Mujeres Libres “Una luce che si accese”. Donne anarchiche nella rivoluzione e guerra di Spagna

Per conoscere il ruolo che le donne anarchiche hanno avuto nella guerra e nella rivoluzione spagnola del 1936 ho dovuto ricorrere alle fonti orali, cioè alle interviste con le protagoniste che avevano svolto un ruolo centrale in questi eventi storici. Le donne sono state spesso rese invisibili nelle narrazioni storiche, sebbene la loro presenza, in questo caso, fosse chiaramente evidente nelle fotografie e nei documentari dell’epoca. Ho avuto la fortuna di condurre una dozzina di interviste dirette ad attiviste anarchiche provenienti da diverse parti della Spagna, le quali avevano vissuto in prima persona e partecipato alle iniziative rivoluzionarie, sia nelle retrovie che al fronte, durante il triennio 1936-1939. Raccogliere le loro esperienze vissute, le speranze e l’impegno in questa trasformazione economica e sociale rivoluzionaria è stato il migliore momento della mia ricerca.

Non è possibile comprendere appieno la loro significativa presenza e il loro ruolo nella rivoluzione sociale senza considerare i precedenti stabiliti dalla proclamazione della Seconda Repubblica nel 1931. Le elezioni che ne sancirono la nascita videro la sconfitta dei partiti monarchici e di destra che avevano sostenuto la dittatura di Primo de Rivera per sette anni. La Repubblica voleva modernizzare la vita politica, sociale, economica e culturale della Spagna ed attribuire alle donne un ruolo di maggior rilievo. I sindacati anarcosindacalisti vennero legalizzati e le loro idee si diffusero grazie alla loro presenza nella vita pubblica, alla diffusione delle loro pubblicazioni, alle scuole razionaliste e agli Atenei libertari. Parallelamente, iniziarono a emergere le prime organizzazioni femminili di orientamento prevalentemente anarchico, antifascista e comunista.

L’insurrezione militare del 18 luglio 1936, sostenuta dai grandi proprietari terrieri, dall’alta borghesia e dalla Chiesa, si produsse in opposizione a tale modernizzazione della Repubblica. Ne seguì una guerra civile, caratterizzata da un conflitto feroce in cui gli insorti cercarono di eliminare fisicamente ogni opposizione, dagli anarchici e socialisti ai comunisti e repubblicani. Vi fu una risposta popolare al colpo di Stato, con la Confederación Nacional del Trabajo (CNT), anarcosindacalista, che svolse un ruolo di primo piano, in particolare a Barcellona e in tutta la Catalogna. Operai e contadini, organizzati all’interno della CNT e della Unión General de Trabajadores (UGT), socialista, colsero l’occasione per fare una trasformazione rivoluzionaria dell’economia e della società. Nelle aree in cui la resistenza al golpe ebbe successo emerse un vasto movimento, caratterizzato dalla creazione di milizie (in ambito militare), dalla collettivizzazione agricola e industriale (nell’economia) e da un ruolo preminente di sindacati e organizzazioni di base (nella società). Anche le donne assunsero un ruolo molto più attivo nella vita pubblica, determinando cambiamenti significativi nella quotidianità.

Donne sul fronte e nelle retrovie

Alle donne vennero affidati i compiti nella retroguardia, sostituirono gli uomini nel lavoro delle fabbriche e parteciparono agli sforzi di collettivizzazione organizzati in diversi settori economici, sia nelle città che nelle aree rurali. Le testimonianze delle donne anarchiche rivelano il loro desiderio comune di essere “utili alla rivoluzione”, per usare le loro stesse parole. Quelle più attive durante la Repubblica, già militanti della CNT, della Federación Anarquista Ibérica (FAI) o della Federación Ibérica de las Juventudes Libertarias (FIJL) assunsero maggiori responsabilità sia nelle retrovie che sul fronte bellico, combattendo a fianco dei compagni anarchici nelle milizie. Tra le donne più giovani si verificò un “risveglio” in seguito al colpo di stato militare, iniziarono un impegno sociale e politico volto a consolidare la nuova società. Intensificarono le proprie attività, producendo un cambiamento che trasformò per sempre la loro identità. Molte avviarono il proprio attivismo in questo periodo aderendo alla FIJL o a Mujeres Libres, oppure frequentando assiduamente gli Atenei libertari. Parallelamente, abbandonarono i precedenti impieghi per assumere ruoli più funzionali alla rivoluzione, lavorando come infermiere, come segretarie presso comitati rivoluzionari, in centri educativi e di assistenza sociale, oppure all’interno delle collettivizzazioni.

Parallelamente, ebbe luogo una rivoluzione personale. Le donne si affrancarono dalla condizione di subordinazione e marginalizzazione che avevano subito in precedenza. Molte giovani colsero l’opportunità di accrescere la propria indipendenza andando a convivere con il proprio compagno o con amici, dando vita a unioni volontarie o informali. Per molte giovani, cresciute nell’aspettativa del matrimonio e della maternità, emersero nuove priorità di vita, accompagnate da un maggiore impegno nella sfera pubblica e da una accresciuta maturità personale.

Venne potenziata la diffusione dei metodi contraccettivi e del controllo delle nascite. Dalla Generalitat della Catalogna, il conosciuto medico libertario Félix Martí Ibáñez, nominato Direttore Generale della Sanità e dell’Assistenza Sociale, redasse nel dicembre 1936 il decreto che legalizzava l’aborto volontario. Inoltre, l’organizzazione Mujeres Libres promosse il concetto di “maternità consapevole” dalla Casa di Maternità di Barcellona, diretta dalla militante Áurea Cuadrado, attraverso la diffusione di corsi rivolti alle donne per compiere libere scelte su questo argomento.

Le donne erano organizzate in due gruppi principali, molto attivi durante il conflitto: l´Asociación de Mujeres Antifascistas (AMA) e Mujeres Libres. La prima, di orientamento comunista, guidata da Dolores Ibárruri, privilegiava la vittoria bellica rispetto agli obiettivi rivoluzionari. Le sue attività si concentravano, tra l’altro, sull’istituzione di asili nido, sull’invio di aiuti al fronte e ai rifugiati e sulla formazione delle lavoratrici per incrementare la produttività. La questione dell’emancipazione femminile non veniva invece affrontata. L’organizzazione operava nella retroguardia, luogo previsto per le donne nel loro sostegno alla Repubblica. In definitiva, AMA rafforzava i ruoli materni, di cura e domestici tradizionalmente attribuiti alle donne nella società. L’associazione contava circa 60.000 iscritte.

Mujeres Libres, precedente dell’anarcofemminismo

L’altra organizzazione era Mujeres Libres, e, pur essendo di ispirazione anarchica, mantenne la propria autonomia rispetto alla CNT. Fu fondata nell’aprile del 1936, in concomitanza con l’omonima rivista, che pubblicò 13 numeri nel corso della guerra. Le sue fondatrici furono Lucía Sánchez Saornil, Mercedes Comaposada e Amparo Poch y Gascón. L’organizzazione arrivò a contare circa 20.000 iscritte. Esse ritenevano fondamentale dedicare alla rivoluzione lo stesso impegno che dedicavano alla lotta antifascista.

Mujeres Libres promuoveva l’emancipazione delle donne dalla triplice schiavitù a cui erano sottoposte: dell’ignoranza, come donne e come produttrici. Non si definiva esplicitamente anarchica, aspirava piuttosto a essere un’associazione apolitica e di classe, dedita all’emancipazione femminile. L’organizzazione si distingueva dagli altri gruppi femminili dell’epoca e anticipò l’anarcofemminismo successivo, sebbene le sue aderenti non si siano mai identificate come femministe, perché ritenevano che la parola afferiva a borghesi e suffragiste. Il suo approccio originale risiedeva nella convinzione che la lotta per la liberazione delle donne non si sarebbe conclusa con la fine del capitalismo, ma con la abolizione del patriarcato e della subordinazione femminile.

La modernità dei principi espressi da Mujeres Libres non fu compresa all’epoca dai compagni di lotta né da molte militanti anarchiche come Federica Montseny, le quali ritenevano che entrambi i sessi dovessero combattere insieme, all’interno della stessa organizzazione, per abbattere il capitalismo e costruire una nuova società. Le testimonianze delle aderenti all’organizzazione spiegano il ruolo e l’impatto che questa esperienza ebbe sulle loro vite: “fu un detonatore”; “fu come una luce che si accese”; “voleva procurare una personalità alle donne”; “spronava le donne ad essere coraggiose”.

Per eliminare l’ignoranza e l’analfabetismo diffusi nella Spagna degli anni Trenta, Mujeres Libres pose la creazione di una rete formativa interamente femminile tra le proprie priorità assolute, attraverso corsi, conferenze, dibattiti e laboratori di lettura, oltre a offrire insegnamenti su nuove professioni per favorire l’inserimento delle donne nella nuova società rivoluzionaria. Il primo Istituto di Mujeres Libres, il Casal de la Dona Treballadora, fu inaugurato a Barcellona alla fine del 1936, successivamente sorsero centri analoghi a Madrid e Valencia. Queste iniziative riscossero un grande successo, ottenendo un ampio sostegno da parte delle giovani lavoratrici.

Alla fine del 1938, i corsi coinvolgevano circa 800 donne provenienti da diversi quartieri di Barcellona. Potevano scegliere tra un’ampia gamma di offerte formative, che comprendeva dall’istruzione di base (lettura, scrittura, aritmetica, geografia, grammatica, scienze naturali, ecc.) allo studio delle lingue, alla dattilografia e alla stenografia, fino a corsi professionalizzanti in ambito infermieristico, di assistenza all’infanzia, commerciale, sartoriale e di assistenza agli anziani, o persino di formazione sociale. Tutte queste attività erano completamente gratuite. Parallelamente, potevano formarsi per professioni utili all’industria bellica, ruoli un tempo considerati maschili, come la saldatura, l’assemblaggio e la fresatura, operando nei settori ferroviario e aeronautico. Lavoravano inoltre nell’edilizia, svolgendo mansioni gravose per la costruzione di rifugi e affiancando artigiani specializzati. Nel trasporto urbano, potevano formarsi come conducenti di tram o bus.

Per porre fine alla condizione di schiavitù come donne, Mujeres Libres promosse campagne a difesa della dignità femminile, con l’obiettivo di sradicare la prostituzione. Tali iniziative si rivolgevano alle prostitute, incoraggiandole ad abbandonare la professione per intraprendere altre attività lavorative. Alcune donne accolsero l’appello e iniziarono a frequentare il Casal de la Dona Treballadora a Barcellona. Il medesimo obiettivo era perseguito dai Liberatorios de Prostitución, un’iniziativa promossa da F. Martí Ibáñez della Generalitat della Catalogna.

La terza schiavitù era legata alla produzione e alla discriminazione sul lavoro, con salari molto più bassi che quelli dei maschi.

Poiché il conflitto armato proseguiva e si estendeva, Mujeres Libres istituì delle sezioni per fornire aiuto e assistenza ai soldati. L’organizzazione promosse visite ai vari fronti di guerra, distribuendo pacchi, libri e altri beni richiesti. Vennero inoltre allestiti centri di accoglienza per i soldati che rientravano in licenza. Parallelamente, in diversi quartieri di Barcellona furono create strutture residenziali per assistere i figli dei rifugiati, molti dei quali provenivano da Madrid. Verso la capitale venivano inviati camion carichi di aiuti alimentari, che al ritorno trasportavano bambini e anziani in cerca di rifugio in Catalogna.

In definitiva, durante questi anni di guerra e rivoluzione, l’organizzazione Mujeres Libres svolse un ruolo significativo in molti ambiti della vita sociale, politica ed economica, segnando un ulteriore passo avanti verso l’emancipazione femminile. Si avviò una trasformazione che spostò mentalità, personalità, attività e ruoli dalla sfera privata (matrimonio e maternità) verso quella pubblica della nuova società.

Per le donne anarchiche intervistate, costruire la nuova società rivoluzionaria rappresentò uno dei momenti culminanti della loro esistenza, poiché poterono vivere quell’utopia e quell’atmosfera di solidarietà e fratellanza che avevano sempre sognato. Questa luce rimane ancora accesa oggi, 90 anni dopo.

Eulalia Vega

Barcellona, luglio 2026

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