Fastidiosa emergenza. Xylella: cronaca di un’agricoltura che muore e di un’altra che resiste

Quando nel 2013 comparve il nome “Xylella fastidiosa”, l’opinione pubblica fu travolta da un’ondata di paura: un batterio sconosciuto, descritto come incurabile, capace di trasformare gli ulivi pugliesi in scheletri grigi. In realtà – come ricostruisce nel dettaglio il nuovo rapporto del WWF La fastidiosa Xylella: i due volti dell’agricoltura – la vicenda è molto più complessa. Non è solo la storia di un’epidemia vegetale, ma quella di uno scontro profondo tra due modelli agricoli, due idee di territorio e due diverse concezioni della cura della terra.

La gestione istituzionale parte subito con toni da stato d’eccezione, dal batterio all’emergenza permanente: zone rosse, abbattimenti coatti, migliaia di piante sane sradicate “nel raggio”, monitoraggi di massa, divieti di reimpianto. Il tutto in nome di una presunta eradicazione che l’EFSA – l’autorità europea per la sicurezza alimentare – aveva già dichiarato impossibile nel 2015.

Eppure si è continuato per anni: un’emergenza senza fine, utile per giustificare procedure straordinarie, appalti opachi, assunzioni in deroga e un flusso continuo di fondi pubblici senza reale trasparenza. Intanto il paesaggio veniva svuotato, le comunità locali espropriate del diritto di decidere cosa fare dei propri alberi, e gli ulivi secolari – patrimonio ecologico e culturale unico – trattati come ostacoli da eliminare piuttosto che come alleati nella tutela del territorio.

Il vero progetto è quello di distruggere il passato per imporre l’intensivo. Il WWF ricostruisce con precisione il disegno che si è imposto sul territorio: la sostituzione del paesaggio tradizionale con impianti intensivi e superintensivi. File serrate di piante tutte uguali, irrigazione massiva, fertilizzanti, chimica, meccanizzazione: un modello che in una terra arida e fragile come la Puglia suona come una condanna ecologica.

Questo modello non è “modernizzazione”: è semplificazione del vivente, perdita di biodiversità, dipendenza totale dagli input industriali. Ed è anche un’ottima occasione di profitto per i colossi del vivaismo, dell’agrochimica e per i segmenti più forti dell’agricoltura padronale, che la retorica dell’emergenza ha trasformato in “salvatori del settore”. In questo passaggio, la Xylella è stata il grimaldello: non il problema, ma il pretesto. L’emergenza ha permesso di far passare come inevitabile ciò che, in condizioni normali, avrebbe generato una forte opposizione sociale.

Ma la Puglia non è solo intensivi. Esiste un’altra agricoltura, troppo spesso invisibile che si prende cura del territorio: quella degli ulivi secolari, degli agroecosistemi complessi, della gestione rispettosa dei suoli. Sono proprio gli agricoltori di questa tradizione che hanno pagato il prezzo più alto: abbandonati dalle istituzioni, colpevolizzati, bollati come “negazionisti”. Eppure sono stati loro a sperimentare sul campo pratiche di convivenza con il batterio, senza aspettare direttive calate dall’alto.

A distanza di anni, il report redatto dal WWF documenta l’esistenza di centinaia, forse migliaia di ulivi resilienti, considerati condannati e invece tornati a vegetare e produrre. Una ripresa resa possibile da pratiche agroecologiche – gestione attiva del suolo, riduzione della chimica, incremento della biodiversità – che mostrano come la vitalità degli alberi sia legata più alla qualità dell’ecosistema che alla presenza del batterio in sé.

Questa realtà non doveva emergere, perché mette in crisi la narrazione unica dell’incurabilità e della necessità dell’eradicazione industriale. Per anni, molti ricercatori e tecnici hanno ribadito che l’unica strada fosse l’eradicazione, trasformando un’opinione in dogma e un’ipotesi in verità indiscutibile. Una parte della ricerca pubblica si è appiattita sugli interessi dell’agrochimica, ha ignorato gli studi sul ruolo dei suoli e ha chiuso la porta a ogni approccio agroecologico.

Nel frattempo, chi studiava alternative veniva marginalizzato. Chi proponeva metodi non violenti per la gestione degli ulivi veniva ridicolizzato. E si è arrivati al paradosso: la comunità scientifica ha rifiutato di studiare ciò che accadeva realmente negli uliveti resilienti, preferendo confermare le proprie ipotesi piuttosto che osservare il territorio.

Qui emerge una domanda fondamentale: chi decide cosa è scienza quando la scienza diventa strumento di legittimazione del potere?

Se la ricerca pubblica smette di rispondere ai bisogni del territorio e si subordina agli interessi delle filiere industriali, chi difenderà il paesaggio, la biodiversità, il lavoro contadino?

La distruzione degli ulivi secolari non è solo un problema agricolo: è un attacco al territorio come bene comune. Quegli alberi non appartengono solo ai proprietari: appartengono alle comunità, alla storia collettiva, alla memoria dei luoghi. Sostituirli con impianti intensivi significa trasformare un paesaggio comunitario in una fabbrica agricola. Significa spogliare le comunità di un pezzo della propria identità. Significa togliere autonomia, sostituendo saperi e pratiche millenarie con protocolli industriali calati dall’alto.

Il rapporto del WWF conclude con parole nette: la gestione Xylella ha mostrato la crisi profonda del modello agro-industriale e la necessità di una svolta agroecologica.

Ma questa svolta non può venire dall’alto: deve venire da chi vive il territorio, da chi lo coltiva senza sfruttarlo, da chi non ha interessi nella chimica e nelle monoculture. È una questione politica, prima ancora che agronomica. È la domanda su chi decide il futuro dei territori: comunità o multinazionali? È lo scontro tra un’agricoltura che devasta e una che custodisce, tra chi vede gli ulivi come ostacoli e chi li vede come antenati. La vicenda Xylella dimostra che l’agroecologia non è utopia. Esiste già, resiste, produce. È l’agricoltura che non fa rumore ma tiene insieme paesaggi, comunità e libertà. E come sempre, il problema non è il batterio. Il problema è il modello.

Totò Caggese

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