Altri novanta miliardi di euro per l’Ucraina dall’Unione Europea. Questo in soldoni la proposta di legge presentata dalla Commissione il 14 gennaio. Il progetto prevede di raccogliere sul mercato i 90 miliardi che serviranno a coprire il contributo europeo all’Ucraina nel biennio 2026-2027.
La proposta di legge dovrà essere approvata all’unanimità dai governi degli stati membri e successivamente dal parlamento europeo. L’intenzione della Commissione è mettere a garanzia del prestito il bilancio europeo. I costi dell’operazione saranno sostenuti solo da 24 stati sui 27 membri dell’Unione, perché i governi di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno deciso di non assumersi gli oneri del prestito, pur dando il loro beneplacito all’uso del bilancio comunitario per l’aiuto finanziario a Kiev. Si tratta della cosiddetta cooperazione rafforzata, che forse sarebbe più preciso definire cooperazione indebolita, perché è uno strumento che permette a un gruppo di almeno nove Stati membri di dare vita ad una collaborazione specifica, perseguendo obiettivi comuni quando un’azione unanime dell’Unione è bloccata, operando in settori non di competenza esclusiva UE e rispettando principi come l’apertura a tutti e il non pregiudicare gli altri Stati.
L’Ucraina potrebbe beneficiare di una prima parte di finanziamento già ad aprile 2026. Il prestito sarà condizionato al rispetto dello stato di diritto e alla lotta alla corruzione, mentre i finanziamenti dovranno essere usati dal governo di Kiev prioritariamente per acquisti di beni e servizi prodotti nell’Unione Europea: in particolare 60 miliardi sono destinati a scopi militari, mentre 30 miliardi sono destinati al sostegno finanziario. Il testo della proposta contiene già una scappatoia per i governanti ucraini, perché sostiene che l’Ucraina è uno stato in guerra, la cui capacità di difendere il proprio territorio potrebbe dipendere dalla rapida disponibilità di una certa merce.
La proposta di legge è stata presentata in una conferenza stampa tenuta dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen e dal Commissario agli affari economici Valdis Dombrovskis. Il Commissario ha affermato che il prestito salvaguarderà la stabilità finanziaria dell’Ucraina e rafforzerà la sua capacità di continuare la guerra; ha affermato inoltre che il prestito non ha scadenza, quindi non è previsto un piano di rimborso che impegni l’Ucraina a restituire i fondi ottenuti. Dombrovskis ha inoltre affermato che gli interessi sul prestito dovrebbero ammontare a tre miliardi di euro l’anno, cifra che è pari all’1,44% del prodotto interno dell’Ucraina nel 2025: una cifra enorme, se si pensa che già oggi lo stato ucraino sopravvive grazie ai finanziamenti degli alleati. È comprensibile che in questo contesto gli organi di informazione non siano chiari su chi pagherà effettivamente gli interessi sul debito ucraino.
Non sono stati dati numeri sul costo del ricorso dell’Unione Europea al mercato finanziario per coprire questo prestito. Non solo, la risposta del mercato finanziario e le conseguenze internazionali sono i principali punti interrogativi dell’iniziativa a sostegno della guerra in Ucraina.
I mercati finanziari hanno registrato, in questa fase, la contrarietà ad un’offerta troppo alta di titoli di stato, riducendone il valore e chiedendo maggiori interessi sul capitale, mentre obbligazioni e azioni del settore militare vanno benissimo. L’esempio tedesco aiuta a capire il meccanismo. Nei primi mesi del 2025 il cancelliere incaricato Merz ha annunciato l’emissione di bond governativi legati a riarmo e infrastrutture, in conseguenza di questo annuncio si raggiunge la più alta differenza tra valore di mercato e valore nominale dei Bund dal 1990 e il peggior aumento degli interessi sui Bund dal 1997. Tutto questo nonostante che il cancelliere fosse stato nel board europeo di Black Rock, uno dei principali fornitori di servizi di gestione degli investimenti al mondo, con una storica preferenza per i bund tedeschi tanto da gestire un ETF (fondo di investimento che si lega a un indice azionario) proprio sui titoli di stato emessi da Berlino.
Due motivi spiegano la pessima performance dei titoli di stato tedeschi: innanzi tutto, come già detto, i mercati finanziari prevedono un’offerta complessiva di bond troppo alta, il valore dei capitali si abbassa, gli interessi salgono; in secondo luogo hedge fund, asset manager, banche, mercati offshore hanno alimentato la tendenza scommettendo contro i Bund tedeschi, nonostante il patrocinio di Merz da parte di Black Rock, in una classica dinamica di predazione da guerra finanziaria. L’ulteriore operazione dell’Unione Europea potrebbe provocare reazioni da parte degli altri grandi debitori, Stati Uniti in primis, che sostengono la loro politica imperiale con continue emissioni di titoli di stato, e non solo da parte dei meccanismi di mercato.
Il ricorso al mercato è già stato rodato attraverso gli strumenti introdotti dalla Commissione Europea per fronteggiare gli effetti economici e sociali dell’emergenza pandemica: il NextGenEU e il SURE (Support to Mitigate Unemployment Risks in an Emergency). Una differenza significativa tra gli strumenti adottati nell’emergenza pandemica e l’emissione di bond a carico dell’Unione Europea per finanziare la guerra in Ucraina è legata al fatto che i primi erano interventi finalizzati a sostenere l’economia europea e la capacità d’acquisto delle fasce più deboli della società. Il ritorno era garantito dal beneficio che ne ricavavano le imprese e i consumatori e dall’immediato effetto sulla congiuntura. Per quanto invece riguarda il prestito all’Ucraina, il ritorno è aleatorio e il beneficio per l’economia europea è sostanzialmente affidato alla buona volontà del governo di Kiev.
Un’altra importante differenza rispetto al periodo pandemico inoltre riguarda il diverso sentiment che vivono i mercati finanziari. Con NextGenEu arrivava sui mercati un’emissione di bond di cui la finanza aveva bisogno. Oggi invece, come dimostra la vicenda dei Bund tedeschi nati sotto gli auspici di BlackRock, domina la previsione di instabilità. Quindi il problema non è se l’emissione di bond è nazionale o mutualizzata, ma è proprio l’emissione di bond in larghe quantità che rischia di alimentare guerre finanziarie, oltre ad alimentare la guerra sul campo in Ucraina.
Per capire la dimensione di questa potenziale guerra finanziaria basta pensare che, nel 2024, 437 miliardi dei capitali europei accumulati sono stati investiti negli Stati Uniti, una cifra pari al 40% del deficit del bilancio federale. Ogni nuova emissione di bond, soprattutto se di grosse dimensioni, come quelle previste per il prestito all’Ucraina e per il finanziamento del ReArm EU (150 miliardi per ora), sono viste come il fumo negli occhi da chi vuole perseguire una politica imperiale e cerca di rastrellare a tal fine ogni risorsa disponibile. Le nuove emissioni dell’Unione Europea sono un pericolo per l’amministrazione USA, sia perché distolgono parte dei capitali europei diretti oltre oceano, sia perché provocano un aumento della domanda di denaro, la quale a sua volta non può che ripercuotersi sui tassi d’interesse spingendoli ad aumentare, in un momento in cui Trump usa tutti i mezzi, legali o meno, per costringere la Federal Reserve ad abbassare i tassi. L’aumento dei tassi d’interesse, accompagnato dall’aumento della massa monetaria generato dalle nuove emissioni, infine, non potrebbe non avere effetti sull’inflazione, provocando in poco tempo un aumento dei prezzi al consumo.
Queste considerazioni negative non sono sicuramente ignote ai reggitori della Commissione Europea. Allora perché si sono imbarcati in un’operazione tanto rischiosa? Fin dall’inizio della guerra in Ucraina la Commissione Europea e la quasi totalità degli stati membri dell’Unione si sono schierati a fianco dell’Ucraina contro la Russia. All’indomani dell’aggressione russa nel febbraio 2022 i governi europei hanno sostenuto il governo Zelensky con l’invio di armi e di finanziamenti. Secondo l’Ukraine support group dell’Istituto per l’economia mondiale di Kiel, l’Unione Europea e gli stati membri hanno autorizzato finanziamenti all’Ucraina per oltre 216 miliardi di euro fino al dicembre 2025. I governi europei non hanno alcuna speranza di rivedere a breve questi soldi. Nel progetto di legge relativo al finanziamento di 90 miliardi, secondo le fonti di informazione, si legge: “L’Unione europea si riserva il diritto di usare gli attivi russi congelati per rimborsare il prestito, nel pieno rispetto del diritto dell’Unione europea e del diritto internazionale”.
Come ha dimostrato la conferenza dei governi europei che ha avviato il percorso del prestito all’Ucraina, si tratta di una strada impercorribile. I problemi non nascono solo dalla violazione del diritto internazionale o dalle possibili rappresaglie russe, ma da ostacoli economici ben precisi.
I fondi russi congelati in Europa ammontano a circa 200 miliardi di euro; di questi, 185 sono detenuti dalla società belga Euroclear, che si occupa di “compensare” le operazioni finanziarie. In questo senso questa può essere considerata un “notaio”, un’infrastruttura essenziale del mercato finanziario e che agisce sulla base della fiducia degli operatori.
La società nasce come branca della banca Morgan, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso; dal 2000 Euroclear è diventata una società indipendente, separata da JPMorgan Chase, e dal 2018 ha spostato la sede da Londra a Bruxelles a causa dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.
Euroclear dichiara di gestire un patrimonio di 41 mila miliardi di euro (pari a quasi la metà del prodotto interno lordo mondiale) e di compiere ogni anno transazioni per oltre mille miliardi di dollari. Si capisce l’importanza che questa società riveste per il Belgio, se si pensa che il prodotto interno lordo del paese è 600 miliardi di euro. Una confisca, sotto qualsiasi forma, degli asset russi minerebbe la fiducia dei grandi investitori in Euroclear, aprendo la strada al fallimento della società e alla disoccupazione per i circa 4.400 dipendenti belgi.
L’appoggio all’Ucraina si è rivelato una trappola per l’Unione Europea e per i governi degli stati membri. Una pace che non preveda riparazioni adeguate da parte della Russia costringerebbe queste istituzioni a spiegare ai propri cittadini perché, contro la volontà degli elettori, si è alimentata una guerra che ha provocato centinaia di migliaia di morti e distruzioni incalcolabili, gettando al vento oltre duecento miliardi.
Le istituzioni europee e i singoli stati si trovano nella condizione del giocatore di poker costretto a fare puntate sempre più alte nella speranza di vincere un piatto che lo ripaghi delle perdite subite. Gli altri giocatori al tavolo, Trump, Putin, Zelensky, hanno tutto l’interesse al suo fallimento.
Policarpo