Note bandite. Dalle trincee alle barricate.

Oltre cento anni fa il fascismo iniziò a seminare morte e terrore tra le organizzazioni del movimento operaio. Le violenze delle camicie nere incontrarono però l’opposizione degli Arditi del Popolo, la prima formazione paramilitare antifascista strutturata a livello nazionale. Nata nel giugno del 1921, era animata da antifascisti di diversi orientamenti e poté sempre contare sull’appoggio della componente libertaria, compreso quello del quotidiano Umanità Nova.

Il repertorio degli Arditi del Popolo era spesso composto da canti nati da melodie di altri, imparati nelle trincee della Grande Guerra o dai nemici in camicia nera. A 101 anni dalla loro nascita, e in vista del centenario delle barricate di Parma, ricordiamo le azioni, le idee e le vittorie degli Arditi con tre brani contemporanei.

1 Zeman – Arditi del popolo

2 Alfonso Borghi – Barricate (Parma 1922)

3 LuZi – De dlà da l’àcua (l’Oltretorrente)

1 Zeman – Arditi del popolo

Gli Zeman sono una band che definisce il proprio genere musicale come “antifa football core”, un’espressione che racchiude i temi ricorrenti del loro repertorio. Il gruppo, stanziato a Bologna, ha scelto di omaggiare l’allenatore Zdeněk Zeman, scegliendolo come simbolo da sbandierare in antitesi al calcio moderno. Gli Zeman hanno impostato la loro discografia con la stessa prospettiva del tecnico cecoslovacco, che non ha mai vinto trofei e coppe, che non sopportava i passaggi laterali o all’indietro e non si accontentava di vincere 1 a 0. La filosofia del mister può essere riassunta nel titolo del primo album del 2015: “Attitudine offensiva”. Nei pochi anni di attività hanno cambiato diverse formazioni e inciso due album e uno split. Le registrazioni non sempre gli rendono giustizia, ma di concerto in concerto non hanno mai smesso di suonare e farsi conoscere perché, come insegna il tecnico boemo, “Il risultato è casuale. La prestazione no”.

Nel 2018 hanno partecipato alla compilation allegata al settimo numero di “Infrangibile skinzine”, con il pezzo “Arditi del popolo”. Le band partecipanti danno un assaggio delle varie sfumature dello street punk italiano. L’inedito è un brano potente che non è propriamente né un originale né una cover o un medley. Rimanendo fedeli al loro Oi! crudo e diretto, ricco di cori barricaderi, hanno integrato strofe scritte di loro pugno con altre provenienti da brani, a vario titolo, storici. “Cammino a testa alta per le vie di questa città / da Andrea Costa a San Donato, a piazza dell’Unità / sono tempi cupi, guidati dalla reazione / nuovi razzisti vestiti da brave persone”. La canzone attacca citando vie e zone di Bologna in cui sono presenti spazi di aggregazione e presidi di varie realtà politico-sociali, legate in vario modo sia al mondo delle sottoculture musicali e sportive, sia a quello dell’antifascismo. Un’ulteriore strofa unisce poi due versi di “Siam del popolo gli arditi” di Leoncarlo Settimelli e altrettanti provenienti da “Figli dell’officina”. I primi due sono presenti nel testo della celebre canzone, ma non vennero mai incisi: “Mussolini traditore, parla di rivoluzione / ma ammazza i proletari col pugnale del padrone / del popolo gli Arditi, noi siamo i fior più puri / fiori non appassiti, dal lezzo dei tuguri”. Il pezzo, che si regge su una chitarra possente sostenuta dal basso e dalla batteria martellanti, prosegue: “Non servono partiti né baracconi pacifisti / ma sprezzanti combattenti dagli sgherri malvisti…”. Questi versi potrebbero essere ispirati da una parodia di “Giovinezza” degli Arditi del popolo che recitava: “Or ci dicono che la pace / è voluta dai fascisti / mentre l’arditismo tace / dagli sgherri siam malvisti”. La parte finale della strofa poi rilancia la questione ai giorni nostri: “…torneranno i tempi delle strade dei banditi / torneranno i tempi, di Argo e degli Arditi”. Il ritornello si affida a quello scritto da Settimelli per lo spettacolo per i 50 anni dalla nascita della prima formazione antifascista. “Del popolo gli Arditi, contadini ed operai / non c’è sbirro, non c’è fascio che ci possa piegar mai / con le camicie nere un sol fascio noi faremo / sulla piazza del paese un bel fuoco accenderemo”.

2 Alfonso Borghi – Barricate (Parma 1922)

La città di Parma è attraversata dall’omonimo torrente, che divide la “Parma nuova”, abitata in gran parte dalla borghesia, da quella “vecchia” o Oltretorrente, per la maggior parte proletaria. La cittadina emiliana è famosa per la sua tradizione ribelle, anarchica e di sindacalismo rivoluzionario, saranno poi le barricate del 1922 a immortalarla come simbolo dell’antifascismo militante. Per cinque giorni gli Arditi del Popolo e la popolazione del quartiere operaio fronteggiarono le migliaia di squadristi confluiti sul capoluogo parmense da diverse regioni italiane. Con le barricate dell’agosto ’22 i borghi popolari diedero prova di grande coraggio, a livello nazionale consegnarono un esempio agli antifascisti e un momentaneo spiraglio di ottimismo prima della marcia su Roma. “Sono dieci, son venti, / centinaia di militi armati / arroganti sui carri, nei prati / polverosi di Parma”. La lunghissima canzone dedicata ai fatti dell’estate del 1922 è di Alfonso Borghi, un cantautore emiliano che firmò anche brani di successo di Pierangelo Bertoli. Oltre ad un album del 1978, nel 2011 ha inciso “900 nero 900 rosso 900 amore in blu”, un doppio cd dove compare anche “Barricate”. Ai primi di agosto, appresa la notizia dell’arrivo dei fascisti, la popolazione dell’Oltretorrente accorse in aiuto degli Arditi, così donne, uomini, giovani e vecchi, antifascisti dei vari partiti e senza partito, iniziarono a bloccare le strade. Le barricate furono create con tutto quello che era disponibile per sbarrare il passo alle camicie nere. “Primi colpi il due agosto: / santabarbara, elmetti e fucili, / chi di guardia, chi dentro i cortili / o coi banchi di chiesa: / ‎tutto fa barricata”. Le fortificazioni dell’Oltretorrente, a detta degli stessi fascisti, ricalcavano quelle delle postazioni militari del primo conflitto mondiale. La Grande Guerra influenzò infatti negli anni a seguire anche le pratiche politiche. Se molti ex arditi aderiranno ai Fasci di combattimento, ci saranno anche dei reduci delle trincee che si opporranno ai fascisti. L’esperienza della Prima Guerra Mondiale formerà i primi nuclei antifascisti con la disciplina e le tattiche necessarie per difendersi e contrapporsi in modo vittorioso. “E si fa una trincea / come fu sul Pasubio o sul Carso; / all’attacco, ma in ordine sparso / per non farsi ammazzare”. Gli Arditi del popolo sono nati anche in questa città per iniziativa di operai di diversi orientamenti ideologici in barba a predeterminati calcoli politici. “Comunisti sbandati, / socialisti ed arditi di guerra, / tutti per quattro palmi di terra / rosso sangue e d’amore; / ‎Popolari in battaglia / tra un anarchico e un padre che impreca / mentre un oste in bestemmie si spreca / ed il prete si segna; / ‎Tante fedi diverse / mescolate in un fatale amplesso: / come allora il nemico è lo stesso / nero come il carbone”. La canzone prosegue riportando moltissimi momenti salienti e aneddotici di quelle giornate, fino a raccontare la ritirata dei fascisti, che se vanno riportando numerosi caduti e feriti. Pur se sogno d’estate / la battaglia di Parma rimane / una sfida perenne all’infame / d’ogni luogo e stagione”.

3 LuZi – De dlà da l’àcua (l’Oltretorrente)

Dalle terre del Gran Ducato di Parma e Piacenza proviene il progetto di Luzi, una one man band che canta in dialetto, accompagnato da sonorità folk metalleggianti intinte nel dark. Racconta di leggende, miti e storie da narrare all’imbrunire, col sole già tramontato o con le tenebre create dalla nebbia, immancabile presenza nei racconti padani. Una proposta musicale come questa, che coniuga questi generi con aspetti della tradizione popolare e del paganesimo, nella maggior parte dei casi sarebbe firmata da gruppi xenofobi e ultraconservatori. Ma nel suo primo album omonimo, è presente “De dlà da l’àcua” un brano che più di tutti fa capire come il neo folk, il metal e la musica dark non siano una colonia dei reazionari.

La traduzione, che l’artista stesso fortunatamente ha allegato al testo, aiuta i non autoctoni nella comprensione del racconto delle barricate erette dalle genti che abitavano “al di là dell’acqua (il torrente Parma che attraversa la città)”. La sua musica, che un po’ incanta e un po’ disturba, ci racconta di quella parte della città emiliana staccata dal centro, che ha sempre mantenuto un attaccamento popolano e antifascista. “De d’là da l’acqua / l’Oltretorrente / Dal ’22 e dal ’43 / i camisi nigri / i s’en fermedi chi” (“Di là dall’acqua / l’Oltretorrente / Nel ’22 e nel ’43 / le camicie nere / si sono fermate qui”). Dopo l’opposizione alla marcia dei fascisti del 1922 il brano accenna anche a nuove formazioni destrorse-fascistoidi. “De d’là da l’acqua / l’Oltretorrente / 2017, 2022 / d’i camisi verdi / as n’in vèda nisò (“Di là dall’acqua / l’Oltretorrente / 2017, 2022 / di camicie verdi / non se ne vede nessuna”), il nero delle divise degli sgherri di Mussolini diventa il verde dei leghisti padani, verso cui la gente dell’Oltretorrente mantiene la stessa avversione a cento anni di distanza. “Sarèma sempor chi / a sema sempor stè chi / mort, viv e cui ch’ì gan ancor’da gnir / tut cui ch’ì gan ancor’da gnir” (“Saremo sempre qui / siamo sempre stati qui / morti, vivi e quelli che devono ancora venire / tutti quelli che devono ancora venire”). Alla guida della spedizione punitiva contro il proletariato ribelle parmense, che da lungo tempo si difendeva e rispondeva alle angherie fasciste, c’era Italo Balbo. Fu un potente squadrista ferrarese, che ricoprì ruoli di primo piano durante il Ventennio. Negli anni ’30 divenne celebre come aviatore per aver sorvolato l’oceano Atlantico arrivando fino in America. Ma nell’estate del ’22, Parma segnerà una indelebile sconfitta al pilota del littorio. Negli anni del Regime, durante una visita del gerarca, i parmensi apporranno a vernice sull’argine del torrente un’intramontabile frase in dialetto, che viene ripresa anche dalla canzone. “Sóra l’oceano, par l’aria, in ciel à t’è volè / ma su la téra, par sträda, pr’i pont à’s’và à pè / «Balbo, à t’è pasè l’Atlantic, mo miga la Pärma» (“Sopra l’oceano, per l’aria, in cielo hai volato / ma sulla terra, per strada, per i ponti si va a piedi / «Balbo, avrai superato l’Atlantico, ma non la Parma»”).

En.Ri-Ot

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