Quei vecchi dischi, oggi

Con l’avanzare dell’età mi sono accorto che piuttosto spesso, nel parlare con amici e compagni dei nostri diversi orientamenti e preferenze musicali, si tende a dare agli ascolti della giovinezza un valore particolare. Se ne parla come se il gusto nel rapportarsi alla memoria avesse subito l’influenza importante e profonda dell’affetto. A questo, il tempo che passa aggiunge quella che è una distorsione percettiva, nel senso che i dischi di quando avevamo vent’anni ci sembrano invariabilmente i migliori: sono quelli che ci smuovono i sassi dentro, quelli di cui da qualche parte abbiamo scolpito le parole, quelli di cui avvertiamo lì appena dietro al cuore i sommovimenti tellurici. Quelli, soltanto quelli. Quelli dove sono raccolte le canzoni che ci cantiamo dentro nei momenti difficili quando c’è proprio bisogno di aggrapparsi a qualcosa, le canzoni che segretamente anche noi sappiamo suonare benissimo con l’air guitar. Quelle lì, e non altre.

Presumo che tutto questo accada perché quei certi dischi hanno fatto come minimo da colonna sonora ad una fase importante della nostra crescita: hanno accompagnato le nostre idee nel loro formarsi e noi dietro. A vent’anni dentro ai dischi troviamo degli amici intimi, dei compagni fidati che ti raccontano con le tue parole e suonano una musica che ti mette le mani addosso. Quelle venute prima e dopo sembrano, come dire, musiche di consistenza inferiore e comunque meno adatte a descriverci, a rappresentarci, a farci da tetto nei periodi di pioggia nonché a farci godere ogni volta che ci riverberano dentro in testa.
Mi fa parecchio strano quindi ritrovarmi oggi alle prese con queste ristampe, per me forse poco utili perché conservo ancora il vecchio vinile dell’epoca – che a tutt’oggi secondo me suona pure bene. Non nego però che il tenere fra le mani un pezzo di plastica rotondo e fresco con dentro i Kina mi metta addosso un bel frullato di emozioni positive e diverse: che questa roba sia ancora in giro mi fa un piacere enorme e s’insinua in me la convinzione che possa essere addirittura di una qualche utilità formativa ai più giovani. Che da qualche parte ci sia qualche ragazza e qualche ragazzo di adesso che magari da queste canzoni sappia trovare ispirazione, così com’era successo a me una volta.

Con Alberto, Gianpiero e Sergio direi che una sera ottobrina del 1983, quindi fate voi i conti, si era tutti insieme a Torino ciascuno una birra e tutta la vita davanti, complici dell’incontro i Franti. Ci siamo rivisti qualche settimana dopo al Virus a Milano per un concerto collettivo – una performance breve, caotica, nervosa, sporca e insoddisfacente, a ripensarci uno specchio spietato della nostra inadeguatezza. Di lì a breve i tre avrebbero registrato e fatto circolare una cassetta con una dozzina di pezzi – Nessuno Schema nella Mia Vita, la prima di molte uscite a venire.

I romani di Spittle Records e di Goodfellas (www.goodfellas.it), ovviamente d’accordo con i nostri, hanno da qualche tempo ristampato in formato vinile-più-cd quella cassetta ed altri tre dischi: Irreale Realtà (uscito nel 1985), Cercando (1986) e la raccolta di pezzi sparsi Troppo Lontano e Altre Storie. Copertine praticamente identiche all’edizione originale Blu Bus (ma Troppo Lontano non era mai stato pubblicato prima su vinile), sono cose che sono state poi diffuse a un prezzo corretto e accettabile. So che a Roma dovrebbero occuparsi anche della ristampa delle altre cose pubblicate dal gruppo, ma non ho notizie sui tempi di attesa.

Poco male, non è comunque roba che non regge all’assalto del tempo – per quei pochi che non li avessero mai sentiti, ciò che proponevano i Kina era grossomodo identificabile come anarcopunk. Lo era senz’altro come atteggiamento tiramenti e sonorità, eppure ogni loro uscita costituiva un episodio decisamente a sé: un oggetto solare e speranzoso in quel periodo di dischi neri dappertutto e soprattutto desolatamente tutti uguali – i bambini messi male oppure già morti di fame incollati in copertina ed un’imitazione urlata maldestra e davvero scarsa del rumore delle bombe dentro i solchi.

Il suono dei Kina era sferragliante e veloce sì ma aveva addosso un che di fresco, era pulsante senza essere sporco, era ricco di energia e vitalità (una caratteristica di per sé sufficiente ad attirare l’invidia), a volte addirittura cantabile ma assolutamente incompromissorio. Non assomigliavano a nessun altro gruppo punk italiano, forse un po’ agli americani Hüsker Dü ma soltanto un po’.

Dentro ai testi i tre aostani spremevano il peso del ritrovarsi a vivere in provincia lontano da tutto e da tutti. Non si vergognavano del loro disagio e dei propri dubbi, delle aspettative che gli stavano abbottonate addosso troppo strette e raccontavano le salite in montagna con le speranze ficcate come chiodi nelle pareti verticali. Hanno aperto un’etichetta discografica e, diversamente da quanto fatto da buona parte dei colleghi della scena, l’hanno mandata avanti mescolando gioia e rivoluzione: considerandola non dico una missione ma una specie di mestiere speciale. Lavorando sodo, macinando migliaia di chilometri e consumando in tour le ferie sono riusciti a pubblicare un sacco di materiale anche di altri gruppi e costruire una rete di scambi internazionale, dimostrazione concreta che la creatività è una enorme fortuna che come fortuna va trattata e non dispersa, che suonare cantare scrivere disegnare sono un qualche cosa in cui credere, credere davvero e darci dentro. Hanno dovuto lottare, rischiare, esporsi. Alla fine anche cedere.

Questa vecchia plastica allora forse non è poi da buttar via. O, peggio, da ignorare. Ciascuno di questi vecchi dischi merita tutta l’attenzione possibile perché insegna quanto è importante lottare per potersi esprimere liberamente. Anche oggi, soprattutto oggi insegna che la libertà di espressione non è una banalità acquisita e stabile e senza radici ma un diritto inviolabile irrinunciabile da custodire e difendere costantemente. È qualche cosa per cui vale la pena costruirci una vita intorno, una vita sul serio, una vita vera – non una recita adatta solo a quei fottuti quattro metri quadri di palco.

Marco Pandin

Per contatti stella_nera@tin.it .