Spezzare il cappio del debito

Il rapporto dell’IDS

Si è svolto a partire dal 15 ottobre l’incontro annuale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Al di là delle lacrime di circostanza per le vittime dell’epidemia di coronavirus, il consesso degli strozzini non può che rallegrarsi per il cappio del debito che strozza sempre più i paesi più poveri, a vantaggio di banche ed istituzioni del Nord globale.

Nel comunicato conclusivo, il Development Committee denuncia il continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, l’esclusione sociale, la miseria materiale e morale che si diffonde dal Sud del mondo alle classi sfruttate del Nord globale ma attribuendo al tempo stesso alla pandemia da Covid-19 la responsabilità della nuova crisi; una crisi che ancora una volta impedisce il normale svolgimento dell’attività economica. Sarebbe troppo pretendere che questo consesso di rappresentanti dell’oligarchia finanziaria ammetta il legame tra aumento del prodotto lordo ed aumento dei contagi, il legame tra sviluppo economico e febbre del pianeta.

Secondo il rapporto commissionato dalla Banca Mondiale, International Debt Statistics (2021) – IDS,[1] i segnali della crisi erano già chiari prima dell’arrivo della pandemia. Già nel 2019 quasi la metà di tutti gli stati a basso reddito erano già in crisi per il debito o considerati ad alto rischio di bancarotta. Le stesse autorità finanziarie internazionali riconoscono che gli insostenibili interessi sul debito sottraggono le risorse di cui questi paesi hanno urgente bisogno per combattere la pandemia e sostenere le fasce più deboli della popolazione.

Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno lanciato l’Iniziativa per la Sospensione del servizio del Debito (DSSI). La sostenibilità del debito, cioè la possibilità di pagare gli interessi, è ciò che più importa ai grandi creditori; per raggiungere questi obiettivi il rapporto della Banca Mondiale da una parte mette l’accento sulla trasparenza e sul riempimento delle lacune nei dati esistenti per gli stati debitori a basso e medio reddito; dall’altra l’IDS sottolinea l’importanza del lavoro con i responsabili politici di quei paesi per livelli di debito e termini di pagamento sostenibili, unito all’implementazione di scelte politiche coerenti.

Uno dei fenomeni che preoccupa maggiormente l’oligarchia finanziaria è lo spostamento di quote di mercato fra i paesi creditori e l’uso di strumenti di credito sempre più complessi. Queste tendenze, secondo i ricercatori, rendono più difficile gestire le crisi del debito legate al COVID-19.

Gli ultimi dati ci dicono che il totale del debito estero degli stati a basso reddito ammissibili alla DSSI è salito del 9% nel 2019, arrivando a 744 miliardi di dollari, l’equivalente di un terzo del loro reddito nazionale lordo. In particolare, solo il 27% dello stock di debito a carico degli Stati piccoli e medi, pari a 178 miliardi di dollari, è stato ammesso alla procedura di sospensione del servizio del debito; d’altra parte fra i governi del G-20 la Cina, di gran lunga il maggior creditore, ha visto la quota del suo debito nei confronti degli altri governi del G-20 crescere dal 45 al 63% alla fine del 2019.

Il ruolo della Cina fra i paesi considerati da FMI e WB “paesi a medio reddito” è seguito con particolare attenzione: l’IDS sottolinea come la Cina abbia dominato nel 2019 il volume e la traiettoria dei flussi finanziari aggregati, dai paesi del G-20 ai paesi a basso e medio reddito, anche se la sua quota su questi flussi è diminuita dal 49% (2018) al 39% (2019), in contrasto con i flussi verso gli altri paesi a basso e medio reddito aumentati del 9%. La Cina ha inoltre ridotto la sua dipendenza dalla finanza internazionale, con una riduzione del 28% dei nuovi debiti ed un aumento del 46% dei rimborsi di quelli vecchi.

La preoccupazione circa il ruolo della Cina emerge anche nell’intervista che Carmen Reinhart, nuovo capo economista della Banca Mondiale, ha rilasciato al Wall Street Journal; nell’articolo si legge che “Secondo i dati della Banca mondiale, la Cina, a cui fanno capo il 60% dei debiti che le nazioni più povere del mondo dovrebbero rimborsare quest’anno, ha concesso molti prestiti ai paesi in via di sviluppo con condizioni che non sono trasparenti e con tassi di interesse più elevati di quelli che le nazioni possono permettersi.”

La China Development Bank, uno degli istituti che più di tutti ha elargito prestiti, non si è unita allo sforzo di mettere in stand-by il rimborso dei prestiti. “La piena partecipazione è qualcosa a cui dovremmo tendere, ma purtroppo non l’abbiamo ancora vista.” Questa è una delle ragioni dell’enfasi che il rapporto della Banca Mondiale mette sulla trasparenza dei dati: l’evoluzione dei modelli di finanziamento esterno per i paesi a basso e medio reddito, con termini e clausole no standard e clausole di no divulgazione, aggrava secondo la Banca Mondiale il compito di gestire le crisi del debito legate alla COVID-19 e dà luogo a nuove e più dettagliate richieste di trasparenza dei dati.

Il tono paternalistico nell’approccio dell’IDS rivela l’animo suprematista che condiziona ogni rapporto del “Nord globale” verso i poli del Sud del mondo. La tradizione razzista e colonialista si manifesta nella gestione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale da parte dell’oligarchia finanziaria.

In realtà il rapporto di debito, come ogni rapporto monetario, nasconde e rovescia il rapporto di dominio che lo genera. Mentre il Nord del mondo saccheggia e devasta i paesi coloniali, quelli eufemisticamente definiti in via di sviluppo o a basso e medio reddito, genera un rapporto apparentemente paritetico con il debito: flussi di denaro destinate alle élites coloniali, alle forze armate ed ai progetti di sviluppo utili alla multinazionali, che devono essere rimborsati a scadenza, condizionando le politiche nazionali con questo flusso di denaro e creando un meccanismo di subordinazione al rispetto degli impegni presi che esclude qualsiasi messa in discussione del rapporto di dipendenza coloniale. L’espansione del debito, sia pubblico che privato, risponde quindi ad una logica di dominio che l’aristocrazia finanziaria e l’imperialismo anglosassone impongono in ogni parte del globo.

L’epicentro della crisi finanziaria

La prospettiva di una nuova crisi globale è già segnalata alla fine del 2019: l’aumento dei livelli del debito pubblico e l’accresciuta vulnerabilità del debito erano già motivo di preoccupazione, in particolare in molti dei paesi più poveri del mondo. Il Fondo Monetario Internazionale si complimenta con se stesso per la velocità e la portata della sua risposta, incentrata su aiuti, ristrutturazioni per una duratura ripresa economica. Al tempo stesso, sia nei documenti preparatori, sia nel comunicato finale, sia nelle dichiarazioni dell’amministratore delegato si insiste sulla necessità di fare le scelte giuste, soprattutto per quanto riguarda i paesi più arretrati e più indebitati. Si mette l’accento sulla debolezza delle istituzioni politiche, sulla necessità di avere dati completi e dettagliati sull’indebitamento, sul sostegno a politiche come i finanziamenti per l’acquisto di vaccini o per la connettività digitale, fra cui anche la telemedicina e la didattica a distanza; finanziamenti che hanno lo scopo di aprire nuovi mercati alle multinazionali dei paesi sviluppati, sia nel campo della salute che in quello dell’informatica.

Le misure di ristrutturazione del debito proposte, nell’alleviare il peso di rimborsi e interessi ormai insostenibili, rinsaldano i vincoli del debito verso i paesi più deboli. L’oligarchia finanziaria cerca di ostacolare il declino degli stati imperialisti aggredendo i popoli del Sud globale; attraverso il debito pubblico si impone ai loro governi di garantire fonti di materie prime a basso costo e di aprire i loro mercati alle merci delle metropoli. Finora la stabilità sociale dei centri del potere mondiale è stata garantita da questa politica, ma ora tutto questo rischia di non essere sufficiente: i governi e l’oligarchia finanziaria sono obbligati ad attaccare le classi lavoratrici e povere al loro interno ed i popoli del Sud all’esterno.

Ancora una volta l’epicentro della crisi finanziaria saranno gli Stati Uniti. L’amministrazione USA si barcamena tra aumento del deficit e dell’indebitamento per garantire il proprio ruolo imperiale e riduzione della spesa pubblica per contenere i costi finanziari. Ogni oscillazione del pendolo, in un senso o nell’altro, provoca grandi sconquassi nel ciclo produttivo e in quello finanziario.

L’Ufficio per il budget del Congresso (CBO) degli Stati Uniti ha riferito che il deficit per il 2020 sarà di 3.100 miliardi di dollari. Il deficit è il più ampio dal 1945 ed il 2020 sarà il quinto anno in cui il deficit cresce in percentuale rispetto al PIL; in particolare nel 2020 il deficit sarà del 16%. Come risultato di questi deficit, secondo il CBO, il debito federale detenuto dal pubblico dovrebbe aumentare drasticamente, fino al 98% del PIL nel 2020, rispetto al 79% della fine del 2019 ed al 35% del 2007, prima dell’inizio della precedente recessione. Supererebbe il 100% nel 2021 e aumenterebbe al 107% nel 2023, il più alto nella storia della nazione. Il picco precedente si è verificato nel 1946 in seguito ai grandi deficit registrati durante la seconda guerra mondiale. Entro il 2030, il debito sarebbe pari al 109% del PIL. È bene tener presente che il debito di cui si parla è solo quello federale, senza tener conto del debito dei singoli stati dell’Unione e delle amministrazioni locali; non includono, inoltre, diritti acquisiti come la previdenza sociale e la Medicare, che sono promesse politiche piuttosto che contratti vincolanti. Escludono anche i debiti di Fannie Mae e Freddie Mac, i i fondi di garanzia sui mutui per l’edilizia residenziale garantiti dai contribuenti.

È per questo che il Wall Street Journal, voce della Borsa e delle multinazionali USA, ha scritto che questo enorme aumento del debito e una pietra miliare “in puro stile italiano”. La voce dell’oligarchia finanziaria attribuisce questo aumento alla classe politica: le misure proposte dai due principali partiti, se attuate, aggraverebbero di un ulteriore 50% circa il deficit previsto per quest’anno. Secondo il WSJ questo debito è paragonabile solo a quello registrato nel 1946; oggi però non è possibile ridurre il ritmo di spesa nello stesso modo ed il principale ostacolo sono le pretese dei pensionati sul gettito fiscale. Oltretutto in questi anni vanno in pensione i baby boomers, che rappresentano milioni di voti. Anche per gli Stati Uniti quindi il debito è la prima arma dell’oligarchia finanziaria per cancellare le illusioni del sistema democratico, per ritagliare le condizioni di vita delle classi sfruttate a misura delle esigenze dell’accumulazione e del regolare pagamento delle cartelle del debito.

In realtà il problema del debito è il pagamento degli interessi: se la nuova amministrazione darà credito ai consigli della TMM, la moderna teoria della moneta, aumentando la stampa di moneta, la Federal Reserve (la banca centrale USA) potrebbe pagare più tranquillamente il debito alla scadenza. Non solo: l’aumento di carta moneta renderebbe più debole il dollaro rispetto alle altre monete e questo favorirebbe le esportazioni USA però renderebbe più care le importazioni, sia di materie prime, sia di semilavorati. La cosa è tanto più importante perché gran parte dell’industria USA assembla parti prodotte all’estero; in tal modo l’inflazione tornerebbe a viaggiare negli USA (di là del controllo del governo sulla moneta) e con l’inflazione l’aumento dei tassi d’interesse, aumentando così il disavanzo di bilancio.

Ecco quindi una possibile spiegazione dell’approccio dolce da parte del Fondo Monetario e della Banca Mondiale alla questione del debito: l’epicentro della crisi non sono gli stati a basso e medio reddito ma il centro dell’imperialismo mondiale, il gendarme del mondo, gli Stati Uniti. Va da sé che le misure per il trattamento del debito nei confronti dei paesi arretrati, i finanziamenti di emergenza legati alla pandemia, l’individuazione di tassi di interesse e di scadenze adeguati ai debitori, a maggior ragione valgono per i soci di maggioranza del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.

Distruggere il feticcio

Il debito diventa così un altro feticcio della religione dell’economia, così come il prodotto interno lordo e, come per ogni feticcio che si rispetti, i suoi stregoni promettono il paradiso futuro, la remissione dei peccati e dei debiti a chi è disposto a sacrificare sul suo altare ogni cosa, reddito, diritti, salute, affetti. Sempre come ogni feticcio, anche il debito ci restituisce capovolti i rapporti sociali reali. L’indebitamento è al tempo stesso prodotto e presupposto della crisi: è con la scusa dell’adempimento del debito che gli stati imperialisti saccheggiano le risorse dei paesi sottomessi, impongono alle popolazioni di coltivare non ciò che soddisfa i loro bisogni ma ciò che può essere meglio venduto sul mercato internazionale, condannando intere popolazioni alla fame quando il mercato non richiede più quei prodotti. È l’ideologia del debito che legittima le politiche di aggiustamento volute dai governi, che penetrano in profondità nella carne degli sfruttati del Nord e del Sud globale, socializzando le perdite delle avventure degli speculatori finanziari.

Le proposte di riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e di revisione in vario modo del debito non mettono in discussione le fondamenta della sua ideologia: all’interno del mercato, del meccanismo del debito, del rapporto monetario non è possibile alcuna liberazione. La premessa di questi rapporti è la separazione; la separazione tra compratore e venditore, la separazione tra creditore e debitore, la separazione tra ricchi e poveri, la premessa di questi rapporti è la società antagonista, che vedrà sempre vincitori e vinti. All’interno dell’antagonismo non è possibile la liberazione degli oppressi: solo la solidarietà può dar vita ad una società libera perché composta da individui liberi. La critica del debito unisce gli sfruttati di tutto il mondo, quelli delle metropoli imperialiste e quelli delle periferie, di modo che la soluzione rivoluzionaria della crisi che affrontano gli Stati Uniti si saldi alla soluzione rivoluzionaria della crisi dei paesi sottosviluppati.

Tiziano Antonelli

NOTE

[1] https://openknowledge.worldbank.org/handle/10986/34588