E poi vengono i cafoni. Morire di freddo e bracciantato

Mamadou Sey aveva 38 anni. Bracciante agricolo, immigrato regolare dal Gambia. È morto il 23 gennaio scorso all’interno della sua auto, parcheggiata all’ingresso dell’insediamento di Torretta Antonacci, nel foggiano. Si era rifugiato nell’abitacolo per difendersi dal freddo. L’auto era l’unica “casa” che era riuscito a trovare.

Si parla di cause naturali. Ma non è naturale morire di freddo e di stenti in uno dei distretti agricoli più produttivi d’Europa, nel cuore di una filiera che genera profitti, esportazioni, marchi e primati del cosiddetto Made in Italy.

Le cafonerie non sono mai finite. Nel Tavoliere foggiano la storia non si è mai davvero interrotta. Si è semplicemente ricomposta sotto altre forme. Le cafonerie di ieri – tuguri, masserie fatiscenti, baracche senza acqua né luce – ospitavano braccianti italiani, poveri, analfabeti, privi di diritti. I ghetti di oggi ospitano braccianti migranti, soprattutto africani, ugualmente ricattabili, ugualmente invisibili.

Cambia il colore della pelle, non il rapporto di classe. Cambiano i nomi dei luoghi, non la loro funzione: garantire manodopera a bassissimo costo all’agricoltura industriale, mantenendo i lavoratori in una condizione permanente di precarietà abitativa, giuridica ed esistenziale.

Torretta Antonacci non è un’anomalia. È un dispositivo strutturale del capitalismo agrario contemporaneo.

Quella di Mamadou è l’ennesima morte annunciata nei ghetti del Foggiano. Si muore bruciati negli incendi delle baracche, asfissiati dai bracieri accesi per scaldarsi, per malattie non curate, per abbandono. L’Unione Sindacale di Base parla senza mezzi termini di omicidio di Stato.
Quando le istituzioni conoscono da anni una situazione, ricevono denunce, promesse, relazioni, e continuano a non intervenire, la responsabilità non è una fatalità ma una scelta politica.

Torretta Antonacci doveva essere superata grazie ai fondi del PNRR. Dei 200 milioni di euro stanziati a livello nazionale per l’eliminazione delle baraccopoli, solo 24,8 milioni verranno effettivamente spesi. Per i grandi ghetti foggiani – Torretta Antonacci e Borgo Mezzanone – nulla.

Soldi evaporati, sistema intatto. Quei fondi avrebbero potuto garantire un alloggio dignitoso a Mamadou e a migliaia di altri lavoratori. Sono stati invece dispersi tra inerzia amministrativa, burocrazia e assenza di volontà politica, lasciando intatto il meccanismo che produce sfruttamento e marginalità.

Mamadou, come migliaia di altri lavoratori, ha vissuto per anni intrappolato tra rinnovi dei permessi ostacolati, documentazione richiesta illegittimamente, procedure rallentate o bloccate.

La burocrazia produce miratamente irregolarità. Non si tratta di disorganizzazione. È produzione istituzionale dell’irregolarità, di una situazione che rende i lavoratori più ricattabili, più docili, più facilmente sfruttabili nei campi.

Alla precarietà giuridica si unisce quella abitativa

Il tema della casa per i braccianti viene trattato come un problema pubblico ed emergenziale. Ma questa impostazione è fuorviante. La casa non è un bisogno collaterale: è parte integrante del rapporto di lavoro. La casa non è assistenza: è salario. Le imprese agricole che impiegano migliaia di lavoratori stagionali sanno perfettamente che quei lavoratori non dispongono di un’abitazione sul territorio. Continuare ad assumerli senza garantire loro un alloggio dignitoso significa scaricare deliberatamente il costo della riproduzione della forza lavoro sui lavoratori stessi, sul volontariato o sulla collettività.

I ghetti esistono non tanto perché lo Stato non fa abbastanza, ma perché le imprese possono produrre e fare profitti senza farsi carico delle condizioni di vita dei lavoratori che sfruttano. Finché la casa non verrà riconosciuta come un obbligo a carico delle aziende – al pari del salario, della sicurezza e dei contributi – ogni intervento pubblico resterà un palliativo.

Lo ribadiscono anche Flai Cgil e Cgil Foggia: senza una precisa volontà politica di superare i ghetti, continueremo a contare le vittime. Quella che può apparire come emergenza è in realtà un sistema. I ghetti abbassano i salari, rafforzano caporalato e criminalità, garantiscono profitti alla filiera agroindustriale e producono invisibilità sociale. E l’invisibilità è una forma di controllo.

Lo scorso 29 gennaio una delegazione degli abitanti di Torretta Antonacci si è recata presso la Prefettura di Foggia, chiedendo un incontro con il Prefetto e risposte concrete.

Le richieste avanzate restano chiare e non negoziabili: casa per tutti i lavoratori agricoli; lavoro regolare e dignitoso; documenti e rispetto della normativa sulla protezione internazionale; utilizzo immediato dei fondi PNRR; fine dello sfruttamento e del caporalato.

Mamadou Sey non è morto per fatalità. È morto perché questo sistema considera alcune vite consumabili. È morto perché le cafonerie non sono mai state eliminate: sono state solo spostate ai margini, rese invisibili.

Totò Caggese

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