Intervista sulla condizione dei lavoratori

Intervista a Luis

UN: Raccontaci un po’ la situazione che si è venuta a verificare – soprattutto nel Nord Italia dove vivi e lavori – rispetto alla malattia del coronavirus, partendo dai primi momenti.

LUIS: Ovviamente ti farò un’analisi della situazione soprattutto dal punto di vista della relazione tra i lavoratori ed il padronato. Accennerò solo ad un aspetto della complessa situazione dal punto di vista medico, che è collegata con il discorso generale: la crisi è stata tale perché l’incapacità di affrontare la pandemia è dovuta alla sfascio della sanità pubblica: le spese dello Stato, in tutti i paesi del mondo, sono state tolte dai servizi sociali per indirizzarle sempre di più verso gli interessi del capitale: se va bene, ad esempio, le spese sono dedicate al sistema sanitario nella misura massimo dell’8/10% e questo in pochi paesi al mondo. Di conseguenza un po’ ovunque, con poche eccezioni, il sistema sanitario è stato incapace di fronteggiare la pandemia perché il denaro pubblico è stato sempre più dirottato verso il supporto alle imprese capitalistiche.

UN: Per tornare al discorso dei primi momenti della pandemia…

LUIS: Ci sono state varie tappe. All’inizio, tra gennaio ed i primi di febbraio, tutto è stato caratterizzato da un comportamento autoritario e capriccioso delle aziende di ogni dimensione le quali tutte obbligavano i dipendenti a recarsi sul luogo di lavoro pur a conoscenza della penetrazione del virus nel territorio italiano e del nord in particolare, con un menefreghismo generale delle conseguenze della pandemia. Anche quando la situazione è palesemente peggiorata, la Confindustria ha fatto forti pressioni sul governo per mantenere aperte le aziende: a questo punto sono seriamente iniziate le prime pressioni da parte dei lavoratori, particolarmente quelli organizzati nei sindacati di base, perché si interrompessero le attività non strettamente necessarie. Si è giunti così in una seconda fase alla proposta da parte di CUB, SiCobas, ecc. di uno sciopero generale a fine marzo: questo serviva anche, appoggiandosi anche alle prime misure del governo, a rivendicare il diritto dei lavoratori di restare a casa, lontani da un luogo sicuramente a forte rischio di infezione per loro stessi ed indirettamente per le loro famiglie quando tornavano a casa. Una terza tappa poi è tata quando il governo ha fatto una prima definizione delle “attività strettamente necessarie”, dove si parlava genericamente della produzione e distribuzione alimentare, lasciando di fatto aperta la porta alle produzioni e distribuzioni alimentari di generi oggettivamente secondari. I lavoratori coinvolti in questo genere di produzioni hanno subito un attacco molto forte: ad esempio, qui in Lombardia, possimao fare come esempi l’esselunga come azienda distributrice e la Rovagnati come azienda produttrice. In alcuni casi, come la Rovagnati, l’azienda ha ammorbidito leggerissimamente le proprie posizioni solo dopo una serie di contagi e ricoveri (tra cui un nostro militante CUB di solo oggi abbiamo notizie di un leggero miglioramento dopo un lungo periodo di degenza).

UN: Come vi siete comportati in queste circostanze?

LUIS: Come sindacato abbiamo fatto di tutto per prendere contatto con le famiglie dei lavoratori ammalati, partendo ovviamente dai nostri iscritti con cui avevamo maggiore facilità; abbiamo allora dato tutto il supporto possibile in questa situazione. Abbiamo fatto lo stesso più in generale, chiedendo, purtroppo inutilmente, l’intervento dei stessi servizi sanitari perché ispezionassero con attenzione la condizione dei luoghi di lavoro, in modo che si giungesse alla decisione di una loro chiusura, almeno momentanea per operazioni di sanificazione. Il tutto anche in situazioni nelle quali si producevano beni alimentari, come dicevo, oggettivamente secondari.

UN: Il governo ha offerto una integrazione salariale a mo’ di risarcimento del rischio…

LUIS: Si, cento euro, se per questo in alcune aziende come la Rovagnati sono state offerte ai lavoratori ulteriori cento euro purché i dipendenti tornassero al lavoro. Il messaggio che abbiamo fatto circolare è stato allora: la nostra vita non vale duecento euro – molti si sono mossi in questa direzione e non sono tornati al lavoro, nonostante la necessità urgente di un reddito.

UN: Infatti… ci puoi parlare di quest’aspetto della situazione?

LUIS: Si tratta di una situazione molto grave. La stessa Cassa Integrazione Guadagni, nella sua pochezza e quando viene ottenuta, di fatto nessuno l’ha vista ancora materialmente. Molto è propaganda: perché in Lombardia ma un po’ ovunque, dato il numero dei lavoratori, di fatto non ci sono i fondi per pagarla e, in ogni caso, l’integrazione salariale, se va bene, arriva dopo quaranta giorni dalla domanda fatta – ovviamente un lavoratore non può aspettare tanto. Gli accordi tra Stato, Confindustria e Confederali prevedevano che le banche la anticipassero ma, di fatto, tutto è rimasto sulla carta perché le banche aprono effettivamente un conto, peccato però che quei soldi sono bloccati fino a che l’INPS non si decide ad accettare formalmente la Cassa Integrazione Guadagni di quel soggetto e questi non possa presentare il documento relativo. Come dicevo, di fatto ad oggi nessuno ha visto materialmente quei soldi. Stiamo accumulando enormi debiti: le bollette, i fitti, i mutui e quant’altro, beh, di queste Stato e padroni invece chiedono l’immediato pagamento: dobbiamo fronteggiare il rischio di sfratti,mentre le agenzie di credito ci tengono col coltello alla gola. Ci impediscono di organizzarci per resistere a questa situazione che non abbiamo certo voluto noi.

UN: Come uscire da questa situazione?

LUIS: La domanda che noi dobbiamo fare è questa: dato che la virulenza di questa pandemia è stata creata in gran parte da una politica economica esclusivamente a favore dei padroni e che sin da settembre c’erano stati allarmi senza che si sia fatto nulla da parte degli Stati e della classe dominante che ha “lasciato andare”, allora la classe lavoratrice di tutto il mondo deve imporre allo Stato un reddito immediato per sopravvivere alla crisi. Ti dirò di più: ho il sospetto anche che la classe imprenditoriale ed il potere abbia “lasciato andare” le cose perché da questa crisi può ricevere numerosi vantaggi.

UN: Puoi spiegare meglio questo tuo sospetto?

LUIS: Il mio sospetto è che abbiano utilizzato la crisi per risolvere tanti investimenti falliti e debiti arretrati verso i dipendenti. Profitteranno, come fanno da decenni ma con maggiore facilità, della crisi per fare fallimento e riaprire la produzione altrove o più semplicemente con un altro nome, magari altro personale, in ogni caso con condizioni di lavoro peggiori e salari inferiori, e maggiori profitti. Tornando al discorso precedente, è vero che la situazione per noi è assai difficile, che siamo indebitati fino al collo, ma la soluzione non è rischiare la vita ma di costringere il governo a coprire, almeno fino a che dura la crisi, le spese fondamentali per tutti i lavoratori e per la popolazione in generale. I soldi che il governo trova sempre ed anche adesso per risolvere i problemi economici di aziende e banche devono essere usati per questo. Occorre letteralmente sfamare la popolazione che deve essere tenuta il più possibile lontano dal contagio: questa deve essere la parola d’ordine su cui dobbiamo unirci tutti, indipendentemente dalle appartenenze politiche e sindacali, in un fronte popolare che si scontri con la classe dominante per difenderci da questa situazione, lottando contro le logiche capitalistiche e della proprietà privata. Dobbiamo rivendicare che tutto il mondo vive grazie al lavoro, non al capitale pubblico e privato: occorre costruire una forte coscienza di classe in merito.

UN: Ok. Senti, con la cosiddetta “fase due” cosa credi accadrà sui posti di lavoro? Qualcosa hai già detto…

LUIS: Sui possibili vantaggi per le aziende derivanti da questa pandemia vi ho già detto: per le aziende sarà un momento assai positivo a scapito dei lavoratori. Posso aggiungere che ci sarà più di prima una resistenza repressiva verso l’organizzazione dei lavoratori, specialmente se questi si organizzano in sindacati di base. Vedremo poi sicuramente molta disoccupazione, problemi familiari e morali per la classe lavoratrice, il tutto a favore degli interessi delle classi dominanti. Più in generale, il problema sarà: dato che il virus circolerà ancora, posso io lavoratore recarmi sul posto di lavoro con il rischio di far ammalare me e la mia famiglia pur di portare a casa un minimo di salario? Il governo ragiona dal punto di vista dei padroni, non dei lavoratori e della popolazione e, se noi ci poniamo questa domanda, il governo certo non pare affatto porsela. Poi non lo posso dimostrare ma ho l’impressione che i dati che ci diano in questa fase siano molto edulcorati, allo scopo di convincerci a tornare sui posti di lavoro.

UN: Al momento qual è la tua situazione, individuale e di attività sindacale?

LUIS: Al momento esco pochissimo, al minimo indispensabile per la mia vita privata, recandomi al sindacato solo per motivi di estrema necessità riguardo la cura degli interessi dei lavoratori iscritti e sempre con tutte le precauzioni del caso. Passo un momento molto triste anche perché uno dei militanti del mio sindacato è morto per la pandemia lavorando in una fabbrica che non voleva chiudere, tra l’altro una fabbrica di una produzione non certo prioritaria che ha aspettato la malattia di alcuni lavoratori e la morte del compagno, che lascia la moglie e quattro figli piccoli, anche solo per sanificare gli ambienti. Abbiamo indetto una battaglia per la fine della produzione finché non finisce davvero questo periodo ed abbiamo ottenuto la Cassa Integrazione Guadagni (a quando arriverà…). Sono continuamente in contatto con le decine di lavoratori di questa ed altre aziende tramite un gruppo Whatsapp che mi raccontano ogni giorno delle loro micidiali difficoltà di vita ed organizzando una rete di mutuo soccorso, soprattutto alimentare. Cerchiamo anche di rinegoziare, con risposte spesso negative, i loro mutui e di rimandare i loro affitti fino a che quest’emergenza non terminerà.

UN: La situazione della Lombardia e quella del Piemonte sono particolarmente gravi, speriamo per poco, rispetto al resto d’Italia dove la situazione non è mai stata così grave. Non credi che il governo Conte faccia affidamento sul fatto che la maggioranza degli italiani non colga i rischi della “fase due”?

LUIS: Sì, la cosa è dovuta anche ovviamente alla maggiore concentrazione di aziende con molti addetti in luoghi spesso ristretti dove si lavora a stretto contatto, ecc. Riaprire le produzioni senza un livello di protezione individuale molto elevato è estremamente pericoloso. Effettivamente, fuori dal resto d’Italia, il rischio potrebbe essere meno avvertito nelle regioni, la maggioranza, dove ci sono numeri assai meno preoccupanti. Di conseguenza, il governo emana dei decreti molto generalizzati, senza tenere conto delle diverse realtà: questo perché loro hanno a cuore esclusivamente gli interessi padronali, infatti a ben vedere le direttive emanate per la “fase due” sembrano scritte direttamente da Confindustria, con un minimo di mascheramento sanitario dove però l’interesse primario è la ripresa della produzione costi quel che costi. La nostra indicazione sarà comunque che, anche se il governo dice che possiamo rischiare, rifiutarsi e restare a casa finché la situazione non è realisticamente cambiata.

UN: La situazione di sospensione di molti dei diritti civili, politici e sindacali come l’avete affrontata? Avete perso contatti con gli iscritti?

LUIS: Ti parlo della CUB, ma credo che anche gli altri sindacati stiano facendo cose simili. Già vi ho detto dell’utilizzo dei gruppi di Whatsapp per organizzare le attività di mutuo soccorso; stiamo organizzando poi numerose riunioni in videoconferenza con i delegati, ognuno dei quali, poi, si mette in ulteriore contatto a distanza con gli iscritti che rappresenta, in modo da mantenere alto il livello di democrazia e rispondere immediatamente ai problemi dei lavoratori tramite il nostro staff di CAF e patronato che due volte la settimana tengono aperta la sede, come dicevo, con tutte le protezioni del caso. Utilizziamo poi un portale ed un cloud per diffondere le informazioni in tempo reale. Ci stiamo attrezzando anche per dare una risposta a molte arbitrarie procedure disciplinari da parte del padronato che si stanno sempre più prospettando, perché i padroni pensano di sfruttare questo momento che loro credono di chiusura dei sindacati per attaccare i militanti ed anche i semplici iscritti ma, sorpresa per loro, noi siamo ancora presenti, interveniamo a difesa ed organizziamo anche il blocco della produzione, come è avvenuto due settimane fa all’esselunga, dove la procedura disciplinare a carico di un RSA ha visto l’immediato blocco della produzione per tre ore, organizzato da parte nostra, del SiCobas ed anche da numerosi iscritti CGIL che ha visto una partecipazione generalizzata ed un immediato successo.

Intervista
a cura d Enrico Voccia