Educare alla solidarietà. Marostica: le maestre bacchettate

Un paio di settimane fa l’imperturbabile provincia vicentina è stata scossa da una furiosa polemica politica che ha travalicato i confini del Veneto approdando persino in parlamento.

Il putiferio è stato provocato da una attività educativa organizzata da alcune maestre di una scuola primaria di Marostica. Le maestre, nell’ambito di un progetto didattico sull’educazione civica, hanno coinvolto due classi quinte nello studio e nella conoscenza dei fenomeni migratori. Per sensibilizzare le scolaresche, le maestre hanno contattato l’associazione “Linea d’Ombra” di Trieste – impegnata da anni in attività di assistenza ai migranti della rotta balcanica – e hanno organizzato un viaggio nel capoluogo giuliano con l’intento di far conoscere ai bambini la dura realtà dell’immigrazione. I giovani studenti hanno avuto così la possibilità di aiutare i volontari nella distribuzione di pasti caldi e di generi di prima necessità agli immigrati che sostano in piazza Libertà, ormai conosciuta come “piazza del Mondo”.

Apriti cielo, non l’avessero mai fatto. Alcuni esponenti politici hanno immediatamente scatenato una canea mediatica violentissima, avvalendosi della formidabile cassa di risonanza offerta dai social. In particolare, l’eurodeputata di Fratelli d’Italia Elena Donazzan insieme al deputato Silvio Giovine e ai leghisti Andrea Barabotti e Anna Maria Cisint hanno stigmatizzato l’iniziativa delle maestre accusandole apertamente di voler fare il «lavaggio del cervello» ai loro studenti.

Ergendosi a infallibili esperti di pedagogia, questi illuminati politicanti hanno contestato anche l’altra attività didattica che era stata proposta ai bambini: camminare scalzi e bendati per alcuni metri in modo da fargli comprendere le difficoltà dei migranti quando sono costretti a muoversi al buio per sentieri sconosciuti e pericolosi. Per Donazzan tutto questo è intollerabile perché la scuola «deve insegnare il rispetto delle regole, delle istituzioni e della legalità, non legittimare narrazioni vittimistiche».

Insieme alla gogna mediatica, la pattuglia reazionaria ha innescato il prevedibile dispositivo intimidatorio rivolgendosi direttamente al ministro Valditara il quale non si è di certo fatto pregare promettendo «opportune verifiche sulla vicenda, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento delle stesse».

Nel frattempo, le maestre marosticensi hanno ricevuto la solidarietà di una bella fetta di cittadinanza e una raccolta-firme promossa da una rete di associazioni del territorio ha riscosso l’adesione di quasi quattrocento persone nonché il sostegno incondizionato da parte della chiesa locale, della Caritas, degli scout, dell’Anpi, del Tavolo della Pace e di altre associazioni del bassanese.

Granitica, infine, la difesa del dirigente scolastico il quale, nel precisare che il viaggio di istruzione si è svolto «nel pieno rispetto delle procedure amministrative previste dalla normativa vigente», ha sostanzialmente sbugiardato le illazioni dei fascisti e dei leghisti riconoscendo, invece, che «la partecipazione attiva e consapevole degli alunni, il supporto dei genitori e la sinergia costruttiva con le associazioni del territorio hanno conferito al progetto un’alta valenza formativa, raggiungendo l’obiettivo principale della scuola: rafforzare il senso di appartenenza alla comunità civile e la responsabilità etica verso l’altro, come previsto dalle linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica. Si è trattato, molto semplicemente, di un atto di umanità e rispetto per il prossimo, un’azione che prescinde completamente da ogni posizione politica».

In un paese normale, il progetto didattico delle maestre di Marostica avrebbe dovuto riscuotere soltanto elogi. E invece, per l’ennesima volta, ci ritroviamo a contrastare lo squadrismo e le provocazioni di carrieristi della politica che continuano a investire scientemente sull’odio, sulla discriminazione, sul razzismo. Le insegnanti di Marostica sono state messe in croce perché hanno fatto il loro lavoro di docenti che aiutano i giovani a formarsi secondo quei princìpi di umanità e di civile convivenza che leghisti e fascisti non sono in grado né di comprendere né di apprezzare.

Si tratta di quelle stesse forze politiche che, ad esempio, hanno imbastito una narrazione falsa e tendenziosa all’indomani dei drammatici fatti di Modena al solo scopo di fomentare la rabbia razzista nella popolazione. Si tratta di quelle stesse forze politiche che, ancora per fare un altro esempio, non hanno speso nemmeno una parola dopo il brutale omicidio di Bakari Sako, ammazzato a Taranto da un branco di giovanissimi italiani animati solo da quell’odio che tanto piace ai fautori della “remigrazione”.

Questi campioni della cultura – tanto bravi a cianciare su cosa si dovrebbe fare o non fare a scuola, su cosa si dovrebbe o non si dovrebbe studiare – sono sempre pronti ad accusare i docenti che non la pensano come loro di voler «veicolare messaggi ideologici». L’ideologia va improvvisamente bene, invece, se in classe si presentano militari o poliziotti per spiegare quant’è bello l’esercito e quant’è importante la repressione o se la scuola pubblica sta diventando un laboratorio dell’aziendalismo più becero dove ogni studente è considerato solo in funzione del ruolo produttivo che potrà avere al termine degli studi.

La verità è che l’iniziativa delle coraggiose e lungimiranti maestre di Marostica ha toccato i nervi scoperti di chi vorrebbe una scuola e una società irregimentate nella paura e nella violenza sistemica.

È comprensibile che il preside, nel difendere le insegnanti e con il chiaro intento di smorzare le polemiche, abbia sottolineato che il rispetto per il prossimo prescinde da ogni posizione politica.

Mi permetto, però, di dissentire nella maniera più rispettosa.

Con i tempi che corrono, con questa volgare classe dirigente che appesta il dibattito pubblico, trasmettere ai più giovani l’importanza dell’empatia e dell’umana solidarietà nei confronti del prossimo è un atto profondamente politico, nell’accezione più alta della parola.

Guardare negli occhi una persona, ascoltare il suo racconto, osservare le sue ferite – fisiche e morali – inferte da una condizione esistenziale che deriva da una società profondamente ingiusta ed egoista, sono lezioni di vita che non si possono imparare, per davvero, soltanto su un libro.

In questo senso, un’istruzione offerta in maniera attenta e consapevole, per formare individui liberi e solidali, è uno degli ultimi baluardi rimasti per affrontare la marea bruna che avanza.

Alberto La Via

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