L’arte che combatte. Manifesti in mostra

Tra il 1936 e il 1939, la Spagna non fu solo un campo di battaglia per eserciti. In un’epoca in cui la radio era agli albori e la televisione inesistente, i muri delle città divennero i veri “social media” del tempo, un linguaggio immediato, eroico e brutale.

Le strade della Spagna si trasformarono nella più grande galleria d’arte a cielo aperto del XX secolo.

I manifesti, definiti un grido affisso al muro, non erano solo materiale di propaganda per il loro forte impatto emotivo e grafico, ma vere e proprie opere d’arte che riflettevano la lotta politica e ideologica del conflitto, un’arma di mobilitazione, istruzione, resistenza e lotta al fascismo; una testimonianza straordinaria per la sua varietà e vastità, per i messaggi e le idee che veicolavano.

L’estetica anarchica durante la Guerra Civile Spagnola rappresenta un caso unico nella storia della propaganda: non si tratta solo di vincere una guerra, ma di illustrare una rivoluzione sociale in atto.

I principali produttori furono la CNT e la FAI, che gestivano officine grafiche collettivizzate a Barcellona e Valencia.

“Guerra e Rivoluzione contemporaneamente” era il mantra dei manifesti anarchici. Mentre il governo repubblicano voleva prima vincere la guerra e poi fare le riforme, gli anarchici usavano i loro manifesti per gridare che la guerra aveva senso solo se portava subito all’abolizione dello Stato e delle classi.

A differenza dei manifesti comunisti, spesso focalizzati sulla disciplina militare e i leader, quelli anarchici celebravano l’azione diretta e l’autogestione.

Moltissimi manifesti esaltavano la collettivizzazione delle terre, l’operaio che non toglie la tuta da lavoro ma imbraccia il fucile, il nemico (Franco, il clero, il capitalismo) veniva spesso ridicolizzato.

Un confronto tra lo stile anarchico e quello comunista è d’obbligo, perché è proprio in questo scontro visivo che si legge la tragedia politica della repubblica spagnola; mentre entrambi lottavano contro Franco, i loro manifesti parlavano lingue diverse. Abbiamo cesure evidenti che oppongono individuo e massa, rivoluzione e disciplina, estetica di avanguardia e realismo, a cui si aggiunge anche una diversa rappresentazione del nemico.

Mentre la grafica della CNT-FAI esalta l’individuo o il piccolo gruppo, quella dei comunisti del PCE punta sulla massa disciplinata e sull’esercito regolare, in cui il soldato è parte di un ingranaggio, spesso inquadrato in linee geometriche perfette che trasmettono ordine, forza collettiva e gerarchica.

Il messaggio evidente nella grafica anarchica rimanda a una rivoluzione da fare tutta e subito; i testi sono spesso esortativi e passionali. Diverso il messaggio dei comunisti: prima vincere la guerra, rimandare la rivoluzione; gli slogan sono imperativi e militari: disciplina, fortificazione, istruzione. Il PCE voleva rassicurare le democrazie europee mostrando un volto moderato e organizzato.

Diverso anche il canone estetico, che oppone avanguardia e realismo. Gli anarchici usano uno stile più espressionista e dinamico. I comunisti adottano il fotomontaggio (influenzato dall’URSS) riprendendo il realismo socialista.

E nella rappresentazione del nemico, mentre la grafica anarchica rappresenta “il sistema”, cioè lo Stato, la Chiesa, il Capitale, quella comunista raffigura il traditore o la spia (spesso identificato proprio con i trotzkisti o gli anarchici indisciplinati), oltre naturalmente all’invasore fascista e nazista.

In sintesi, il manifesto anarchico è un grido di libertà, quello comunista è un ordine di battaglia.

L’archivio storico della FAI reggiana ha organizzato una mostra sui manifesti della rivoluzione spagnola (1936-1939) che è stata inaugurata il 15 maggio e resterà visitabile fino al 30 luglio, una mostra che vale la pena visitare, a maggior ragione oggi.

In un’epoca di sovrabbondanza digitale, riscoprire questi manifesti significa comprendere la genesi della comunicazione di massa moderna. Ogni tratto di pennello e ogni slogan inciso sulla carta

MLR

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