«L’austerità e i salari bassi hanno compresso la domanda interna. Abbiamo sacrificato la spesa pubblica e compresso i nostri salari. Pensavamo che per competere con gli altri Paesi europei dovessimo tenere i salari più bassi come uno strumento di concorrenza. Nel frattempo, abbiamo continuato a diventare sempre più poveri, quindi forse l’austerità non era la strategia giusta».
(Dall’audizione al Senato di Mario Draghi, ex Direttore del Ministero del Tesoro, ex Governatore della Banca d’Italia, ex governatore della BCE, ex Presidente del Consiglio, 15 marzo 2025.)
È ormai senso comune che la condizione di povertà nel nostro paese è in costante crescita. I dati Istat 2024 (gli ultimi resi noti) sono in proposito molto netti: sono in povertà assoluta 2,2 milioni di famiglie, che includono circa 5,7 milioni di persone; sono in povertà relativa 2,8 milioni di famiglie, che includono 8,7 milioni di individui. Tutti i numeri sono in crescita rispetto all’anno precedente, il 2023. Sono numeri impressionanti, presi nel totale: indicano che 5 milioni di famiglie, a diversi livelli, sono povere. Queste famiglie raggruppano in totale 14,4 milioni di persone, vale a dire quasi un quarto degli italiani.
Rispetto a dieci anni prima, nel 2014, i poveri assoluti sono aumentati di circa 1,5 milioni e i poveri relativi di oltre 1 milione.
A queste cifre già così drammatiche occorre aggiungere le persone che sono “a rischio di povertà”, cioè quelle che sono sulla soglia del baratro e sono sul punto di caderci dentro. Ma come mai è successo un disastro sociale di queste proporzioni?
Una risposta sintetica a questa domanda non può che basarsi su due elementi: la caduta dei salari e la precarizzazione del lavoro.
Sul crollo dei salari sono state diffuse ormai molte statistiche, alcune diventate famose. Dal rapporto OCSE 2022 si rileva che l’Italia è stata l’unica nazione in cui, dal 1991 in avanti, in 30 anni i salari reali sono calati del 2,9%. A sua volta, il rapporto mondiale sui salari dell’ILO del 2025 evidenzia che dal 2008 il potere d’acquisto dei salari italiani è sceso dell’8,7%. Per venire a dati più recenti, il rapporto Istat per il periodo 2021-2025 afferma che i salari italiani sono scesi in media, in termini reali, di circa il 9% in questi ultimi quattro anni di ripresa dell’inflazione.
Le tensioni sui prezzi e l’impennata delle tariffe energetiche hanno fatto la parte del leone, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, ma lo stesso rischia di ripetersi con l’attacco Israele-Usa all’Iran: una durata prolungata del conflitto può causare un rialzo non solo temporaneo del costo di benzina, gasolio, gas e quindi energia elettrica. Agli effetti inflazionistici già in vista, possono poi aggiungersi elevata contrazione dell’attività produttiva e dell’occupazione, con ulteriore perdita di posti di lavoro.
E veniamo così al secondo elemento che concorre a tenere bassi i salari: la precarietà del lavoro, il ricatto, la paura di ribellarsi e l’impossibilità di sottrarsi alla necessità di lavorare per sopravvivere.
Il dato nuovo rispetto al passato è che spesso, ora, è povero anche chi un lavoro ce l’ha.
Il governo vanta il record di occupazione, con oltre 24 milioni di lavoratori attivi a inizio 2026, ma dimentica di dire che ce ne sono altri 12 milioni “inattivi”: sono quelli che un lavoro non ce l’hanno, o che lo stanno perdendo, o sono talmente scoraggiati che non lo cercano neanche.
L’emergenza sempre più grave è quella dei working poor, lavoratori che pur avendo un impiego non riescono a sfuggire alla povertà. Secondo gli ultimi dati riportati da Unimpresa, nel primo trimestre del 2025 in Italia sono oltre 3,2 milioni le persone che, nonostante un lavoro regolare, vivono sotto la soglia di povertà relativa. Una cifra che rappresenta circa il 14% degli occupati, in crescita rispetto al 13,5% del 2024.
Non si tratta più solo dei rider o dei lavoratori stagionali: oggi la povertà lavorativa colpisce soprattutto i giovani under 35 con contratti atipici (il 28% del totale), i dipendenti del terziario a bassa qualifica (23%) e una quota crescente di lavoratori autonomi (19%), in particolare piccoli commercianti e artigiani schiacciati dai rincari. Non sono solo i fattorini di Glovo o di Deliveroo, che sono in controllo giudiziario per caporalato dopo le inchieste del P.M. Storari, ma parliamo anche delle finte Partite Iva che tengono in piedi il terziario avanzato.
A pesare sono soprattutto i contratti precari e il caro-vita: come rileva ancora Unimpresa, il 61% dei working poor ha un reddito mensile netto inferiore a 1.100 euro, mentre il 38% non supera gli 800 euro. Una condizione che diventa drammatica al Sud, dove il fenomeno interessa il 22% degli occupati contro il 12% del Nord. E se prendiamo solo il dato delle isole, è ancora peggio.
Il governo ha dato un bel contributo alla creazione di questa situazione critica: l’abolizione del reddito di cittadinanza e la sua sostituzione con l’assegno di inclusione ha costretto un numero crescente di lavoratori ad accettare impieghi più precari e sottopagati. Il taglio di 4 miliardi di risorse destinate al reddito di cittadinanza ha finito per peggiorare ancora la situazione di povertà generale.
Se il Reddito di cittadinanza raggiungeva in media tra 1 e 1,5 milioni di nuclei familiari, l’Assegno di inclusione arriva a poco meno di 760 mila nuclei, a cui vanno sommati i circa 100mila individui che hanno diritto al Supporto per la Formazione e il Lavoro.
Più precisamente, secondo i calcoli dell’Istat, la sostituzione del Rdc con l’accoppiata Adi-Sfl ha comportato un peggioramento dei redditi disponibili per circa 850mila famiglie, pari al 3,2% delle famiglie residenti in Italia. La perdita media per questi nuclei è stata di 2.664 euro nel 2024 e ha interessato quasi esclusivamente la fascia più povera della popolazione.
In tre quarti dei casi (620mila famiglie) il nucleo familiare ha totalmente perso il diritto al sussidio, mentre il restante quarto di nuclei (230mila) è risultato svantaggiato dal nuovo metodo di calcolo del sostegno economico.
Insomma, la guerra ai poveri del Governo Meloni ha avuto un grande successo, vincendo su tutta la linea. Il rifiuto frontale della discussione sul salario minimo ha rappresentato la ciliegina sulla torta.
Corollario di questa feroce politica sociale, è stato il cosiddetto taglio del cuneo fiscale, che fino al 2025 ha seguito la linea Conte-Draghi, restituendo qualche decina di euro al mese ai lavoratori a basso reddito (sotto i 28.000 euro), prelevandoli dall’Irpef degli altri lavoratori. Dal 2026 invece l’occhiolino ai “ceti medi” si è tradotto in un taglio di due punti alla seconda aliquota, facendo risparmiare tasse ai lavoratori e ai contribuenti “meno poveri”, quelli che guadagnano da 28.000 euro in su (ma in realtà a guadagnare di più sono quelli che hanno oltre 40-50.000 euro).
E quindi non c’è da stupirsi se l’indice della diseguaglianza di Gini è salito anche in Italia, dal momento che la redistribuzione avviene all’incontrario e si preleva ai poveri per dare ai ricchi.
Draghi è lucido nel descrivere cause ed effetti delle politiche disastrose che ha sempre propugnato e difeso. Da buon stratega del capitale, avverte il vuoto di questa strategia ed il sostanziale fallimento del modello liberale e liberista, che non riesce più a realizzare le sue promesse. La prospettiva di una società inclusiva, assistita da un welfare sostenibile, è diventata una chimera per un occidente assediato da concorrenti più forti e determinati nella lotta alla sopravvivenza. Nonostante sacrifici ed austerità imposti alle classi subalterne, il modello ha fallito nella sua corsa alla competizione mondiale, per mancanza di investimenti, ritardi nella ricerca, cieca fede nel mercato e privatizzazione ordo-liberale.
Lo sfruttamento della forza lavoro interna e la predazione delle risorse esterne non bastano più per garantire una riproduzione del capitale in misura adeguata alle necessità di competere. Sarà interessante capire come pensano di uscire da questo buco nero: un ritorno alla guerra come igiene del mondo?
Renato Strumia