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Anarchismo, indigenismo, decolonizzazione

Carlos Taibo

ANARCHICI D’OLTREMARE

Anarchismo, indigenismo, decolonizzazione

pp. 240, Zero in Condotta Edizioni

www.zeroincondotta.org

Nel mese scorso si sono ricordati i 400 anni trascorsi dalla partenza del Mayflower (Fiore di maggio), avvenuta il 6 settembre del 1620, dal porto di Plymouth in Inghilterra in direzione Nord America. La nave che trasportava un gruppo di Padri pellegrini puritani, sfuggiti alle persecuzioni religiose in voga nel paese, approdò l’11 novembre nelle terre dei nativi Wampanoag. Ovviamente il punto ove misero piede divenne per la storia la mitica Roccia di Plymouth. Ottenuta la concessione dalla Compagnia della Virginia si assicurarono il controllo di una vasta parte della zona settentrionale del nord America nella valle del fiume Hudson.

Prima di allora vi erano state spedizioni e insediamenti di natura governativa e militare ma è coi Padri pellegrini che ha inizio il flusso immigratorio, proseguito poi nei secoli successivi, contribuendo ai primi sviluppi dei futuri Stati Uniti d’America.

Molti ricordano l’anniversario con orgoglio per valorizzare l’arrivo di questi primi coloni inglesi nel cosiddetto Nuovo mondo, in realtà per dare forza e sostanza alla giustificazione del predominio bianco e anglosassone, omettendo la portata di questo arrivo le cui conseguenze furono disastrose per i popoli originari.

Comunque sia lo sbarco dei Padri pellegrini nel nord sia la precedente aggressione dei conquistadores nel sud del continente aprirono la strada allo sfruttamento intensivo di quei territori che non si fermò davanti a nulla, compreso il genocidio dei nativi.

Masse di lavoratori di tutta Europa, soprattutto quella più sofferente, vi si riversarono per contribuire con il loro sudore allo sviluppo del continente e, in contemporanea, all’arricchimento delle borghesie trasnazionali e locali.

Esistono molti studi in materia ma abbiamo dovuto aspettare l’opera di Carlos Taibo, “Anarchici d’oltremare”, per avere un’informazione accurata su come gli anarchici vissero quella trasformazione epocale.

Taibo è professore di Scienze Politiche dell’Università autonoma di Madrid, autore non solo di molte opere sull’anarchismo novecentesco, dalla Russia alla Spagna, ma anche su quello contemporaneo e sulle sue prospettive.

In “Anarchici d’oltremare”, uno studio che si muove tra storia ed antropologia, Carlos affronta la relazione tra l’anarchismo e le pratiche libertarie di vita delle popolazioni originarie.

È necessaria una premessa per comprendere bene quello che il libro vuole dire. Per anarchismo l’autore intende una precisa corrente ideologica e politica nata nell’Europa dell’ottocento e diffusasi successivamente ai quattro angoli del mondo adeguandosi, spesso e volentieri, ai contesti locali dando vita a quelli che Taibo definisce “anarchismi ibridi”.

Gli anarchici d’oltremare sono invece quelli extra europei, sia i nati fuori dal continente sia gli emigrati per motivi politici o economici. Per pratiche libertarie delle popolazioni originarie Carlos intende poi quelle esercitate nel segno della libertà, dell’autonomia e dell’autogestione, tuttora esistenti o cancellate nelle pieghe della storia.

L’obiettivo del libro è quello di favorire una riflessione approfondita rispetto ai temi del colonialismo e della indispensabile decolonizzazione, un passo fondamentale per dare credibilità ad ogni rapporto con i popoli originari.

Anche l’anarchismo, pur in forma minore rispetto ad altri pensieri e culture interne al movimento operaio, prodotti dall’illuminismo, è per Taibo figlio di una cultura impregnata di concetti come progresso e modernità, motori di una concezione messianica tesa più alla conversione che all’incontro. In quanto tale l’impegno del libro è quello di favorire una definitiva decolonizzazione del pensiero, importante soprattutto in questa fase che registra la ripresa su grande scala del protagonismo delle popolazioni indigene. Per non fare errori, per cogliere le affinità.

In buona sostanza per Taibo l’anarchismo va considerato come una proposta europea e in modo più generico “occidentale”; questo non vuol dire che di per sé l’anarchismo sia eurocentrico ma che è una risposta ad un mondo eurocentrico. Per dimostrarlo documenta la sua espansione oltremarina.

Nella maggior parte delle Americhe, dell’Africa e dell’Oceania le idee anarchiche furono portate da lavoratori, per lo più uomini, che provenivano prevalentemente dall’Europa meridionale ed in misura minore da quella centrale e orientale, spesso di religione o tradizione ebraica. Nella zona orientale dell’Asia furono operai e studenti – giapponesi, coreani, cinesi, vietnamiti e filippini – ancora generalmente uomini, che avevano vissuto in Europa ed a volte negli USA, a portare il progetto anarchico nei loro paesi. Ci furono eccezioni: in Bolivia furono cileni e argentini a fare da tramite. In Indonesia funzionari ed impiegati olandesi.

Importante poi il ruolo dei porti che hanno funzionato da accumulo di uomini e di energie e di snodo territoriale per la loro diffusione territoriale a Buenos Aires come a L’Avana, a Tokyo come a Shanghai.

Le idee hanno dunque seguito gli spostamenti che hanno contraddistinto le grande migrazioni dell’epoca e si sono propagate a partire dagli strumenti a disposizione: giornali, libri, riviste, conferenze tenute ed organizzate nei circoli, negli atenei libertari, nelle biblioteche autogestite, rappresentazioni teatrali e musicali, forme espressive che hanno lasciato un segno significativo nella vita culturale soprattutto in America del sud. Contrariamente alle tesi propagandistiche del marxismo sulla natura piccolo borghese dell’anarchismo, gli anarchici d’oltremare erano prevalentemente proletari industriali impegnati nei sindacati dei quali furono i principali promotori, nell’organizzazione popolare nei quartieri delle grandi città e nella lotta per la parità normativa e salariale tra uomini e donne. Furono talmente attivi e incisivi che nel 1902 fu steso un trattato internazionale, che coinvolgeva 17 paesi americani, per criminalizzare gli anarchici ritenendoli responsabili dei peggiori delitti: dal parricidio all’infanticidio, lo stupro e l’incesto.

L’insediamento europeo sulle coste delle Americhe aveva progressivamente marginalizzato i nativi respingendoli all’interno o addirittura eliminandoli (come in Uruguay), mentre in Africa e Asia la componente indigena rimaneva preponderante. I loro stili di vita non interessavano ai colonizzatori. Anche gli anarchici, pur schierandosi spesso, d’istinto, a loro difesa e pur apprezzando a volte il carattere libertario di alcune loro pratiche, non ne coglievano la portata ritenendole comunque legate ad un modo di vita ormai superato.

Taibo nel suo libro mette in luce, attingendo a piene mani dagli studi di antropologi come Clastres, come ben prima degli europei diversi popoli originari abbiano messo in atto pratiche libertarie e parimenti come, anche tra loro, il ruolo della donna fosse spesso marginale e sottomesso, come se il patriarcato fosse una caratteristica ineludibile di entrambe le situazioni. Perché non furono valorizzate queste pratiche? Perché non furono un elemento di arricchimento per chi era portatore di un progetto di libertà e di autogestione?

Per Carlos anche l’anarchismo è uno dei prodotti della modernità, una modernità subita e criticata, con la quale ha fatto si i conti ma con la quale ha condiviso alcuni aspetti come la fiducia totale nella scienza, nel progresso, nella tecnologia. Figlio del suo tempo ha lottato per l’eguaglianza e la libertà, individuale e collettiva, ma parimenti non ha fatto i conti fino in fondo con i detriti del patriarcato e della questione di genere.

Per questi motivi non ha considerato riproducibili per il presente le pratiche libertarie dei popoli nativi, anche quando ad esse ha dedicato studi approfonditi così come hanno fatto Reclus, Kropotkin, Landauer, Bookchin.

Eppure l’assenza di proprietà privata, la vita comunitaria, la messa in comune dei beni a disposizione, sono tutti elementi che caratterizzano la proposta anarchica e, per quanto riguarda i popoli nativi, non possono essere messi in sottordine, con la motivazione di arretratezza della loro organizzazione sociale.

Taibo ci richiama alla necessità di “lavorare, dunque, affinché ritorni il ‘buon vivere’ legato alla comunità, alla terra, al desiderio di convivere, al concetto di lavoro come festa, apprendimento e crescita, al rifiuto dell’idea di sviluppo, alla reciprocità e alla redistribuzione”.

Per Carlos è giunto il momento per l’anarchismo di decolonizzarsi definitivamente. Se il colonialismo come fatto politico si è concluso nel secolo scorso, è in piena attuazione la colonialità cioè quell’insieme di forme secondo cui continua la dominazione coloniale anche quando il colonialismo è finito. È necessaria quindi una decolonizzazione in grado di affrontare tutta una serie di relazioni razziali, etniche, sessuali, economiche, di genere, ecc. rimaste intatte, alimentandosi dai movimenti sociali del sud del mondo (significativo il richiamo al Chiapas ed al Rojava) e relazionandosi con l’indigenismo ed il femminismo. Da qui la formulazione dell’anarcaindigenismo come proposta di sintesi operativa: “nel cuore della scommessa anarcaindigenista non può mancare una provocazione: quella che suggerisce che sono così numerosi e così consistenti gli esempi di comunità umane che hanno sviluppato e continuano a sviluppare pratiche libertarie, in tutti i tempi e tutti i continenti, che in fondo, quel che deve sembrarci un’eccezione è il miserabile mondo del capitale, dello Stato e della società patriarcale”.

Per concludere: un libro denso, stimolante, coinvolgente, scorrevole, che ci richiama tutti ad una riflessione su cosa siamo e dove andiamo.

Certo è un libro critico e autocritico, che non disconosce il valore del pensiero anarchico tradizionale (Carlos continua a raccomandare a studenti e studentesse di non perdere di vista i lavori di Emma Goldman, Errico Malatesta, Pëtr Kropotkin, Élisée Reclus, Louise Michel i cui ritratti adornano le pareti del suo ufficio), ma che insiste sulla necessità di una sua rivisitazione in un mondo multiculturale, meticcio e multipolare.

Massimo Varengo