Quel che resta del diritto di sciopero della scuola

Nel torpido clima sociale favorito dalla situazione sanitaria l’apparato statale ed i sindacati altrettanto statalizzati non sono, purtroppo, in letargo. Da oggi infatti, grazie a un accordo fra governo e sindacati istituzionali firmato il 2 dicembre, scioperare nel mondo della scuola, dell’università e della ricerca sarà ancora più difficile di quanto fosse già da anni grazie:

1. alla situazione normativa determinata dalla legge 146/90, una vera e propria legge antisciopero per quel che riguarda i servizi pubblici individuati come “essenziali”, che fu promulgata non a caso dopo il ciclo di lotte della scuola, della sanità e dei trasporti degli anni ’80;

2. agli accordi sull’applicazione della legge 146/90 fra governo e sindacati istituzionali che sono stati firmati nel corso degli anni nei diversi comparti coinvolti ed ai numerosi interventi della Commissione di Garanzia per (in realtà contro) l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali.

Proprio la differente situazione fra il 1990 ed il 2020 rende opportuno domandarsi perché, in un contesto di scarsa conflittualità, si sia sentita la necessità di un’ulteriore stretta e perché tutti i sindacati istituzionali della scuola – ANIEF, CGIL, CISL, GILDA, SNALS e UIL – abbiano condiviso quest’accordo.

Senza escludere l’incidenza di un automatismo burocratico che ha portato l’ARAN[1] ed i sindacati istituzionali a “fare i compiti” con lo zelo che caratterizza, appunto, le burocrazie, vale a mio avviso la pena di porre l’attenzione su quali sono le questioni che un irrigidimento della normativa antisciopero permetterà, almeno nelle loro speranze, di affrontare in maniera ordinata e concertata.

Con la mia consueta brutalità, ritengo valga la pena di partire dalla questione salariale. Come si vede nella tabella [2] che considera i 6 paesi fondatori dell’UE più Spagna e Inghilterra, gli stipendi iniziali sono in Italia del 34% inferiori alla media. Tale divario cresce subito e, dai 10 anni a fine carriera, si mantiene attorno al 40%.

Spiegare come sia avvenuto che i lavoratori e le lavoratrici della scuola abbiano accettato, in sostanziale passività, questo impoverimento[3] richiederebbe una disamina dettagliata della composizione della categoria dal punto di vista tecnico e politico, delle politiche scolastiche dei governi di diverso colore che si sono succeduti, dell’azione delle organizzazioni sindacali e, in particolare, di quelle rappresentative. È comunque evidente che fra le cause di quanto è avvenuto possiamo annoverare i vincoli legali alla mobilitazione sindacale e l’acquiescenza alle politiche governative dei sindacati “rappresentativi”. Un’acquiescenza che si spiega, fra l’altro, con i robusti finanziamenti che il governo garantisce loro, sotto forma di permessi e distacchi, e non solo, con l’ottenimento del monopolio della rappresentanza sindacale, in pratica, del diritto di indire assemblee, di contrattazione ecc. a tutti i livelli, da quello nazionale a quello di singolo istituto. In estrema sintesi, uno scambio fra diritti e interessi delle lavoratrici e dei lavoratori e diritti e interessi dei sindacati.

Tornando all’oggi, è evidente, come si è premesso, che si tratta per il governo di sterilizzare il conflitto sindacale e, per i sindacati rappresentativi, di rafforzare il loro controllo sulla categoria impedendo l’azione dei sindacati di base e, a mio avviso, soprattutto, eventuali movimenti dal basso che, in questa situazione, rischiano di svilupparsi rompendo l’attuale stagnazione del conflitto.

D’altro canto il fatto che l’accordo sia stato sottoscritto da TUTTI e sei i sindacati “rappresentativi” compreso l’ANIEF, ultimo arrivato a questo titolo e solito presentarsi come il “giovane sindacato”[4] dice qualcosa sul fatto che, al di là delle polemiche di bottega, questi signori hanno perfettamente chiaro quali interessi li uniscano. Veniamo allora all’accordo: in sintesi alle molte limitazioni già esistenti si aggiunge che:

1. Non sarà possibile scioperare i primi cinque giorni di settembre ed i primi tre giorni dopo le pause natalizia e pasquale. È un modo per ridurre la possibilità effettiva di scioperare utilizzando, contro le lavoratrici ed i lavoratori, un argomento di tipo moralista anche se, ovviamente, di un moralismo untuoso. Lo sciopero non deve comportare alcun “vantaggio” indiretto allo scioperante quale potrebbe essere il prolungamento delle ferie. È il tipico argomento utilizzato dai crumiri moralisti, non di rado ottimisti e di sinistra, contro lo sciopero il venerdì. Inoltre

1. gli scioperi non possono superare nel corso di ciascun anno scolastico il limite di: 40 ore individuali (equivalenti a 8 giorni per anno scolastico) nelle scuole materne e primarie e 60 ore annue individuali (equivalenti a 12 giorni per anno scolastico) nelle scuole secondarie I e II grado.

2. sale da 7 a 12 giorni lavorativi l’intervallo minimo tra due azioni di sciopero indetti sia della stessa che da altre organizzazioni sindacali. L’effetto sarà l’accrescimento degli ostacoli burocratici all’indizione degli scioperi;

3. le diverse azioni di sciopero dovranno essere contenute in modo da assicurare comunque l’erogazione, nell’anno scolastico, di un monte ore non inferiore al 90% dell’orario complessivo di ciascuna classe;

4. presso ogni istituzione scolastica e educativa, il dirigente scolastico e le organizzazioni sindacali rappresentative – i soliti sei – stipulano un apposito protocollo di intesa sui contingenti minimi di lavoratori e lavoratrici che non possono scioperare. Nei fatti l’apparato sindacale esautora i delegati RSU di istituto, che peraltro non sono di regola belve del sindacalismo rivoluzionario, da un potere di contrattazione per avocarselo. Insomma non si fida neppure di delegati che, in grandissima parte, aderiscono ai sindacati istituzionali;

5. Veniamo a una “novità” se possibile, più rilevante. La comunicazione sullo sciopero inviata alle famiglie dovrà indicare i dati sulla rappresentatività nazionale[5] delle organizzazioni che indicono lo sciopero, le percentuali di adesione agli scioperi già indetti dalle stesse ed i voti ottenuti alle ultime elezioni RSU. Apparentemente un’operazione volta alla “trasparenza”, in realtà un sovrapporre strumentalmente due grandezze che hanno poche relazioni fra di loro visto che la gran parte degli iscritti ai sindacati, oprattutto a quelli di stato, si iscrivono per ragioni affatto diverse dall’adesione alla sua piattaforma ed dalla disponibilità a mobilitarsi. Quanto sia vera questa considerazione è dimostrato dallo sciopero indetto da cgil-cisl- GILDA-SNALS-uil l’8 giugno scorso cui aderì lo 0,47% dei lavoratori in servizio. In realtà, per ANIEF-CGIL-CISL-GILDA-SNALS-UIL, le lavoratrici e i lavoratori sono individui atomizzati che si rivolgono a un sindacato solo, o principalmente, per il disbrigo di pratiche e non soggetti capaci di operare collettivamente e la loro “volontà”, dal loro punto di vista, è certificata da una delega in bianco al sindacato di appartenenza e non dal loro pensiero e dalla loro azione e soprattutto dall’azione conflittuale e collettiva;

6. Infine, per non farsi mancare nulla, si rimanda al prossimo contratto di categoria l’impegno a definire altre forme di astensione collettiva, quali lo sciopero “virtuale”. Ancora una volta i fautori della scuola azienda ricorrono, quando pare loro opportuno, alla più frusta retorica sul lavoratore della scuola come missionario disposto a perdere la retribuzione pur lavorando per dimostrare la sua serietà: io direi, mi si perdoni il termine, la sua scimunitaggine.

Per concludere questo nostro discorso, a fronte di questo accordo capestro si tratta:

1. di organizzare raccogliendo tutte le forze disponibili una campagna di informazione, di denuncia e di pressione verso tutti i lavoratori e lavoratrici e senza trascurare qualche contraddizione che potrebbe aprirsi fra i militanti onesti dei sindacati pronta firma;

2. di ragionare sulle forme di lotta diverse dallo sciopero, anche se parlare di forme di lotta alternative allo sciopero è, sindacalmente parlando, un’idiozia. È infatti sin troppo vero che spesso le si è invocate come argomenti per sottrarsi alla lotta ma ciò, a maggior ragione nella situazione che si prospetta, non ci esime da una riflessione e da una sperimentazione nel merito;

3. di porsi nella prospettiva di forzare la stessa normativa antisciopero a livello categoriale e generale con scioperi necessariamente illegali, cosa non facile ma non impossibile se vi è la necessaria determinazione.

Cosimo Scarinzi

NOTE

[1] Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni

[2] Che prende in esame, per brevità, le retribuzioni degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado ma che coglie una tendenza generale.

[3] È bene ricordare che la legislazione antisciopero, applicata se possibile già da anni con maggiore durezza, è quella che ha permesso nei trasporti e nella sanità un taglio massiccio del personale, talmente massiccio che, per fare il caso della sanità, il personale obbligato a prestare servizio nelle giornate di sciopero negli ospedali è sovente più numeroso di quello che, a causa dei tagli, è in servizio normalmente. Non a caso solo nei trasporti in questi decenni in alcune occasioni vi sono stati scioperi massa illegali nonostante le minacce e le sanzioni irrogate agli scioperanti.

[4] Tanto “giovanile” da aver firmato l’accordo facendo mettere a verbale una nota in cui spiega che è, in qualche misura, in disaccordo. Un vecchio mezzuccio del sindacalismo istituzionale che oscilla fra il patetico e il ridicolo. D’altro canto l’ANIEF è riuscito a ottenere la rappresentatività grazie all’iscrizione di decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori che aderivano a una massa imponente di ricorsi: la sua “giovinezza”, alla fin della festa, coincide nel partire dal livello di burocratizzazione e di riduzione del sindacato ad agenzia che vende servizi in cambio di iscrizioni al quale i suoi concorrenti sono arrivati negli anni.

[5] Secondo una scheda della UIL, anche di istituto cosa che pone a mio avviso qualche problema legale interessante.