Percorsi di incompatibilità

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Quella che segue è la seconda parte di un documento di analisi la cui prima parte è stata pubblicata sul numero 15 di Umanità Nova e che potete leggere qui.

2.0 Del reddito o dell’Incompatibilità di Sistema

Il discorso è incentrato sull’analisi di alcuni aspetti contraddittori, legati alla ricerca di percorsi emancipativi che il “movimento” sta tentando di mettere in pratica negli ultimi due lustri. L’analisi viene portata avanti partendo da alcuni concetti base, quali la redditualità diretta, la redditualità indiretta ed il mutualismo: associati a questi si pone l’obbligo di ridefinire talune strategie e recuperare alcuni particolari significati.

Nello specifico, prima di affrontare i concetti base è utile un ragionamento per inquadrare il problema dal punto di vista storico e sociale. Si farà quindi riferimento ad un processo necessario, che qui viene definito di “identificazione”, ossia il processo di percezione del proprio ruolo all’interno di un contesto storico, economico, sociale e politico. Processo a priori, rispetto alla ricostruzione del concetto, oramai svuotato di senso, di identità di classe.

Il secondo significato oggetto dell’analisi, è quello dell’incompatibilità col sistema, la quale si esplica come elemento essenziale per innescare una rottura sostanziale – quindi strutturale – con il sistema. L’incompatibilità è la prima importante fase da concepire, senza la quale si intraprendono percorsi che si ammantano di velleità antagoniste o di conflittualità col sistema ma che, nella sostanza, cercano di scavare nicchie comode all’interno dello stesso: nella fattispecie nicchie di mercato.

È chiaro che ci si muove nell’ambito di una critica radicale condotta con gli strumenti della decostruzione delle narrazioni ufficiali – la mercificazione totale ed il mercato come unico orizzonte di senso possibile – e delle contro narrazioni “antagoniste”, ossia la ricerca di forme alternative per l’ottenimento di reddito apparentemente fuori dalla logica mercatale.

2.1 Reddito, Lavoro e la Società del Consumo

Il lavoro, nella sua essenza di processo trasformativo, non è una prerogativa dell’essere umano; macchine e animali possono svolgere molte mansioni, soprattutto le macchine le quali, in ragione dell’avanzamento tecnologico, tendono a sostituire il lavoro umano. Quindi il lavoro in sé, come fonte di profitto per chi lo utilizza, organizzandolo in un processo razionale, potrebbe fare a meno dell’essere umano se si potesse affidare ogni mansione ad un sistema meccanizzato o elettronico. Per quanto fantascientifico possa apparire, è quello che si sta realizzando; questo non è però un problema nuovo che attanaglia la contemporaneità, visto che fu ipotizzato già nel momento stesso in cui si ravvisavano le prime innovazioni tecnologiche nel campo industriale.

Si può immaginare sul lungo periodo che si raggiunga un equilibrio nello sviluppo globale del pianeta ma non si può chiedere a chi versa in angosce, quali la segregazione sociale e la povertà, di sperare in un ipotetico futuro migliore – ammesso e non concesso che gli sconvolgimenti climatici non ci spazzino via anzitempo. Forse spostando l’attenzione dal problema del lavoro in termini quantitativi, al problema del lavoro in quanto fattore di riproduzione che può essere surrogabile con altro, ci indurrebbe a rivedere alcune scelte del passato e rimodulare le azioni del presente.

Discutere sul significato del lavoro non equivale quindi a definirne il senso: il fatto che la domanda più pertinente della nostra contemporaneità ruoti attorno al senso del lavoro dovrebbe far risuonare qualcosa nelle menti di coloro i quali negli anni si sono sempre dimostrati attenti ai cambiamenti. Molte cose sono cambiate definitivamente nell’ultimo quarto di secolo, alcune stanno cambiando molto rapidamente, per altre il cambiamento è sempre stato implicito nella loro natura; purtroppo ci si è spesso attardati nell’affrontare i sintomi dei mutamenti senza scendere alle radici stesse del problema.

Declinare il senso del lavoro, nel momento in cui esso sta profondamente mutando la sua essenza in quanto fattore di riproduzione sociale, mette in luce il ritardo analitico nel quale stiamo annaspando. Ritardo spesso assecondato da richieste di ripristinare lo status quo invece di tentare di mettere in discussione tutto il sistema. Negli anni passati si inneggiavano slogan contro la globalizzazione spesso non avendo idea di cosa fosse fino in fondo: ora che stiamo guardando i suoi effetti, spesso non ci viene in mente nulla di meglio che esigere redditi più alti e lavori stabili e questo vuol dire continuare a sottovalutare la portata del fenomeno.

Non è quindi semplice decifrare il senso del lavoro nella nostra contemporaneità senza comprendere fino in fondo cos’è il processo di globalizzazione e quali sono gli scenari che ha contribuito a chiudere e quali quelli che sta aprendo. Il lavoro e la struttura economica sono molto più che fattori interdipendenti, sono elementi costitutivi dello stesso sistema che, pur essendo influenzati dai medesimi processi, assumono ruoli diversi all’interno del meccanismo di riproduzione del capitale.

L’avanzamento tecnologico aumenta la velocità di trasferimento dei servizi, delle risorse e del capitale, fino al punto in cui i flussi di investimento ed i trasferimenti di denaro sono praticamente istantanei e virtualmente senza confini, mentre la velocità di trasferimento della forza lavoro oltre ad essere dettata dai tempi di trasporto è limitata dai confini istituzionali. Quindi da un lato i servizi e le merci non conoscono (o quasi) barriere, mentre il lavoro è bloccato e territorialmente circoscritto (Stiglitz 2015). L’innovazione tecnologica quindi crea le condizioni sulle quali si costruiscono nuovi scenari e sulle quali vengono ad essere impostate le istanze di cambiamento della struttura socio-economica mondiale.

L’implementazione del sistema dei trasporti e dell’informatizzazione della logistica ha contribuito in maniera assai profonda alla ridefinizione di tempi e costi attraverso un processo di efficientamento a livello mondiale. Ciò ha favorito la delocalizzazione della produzione in aree nelle quali il costo del lavoro è concorrenziale, addirittura con l’avanzamento tecnologico. Di là però di alcune eccezioni, il processo congiunto di delocalizzazione e robotizzazione sta rendendo problematica la gestione delle residualità di lavoratori attualmente impegnati in Europa e Stati Uniti. Per questi lavoratori l’economia neoliberista non è in grado di trovare una collocazione, se non chiedendo programmi statali di accompagnamento “dolce” alla disoccupazione, il workfare state inglese o il sistema Hartz IV tedesco, o disciplinando la forza lavoro in eccesso tramite lavori a bassa qualifica che sarebbero fin da ora in buona parte automatizzabili, come la logistica delle merci.

Quindi abbiamo da un lato lavori che tendono a sparire perché semplicemente sono rimpiazzati o da automi o da esseri umani che costano meno da qualche altra parte, mentre quel poco che resta è spinto dal principio di massimizzazione della produttività. Dal momento che un lavoratore in Europa “costa troppo”, allora devo farlo lavorare più intensamente nelle 8 ore – solo così posso parzialmente bilanciare lo svantaggio competitivo di lasciare la produzione in loco.

Quindi un paradosso potrebbe essere il seguente: si riduce il personale e quello che resta viene sottoposto a ritmi molto intensi e usuranti, mentre chi perde il lavoro (soprannumerario o semplice contestatore del ritmo produttivo) lotta per essere riassunto in un posto di lavoro parimenti logorante o comunque destinato a sparire, per opera della delocalizzazione o dell’automazione. Da qui nuovamente la domanda circa il senso del lavoro ed il significato che assume il lavoro salariato nella nostra fase storica: seguendo il ragionamento fino alle sue conseguenze ultime, si approderebbe al nocciolo del problema ed al fatto che il lavoro è l’unica attività che consenta la creazione di reddito monetario individuale. Da qui la domanda basilare sul significato autentico del reddito, il suo scopo nell’attuale struttura socio economica mondiale.

Quindi in occidente quale senso ha oggigiorno il lavoro salariato nel momento in cui si è deciso che non serve più? Quindi se non è più il lavoro umano salariato la componente principale di riproduzione del capitale, come si mantiene la società dei consumi? La risposta non è semplice; l’analisi delle attuali tendenze del mercato del lavoro inducono ad immaginare lo sviluppo di una sorta di “operaio non manuale”. Figure professionali iper-specializzate in mansioni tecnico-pratiche o procedurali; sono questi i casi della catena della logistica nella quale il facchinaggio è una componente numericamente bassa di tutta la forza lavoro impiegata, costituita in maggioranza da magazzinieri, tecnici meccanici o informatici che assistono e controllano le macchine.

Ma in tutto ciò viene introdotto anche un altro grosso cambiamento sociale: fino agli anni ’80 il salario era la misura sociale della ricchezza – sotto quel livello si era considerati poveri, su quel livello si faceva una vita “normale”, superato il salario dell’operaio specializzato o con forte anzianità di servizio cominciava la borghesia: dalla piccola borghesia impiegatizia ai liberi professionisti in su. Oggi questo ordine non solo è mutato, ma non vi è più uno strato sociale di riferimento che faccia da spartiacque tra il ricco e il povero, tutto è divenuto piuttosto relativo se si considera il possesso di strumenti tecnologici od il possesso di una vettura.

Il senso del lavoro come elemento di emancipazione sociale ha finito per dimostrarsi la menzogna che è sempre stata. Il lavoro emancipa solo nella misura in cui si è liberi acquirenti ed “eleva” solo nella misura in cui l’individuo vorrebbe guadagnare di più per acquistare di più. In quest’ottica il fordismo è ancora presente come orizzonte di benessere economico cui tendere. Come fare allora ad uscire dal vicolo cieco in cui versa attualmente l’occidente è un’incognita alla quale si deve prestare attenzione, perché sono su queste elaborazioni e su queste proposte che si giocano i futuri equilibri sociali e le strategie per ammansire gli individui.

Qui entra in gioco l’asso nella manica: la teoria legata ai redditi di cittadinanza o, in una visione ancora più “estrema”, al basic income. Ossia, redditi monetari elargiti dallo stato e prelevati attraverso meccanismi fiscali, redditi atti a compensare il fatto che – almeno in occidente – il concetto di lavoro umano sta progressivamente abbandonando il campo. In molti ci vedono il compimento di una società libera e felice, altri il compimento della supremazia dello stato, altri una schiavitù senza catene, ecc. A parte la differenziazione tra i redditi derivanti dal workfare ed il basic income, aventi due significati assolutamente distinti, il concetto di base rimane grossomodo invariato: qualcuno deve darti quattrini perché il tuo lavoro non serve più.

Per quanto concerne specificamente il basic income, o reddito universale, se da un lato elimina la retorica del merito sulla quale si sostiene invece il workfare, in quanto sarebbe un fisso mensile per tutti, ricchi e poveri, uomini e donne, singoli e famiglie – quindi cumulabile – dall’altro apre l’interrogativo circa la provenienza di questo salario universale. Uno dei principali sostenitori del basic income è il professor van Parijs il quale quantifica il reddito universale come percentuale sul PIL nazionale (dal 15 al 25%) divisa per tutta la popolazione residente maggiore di 18 anni: la spesa dovrebbe autofinanziarsi con l’eliminazione di tutti gli altri sussidi, comprese le pensioni.

Senza scendere nel dettaglio fine sulle reali fattibilità di questo strumento, le implicazioni sono assai semplici da essere dedotte: chi contesterà la crescita del PIL per ottenere la quale si è disposti ad esempio a svendere pezzi di territorio all’imprenditoria selvaggia o ad intraprendere campagne militari per mantenere alta la produttività e accaparrare risorse offshore?

Tentiamo però un’altra via per finanziare il reddito universale, immaginiamo una Tobin Tax, quindi un prelievo di qualche centesimo percentuale sulle transazioni del mercato azionario che sostenga l’esborso statale. Ebbene in questo caso sarà difficile poi convincere le persone che la speculazione finanziaria genera crisi sempre più ampie, dal momento che più si specula più danari entrano nelle tasche di tutti. La crescita lineare indefinita non sarà più un mantra ma una solida realtà da mantenere a tutti i costi.

Legare PIL e transazioni finanziare direttamente con il benessere materiale delle persone sarebbe catastrofico dal momento che siamo pienamente inseriti in un sistema che induce bisogni inutili sempre più costosi. Senza contare che la crescita di una parte di mondo può avvenire solo a scapito di qualche altra, il che vuol dire innescare una corsa all’accaparramento di ogni singola risorsa sulla quale poter speculare e non ci si riferisce qui alle sole risorse minerarie, ma all’acqua ed alla terra, elementi scarsi ma dei quali non si può fare a meno per nutrirsi e vivere. Probabilmente nella visione apocalittica di popoli che sostengono la diretta ridistribuzione della ricchezza, proveniente dalla crescita economica indefinita e dalle transazioni finanziarie e azionarie, l’espansionismo economico sarà sostenuto come l’unica realtà possibile, tanto quanto lo è attualmente il pensiero neo-liberista.

2.2 Il Reddito tra Mutualismo e Conflitto

Veniamo quindi ad uno dei nodi centrali della questione. Abbiamo fin qui distinto il reddito in due categorie, il reddito diretto (o monetario) ed il reddito indiretto (ossia il valore d’uso di beni e servizi): il primo non è riproducibile fuori del mercato monetario, il secondo è riproducibile nel momento in cui si entra in possesso di conoscenze e mezzi di produzione. È chiaro che un percorso politico che mira all’emancipazione non può che puntare alla progressiva riduzione del primo e di un aumento del secondo.

Siamo nel campo delle ipotesi e della speculazione teorica, un tempo definita utopia. Ma è pur vero che se da un lato il reddito serve per poter accedere a beni e servizi, nel momento in cui questi si riesce ad autoprodurli od autogestirli il fabbisogno di moneta comincia a decrescere, fino a limiti fisiologici imposti dal sistema economico e sociale nel quale si è immersi. Con questo non si intende un eremitaggio di massa od un ritorno alle istanze bucoliche: si intende, invece, mettere a sistema la tecnologia disponibile e la capacità di utilizzo, miglioramento e progettazione della stessa, che è polverizzata tra i lavoratori, per sopperire alle tariffe dei servizi, si intende una messa a sistema delle conoscenze per sopperire alla scarsità di servizi collettivi (ad esempio ambulatori popolari ed istruzione autogestita ma anche telecomunicazioni e automazione).

È abbastanza chiaro che organizzare una qualsivoglia microfiliera produttiva è assai più semplice che autoprodurre individualmente quello di cui si ha bisogno, è anche sufficientemente comprensibile come la produzione collettiva sia preferibile alla produzione individuale; il portato socio-politico del percorso è però decisamente più ambizioso. Da un lato abbiamo un percorso col quale si aggrega su istanze meramente reddituali, quindi su di uno specifico interesse, dall’altro si ha un percorso di partecipazione che coinvolge su interessi molteplici e libera una serie di potenzialità insite nel mutualismo e nei processi di condivisione.

Utopia certo, ma altrove discorsi del genere hanno permesso di impostare dei percorsi di autodeterminazione di interi quartieri o villaggi. È chiaro che debbano essere prese le giuste proporzioni prima di immaginare qualcosa del genere, saltarli però a piè pari senza prendersi la briga di ragionare sulle potenzialità e preferire percorsi meno complessi non sta fornendo, in termini di conflitto, i risultati sperati. Fin qui è stato sempre implicitamente posto un aut aut – o il reddito o il conflitto. Probabilmente si può uscire dal dualismo, attraverso le pratiche del mutualismo conflittuale e, infine, di esodo conflittuale, inserite nella riappropriazione dei mezzi di produzione e nell’autogestione di servizi via via sempre più essenziali.

J. R. e lorcon