte del 27 dicembre 2025 non sono un fenomeno isolato, ma si inseriscono in una dinamica di accumulazione di tensioni sociali e geopolitiche che mostrano come il sistema politico iraniano sia giunto a un punto di crisi terminale.

In superficie, l’innesco immediato della mobilitazione è stato economico: il crollo del valore della valuta nazionale, l’inflazione galoppante e il peso insostenibile delle sanzioni finanziarie internazionali (principalmente USA), che hanno bloccato circa 100 miliardi di dollari di fondi iraniani all’estero, hanno messo in ginocchio il tessuto produttivo e sociale. Secondo fonti internazionali, l’inflazione ha superato il 50% e milioni di persone si trovano sotto la soglia di povertà, mentre parti sostanziali della popolazione lottano contro la carenza di beni essenziali.

Il governo e l’esercito iraniano bollano le proteste come orchestrate da un nemico esterno. Non è un argomento nuovo per la propaganda del regime, a cui questa retorica serve per giustificare la durissima repressione e fare appello alla coesione nazionale. Esiste comunque indubbiamente un piano di fortissima tensione tra gli stati. Vi sono analisti che interpretano l’attuale fase come una continuazione indiretta della guerra di 12 giorni del 2025, sostenendo che il conflitto con Israele prosegua in forme non dichiarate. Gli stessi israeliani hanno dichiarato forme di supporto alle mobilitazioni, mentre Donald Trump — rafforzato politicamente da recenti azioni imperiali in America Latina — continua a minacciare apertamente l’Iran. La risposta di Teheran è altrettanto chiara: qualsiasi attacco comporterebbe colpi contro le basi americane nella regione e forse contro Israele stesso. Un elemento particolarmente significativo di questa fase è il dispiegamento diretto dell’esercito regolare nelle strade a sostegno del governo, un fatto inedito rispetto a molte proteste precedenti. Questo segnala che il potere non interpreta più il dissenso come una questione interna gestibile, ma come una minaccia esistenziale, potenzialmente legata a dinamiche di guerra regionale con il coinvolgimento di USA e Israele.

L’Iran ha conosciuto importanti ondate di protesta nel 1999, 2009, 2017, 2019 e 2022, ma l’attuale fase presenta elementi nuovi. Nel 2009 la richiesta centrale era quella di elezioni oneste; oggi la parola d’ordine è spesso cambio di regime, sebbene declinata in forme contraddittorie. Le proteste sembrano svolgersi prevalentemente di notte (anche se quelle di giorno stanno aumentando in questi giorni), adattandosi a un contesto fortemente militarizzato, e si estendono geograficamente più di quanto appaia dai dati disponibili.

Le autorità iraniane hanno imposto un blackout di Internet a livello nazionale dall’ 8 gennaio 2026, tagliando l’accesso alle comunicazioni digitali come strumento di controllo sociale, e hanno intensificato l’uso di violenza brutale contro i manifestanti. Non solo organizzazioni umanitarie come Human Rights Watch, ma anche lo stesso governo iraniano parla di migliaia di morti. I numeri di feriti e arrestati variano a seconda delle fonti ma sono comunque altissimi. Intanto i media esteri cercano di documentare gli eventi nonostante il blackout. Le immagini che emergono — per quanto frammentarie, data la censura – rivelano una repressione indiscriminata, che include spari sui civili e detenzioni arbitrarie. Questa escalation violenta mette in luce la natura della Repubblica Islamica: un apparato fortemente militarizzato che esercita potere attraverso un complesso di forze di sicurezza, incluso l’IRGC, la Guardia Rivoluzionaria Islamica, la quale detiene un quasi-monopolio sulla violenza “legittima”.

Gli slogan che risuonano nelle strade sono vari tra cui — “Morte a Khamenei”, “Basij, Sepah, ISIS: siete tutti uguali” — esprimono anche una rabbia che non distingue più tra apparati repressivi interni e logiche di violenza globali. In questa equivalenza simbolica emerge una consapevolezza diffusa: il problema non è un singolo leader o una fazione, ma un intero sistema fondato sulla coercizione, sulla gerarchia e sulla gestione autoritaria della società.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’attuale mobilitazione è l’assenza di una leadership riconosciuta o di forze politiche tradizionali capaci di dirigerla. L’organizzazione delle proteste appare orizzontale, basata su reti informali, relazioni comunitarie, botteghe locali e — quando possibile — sull’uso dei social media (quasi tutto internet è stato bloccato negli ultimi giorni). Questa struttura riflette sia una scelta politica implicita sia una necessità materiale, dal momento che quasi tutte le organizzazioni di base sono state sistematicamente distrutte dal regime nel corso degli anni. In questo scenario, alcuni settori interni al potere cercano di proporre una lettura “riformista”, presentandosi come alternativa moderata al collasso. Si tratta, tuttavia, di un tentativo trasparente di riciclare le stesse élite sotto nuove etichette, una strategia ben nota che mira a preservare l’ordine esistente cambiandone solo l’estetica (il nostro Gattopardo).

Parallelamente, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah (Re), tenta di appropriarsi simbolicamente delle proteste. Nonostante disponga di alcuni sostenitori, la maggior parte dei quali vive all’estero, la sua figura resta legata a un passato autoritario e a una chiara collocazione filo-americana. Il fatto che oggi alcune voci chiedano un “ritorno alla monarchia” non indica una reale nostalgia popolare, ma piuttosto il vuoto politico prodotto da decenni di repressione, in cui qualsiasi alternativa viene presentata come preferibile allo status quo.

Dal punto di vista geopolitico, l’Iran è percepito come un attore chiave nel Medio Oriente, non solo a causa del suo programma nucleare e della sua influenza su milizie alleate (Hezbollah, milizie sciite in Iraq e Siria), ma anche per le sue relazioni con potenze globali come Russia, Cina. Un intervento da parte di USA, Israele o stati loro alleati, per quanto sembri al momento una minaccia in qualche modo rientrata, rimane ancora possibile.

L’analisi mainstream tende a leggere la crisi come un rischio per la stabilità regionale e per i mercati energetici, enfatizzando le dinamiche di equilibrio tra poteri in competizione. Secondo alcuni report, l’instabilità iraniana potrebbe avere conseguenze sui prezzi del petrolio e sulla sicurezza degli stretti di Hormuz, snodo cruciale delle esportazioni globali di energia. Ma questo potrebbe senza dubbio avere ulteriori conseguenze negative per l’economia non solo cinese e russa ma anche europea, andando incontro a quelli che sembrerebbero essere attualmente gli interessi statunitensi.

La crisi iraniana non è semplicemente una lotta tra governi e contestatori, né un fenomeno cui si possono applicare pacchetti di riforme democratiche importate dall’esterno. Piuttosto, essa rivela i limiti profondi del potere statale e delle strutture gerarchiche che dominano le società moderne.

Lo Stato teocratico iraniano non è un’entità neutrale da cui ottenere più libertà, ma un apparato coercitivo basato sul monopolio della violenza e sulla gestione burocratica della società. Le disuguaglianze economiche e l’assenza di autonomia sociale non sono accidentali, ma radicate nel funzionamento stesso dello Stato e del capitalismo globale. Le proteste del 2025-2026, non sono un’aggressione estemporanea, ma un’espressione di desideri profondi di autodeterminazione, solidarietà comunitaria e rifiuto delle gerarchie imposte dall’alto.

Movimenti come Women, Life, Freedom in Iran rappresentano molto più di una semplice opposizione riformista: incarnano una critica radicale delle fondamenta stesse del potere. Essi collegano rivendicazioni di libertà individuale e collettiva con la lotta contro oppressioni multiple — di genere, economiche, etniche e politiche — in una visione che rifiuta ogni forma di dominazione.

In questo scenario si colloca anche la posizione del Fronte Anarchico Iraniano (Anarchist Front), fondato nel 2009 dall’unione di The Voice of Anarchism e the Era of Anarchism, attivo soprattutto in Iran e Afghanistan. In un’intervista del 5 gennaio a freedomnews.org.uk, il Fronte ha definito le proteste genuine (e non guidate), riconoscendo la presenza di influenze esterne ma rifiutando l’idea che esse ne siano la causa principale. Per gli anarchici iraniani, la radice della rivolta è senza dubbio economica ma, soprattutto, politica e strutturale: una ribellione contro la logica stessa del potere. Un membro del Fronte, Afshin Heyratian, è attualmente detenuto nella prigione di Evin, simbolo storico della repressione politica in Iran. Il Fronte si oppone fermamente a qualsiasi intervento occidentale, statunitense o israeliano, e non si definisce un’organizzazione militare. Tuttavia, non esclude la possibilità di riorganizzarsi qualora le condizioni lo rendessero necessario.

Noi anarchici speriamo che l’obiettivo di questo movimento rivoluzionario non sia sostituire un’élite dominante con un’altra, né utilizzare l’apparato statale per proteggere i diritti civili. Poiché lo Stato moderno è fondato sulla suddivisione verticale del potere e sulla dipendenza dalla violenza istituzionalizzata, la vera emancipazione si raggiunge solo attraverso la costruzione di forme di auto-organizzazione orizzontali, cooperative e radicalmente democratiche, capaci di rompere con le strutture coercitive tradizionali. In altre parole, la rivoluzione non consiste soltanto nello spodestare i governanti, ma nel superare le strutture stesse del potere statale che li hanno prodotti.

La crisi iraniana sembra dunque essere multilivello: è una lotta di potere interna, una questione di dinamiche geopolitiche globali, e allo stesso tempo uno specchio delle tensioni insostenibili generate dallo Stato e dal capitalismo contemporanei. Gli eventi in corso hanno un peso che va oltre i confini nazionali, poiché mettono in discussione non solo un regime autoritario, ma il concetto stesso di legittimità politica fondata sulla coercizione. La sinergia tra protesta sociale diffusa e critica radicale dell’autorità potrebbe — se coltivata con consapevolezza e solidarietà internazionale — rappresentare non solo un cambiamento di governo, ma l’avvio di una trasformazione radicale della società iraniana e, per estensione, delle strutture di potere nel mondo intero.

Gabriele Cammarata

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