Il Programma anarchico di Errico Malatesta

Quando, esattamente cento anni fa, nasceva Umanità Nova, si era nel pieno del Biennio Rosso e, l’anno prima, si era andata costituendo l’Unione Anarchica Italiana. Il quotidiano era pensato, come evidente dalla lettura dell’editoriale del primo numero – “I Nostri Propositi” – come uno strumento di coordinamento e propaganda per l’attuazione del programma su cui si era costituita l’U.A.I. e che poi verrà ripreso, nel secondo dopoguerra, dalla Federazione Anarchica Italiana. Umanità Nova di ieri e di oggi, pertanto, va compreso alla luce di quel progetto che, ripercorso ad oltre cento anni di distanza, mostra tutta la sua attualità.

Le radici ideologiche

Il “programma comunista anarchico rivoluzionario” comincia con riallacciarsi esplicitamente all’esperienza della prima Associazione Internazionale dei Lavoratori, riepilogando poi brevemente le vicissitudini terminologiche del termine con cui lo si è denominato col tempo – ai suoi inizi semplicemente “programma socialista”, più tardi “socialista anarchico”, infine “per reazione alla crescente degenerazione autoritaria e parlamentare del movimento socialista” anarchico tout court. Per quanto breve, la premessa al programma ripercorre perciò criticamente l’esperienza del movimento operaio e socialista delle penisola.

Il Programma

Il programma anarchico parte dalla considerazione, dai toni leopardiani, per cui la maggior parte dell’infelicità degli umani dipende dalla forma che essi danno alla loro organizzazione sociale: l’attuale forma gerarchica si è venuta a creare perché i meccanismi cooperativistici e solidaristici, pur magari restando presenti all’interno dei gruppi caratterizzati da una convivenza più stretta, sono stati sconfitti dal modello gerarchico quando alcuni gruppi hanno dato vita al fenomeno della guerra per accaparrarsi egoisticamente la gran parte delle risorse, sottomettendo gli altri gruppi. Un fenomeno molto limitato nelle società di cacciatori/raccoglitori, poi alimentato sempre più dalla possibilità presente nelle società agricole di produrre un surplus produttivo, fino a giungere alla situazione attuale, dominata dal salariato, dove “attraverso tutta una rete complicatissima di lotte di ogni specie, invasioni, guerre, ribellioni, repressioni, concessioni strappate, associazioni di vinti unitisi per la difesa, e di vincitori unitisi per l’offesa, si è giunti allo stato attuale della società in cui alcuni detengono ereditariamente la terra e tutta la ricchezza sociale, mentre la gran massa degli uomini, diseredata di tutto, è sfruttata ed oppressa dai pochi proprietari.”

Dalla società gerarchica dipendono la miseria e tutti i mali ad essa connessi, innanzitutto l’esistenza di un governo come una “classe speciale” che se, ad un primo sguardo, può apparire una sorta di gendarme degli interessi dei proprietari, in realtà è la vera classe dominante grazie al monopolio della violenza armata di cui gode. Il potere politico e la miseria di tanti di fronte alla ricchezza di pochi, poi, sono supportati “ideologicamente” dalle religioni e dalle pseudoscienze, le quali creano i nazionalismi, il razzismo, l’intromissione nella sfera privata – anche affettiva – degli individui, la rottura dei vincoli solidali tra gli sfruttati.

È questo stato di cose che occorre cambiare, partendo dalla negazione di quella che è stata ed è la radice della società gerarchica: la guerra. Ad essa occorre sostituite “all’odio l’amore, alla concorrenza la solidarietà, alla ricerca esclusiva del proprio benessere la cooperazione fraterna per il benessere di tutti, alla oppressione ed all’imposizione la libertà, alla menzogna religiosa e pseudoscientifica la verità.” Di conseguenza il programma anarchico di rinnovamento della società consiste nell’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione restituiti in forma comunista alle libere associazioni dei lavoratori; nell’abolizione di ogni forma di potere con cui alcuni possono imporre la loro volontà ad altri; nella ricostruzione dell’organizzazione sociale in forma autogestionaria; nella garanzia del benessere sociale anche a chi (per età e/o malattia) è incapace al lavoro; nella lotta alle religioni ed alle pseudoscienze sostituita con un’istruzione scientifica generalizzata ad ogni livello; nella lotta al nazionalismo ed al razzismo; nella garanzia delle libertà per ciascuno di gestire come meglio credere la propria affettività.

Mezzi e fini

Un simile programma necessita dei mezzi adeguati al suo conseguimento: sbandierare un nobile fine per poi pretendere di realizzarlo con mezzi che portano in tutt’altra direzione è un inganno verso le masse sfruttate.

Innanzitutto, poiché il fine è la realizzazione di una società universalistica e solidaristica, non si può usare a tale scopo le forme dell’obbligo politico. Gli esseri umani devono perciò innanzitutto essere convinti della possibilità di una società diversa, “bisogna che suscitiamo in ciascuno la simpatia pei mali altrui ed il desiderio vivo del bene di tutti”, convincere insomma della necessità del comunismo anarchico e di organizzare le forze ribelli allo stato di cose presenti. Ovviamente il rispetto della libera volontà di tutti – anche dell’avversario politico e sociale – non significa che, raggiunta una massa critica di esseri umani, ci si debba fermare nell’organizzare la nuova società perché i passati dominatori possono dispiacersi di trovarsi senza esseri umani da sfruttare…

A ciò, purtroppo, si oppongono in ogni modo, anche brutale, gli attuali privilegiati, utilizzando ogni mezzo a loro disposizione per restare tali e lo fanno non solo contro una abolizione completa dei loro privilegi ma persino contro minimi miglioramenti della vita delle classi dominate. Di conseguenza, ci si deve preparare in continuazione all’autodifesa e, “quando avremo la forza sufficiente dobbiamo, profittando delle circostanze favorevoli che si producono o creandole noi stessi, fare la rivoluzione sociale, abbattendo, colla forza, il governo, espropriando, colla forza, i proprietari; mettendo in comune i mezzi di vita e di produzione, ed impedendo che nuovi governi vengano ad imporre la loro volontà e ad ostacolare la riorganizzazione sociale fatta direttamente dagli interessati.”

Questo in linea generale: ovviamente le condizioni dell’attuale società ed i relativi condizionamenti sulla mentalità ed il carattere degli esseri umani rendono difficile la creazione di “quel grado di sviluppo intellettuale e morale che è necessario all’attuazione dei nostri ideali.” Difficile ma non impossibile: la lotta di classe tra dominanti e dominati è caotica, carsica, complessa, per cui occorre sapere intervenire con intelligenza e “profittare di tutti i mezzi, di tutte le possibilità, dì tutte le occasioni che ci lascia l’ambiente attuale, per agire sugli uomini e sviluppare la loro coscienza ed i loro desideri; dobbiamo utilizzare tutti i progressi avvenuti nella coscienza degli uomini per indurli a reclamare ed imporre quelle maggiori trasformazioni sociali che sono possibili e che meglio servono ad aprire la via a progressi ulteriori.” Senza aspettare, invano, di convincere la grande maggioranza degli sfruttati “dobbiamo cercare che il popolo, nella sua totalità o nelle sue frazioni, pretenda, imponga, prenda da sé tutti i miglioramenti, tutte le libertà che desidera, man mano che giunge a desiderarle ed ha la forza di imporle; e propagandando sempre tutto intero il nostro programma e lottando sempre per la sua attuazione integrale, dobbiamo spingere il popolo a pretendere ed imporre sempre di più fino a che non ha raggiunto l’emancipazione completa.”

I campi di lotta

L’oppressione immediata avvertita dalle classi dominate è quella economica, che deriva dalla proprietà privata dei mezzi di produzione di cui occorre convincere della necessità della sua abolizione e tentarne la realizzazione ogni volta che sembri adombrarsene la possibilità. Si può però “passare direttamente, senza gradi intermedi, dall’inferno in cui si trova ora il proletariato, al paradiso della proprietà comune?” La storia è caotica e non si può dire cosa accadrà: in ogni caso anche i miglioramenti parziali della condizione degli sfruttati non sono affatto da disprezzare. Innanzitutto perché la vita quotidiana delle persone è importante ed il suo miglioramento non è affatto contraddittorio nei confronti del fine generale – di conseguenza gli anarchici devono essere presenti ed operanti in ogni lotta che tende a diminuire le gerarchie sociali; poi, e soprattutto, perché “qualunque siano i risultati pratici della lotta per i miglioramenti immediati, l’utilità principale sta nella lotta stessa. Con essa gli operai imparano ad occuparsi dei loro interessi di classe, imparano che il padrone ha interessi opposti al loro e che essi non possono migliorare le loro condizioni ed anche meno emanciparsi, se non unendosi e diventando più forti dei padroni. Se riescono ad ottenere quello che vogliono, staranno meglio: guadagneranno di più, lavoreranno meno, avranno più tempo e più forza per riflettere alle cose che loro interessano, e sentiranno subito desideri maggiori, bisogni maggiori. Se non riescono, saran condotti a studiare le cause dell’insuccesso ed a riconoscere la necessità di maggiore unione, di maggiore energia; e comprenderanno infine che a vincere sicuramente e definitivamente occorre distruggere il capitalismo.”

In ogni caso la lotta sindacale ha dei limiti: perché “il salario non può scendere normalmente ai disotto di quel tanto che è necessario alla vita, né può normalmente salire tanto da non lasciare nessun profitto al padrone. È chiaro che nel primo caso gli operai morrebbero e quindi non riscuoterebbero più salario, e nel secondo i padroni cesserebbero di far lavorare e quindi non pagherebbero più salari. Ma tra questi i due estremi impossibili vi sono una infinità di gradi (…) Il salario, la lunghezza della giornata e tutte le altre condizioni del lavoro sono il risultato della lotta tra padroni e lavoranti. (…) Dove i lavoratori si contentano di tutto, o, anche essendo scontenti. non sanno opporre valida resistenza ai padroni, sorto presto ridotti a condizioni animalesche di vita: dove invece essi hanno un concetto alquanto elevato del modo come dovrebbero vivere degli esseri umani, e sanno unirsi e, mediante il rifiuto di lavoro e la minaccia latente o esplicita di rivolta, imporsi rispetto ai padroni, essi sono trattati in modo relativamente sopportabile. In modo che può dirsi che il salario dentro certi limiti, è quello che l’operaio (non come individuo, s’intende, ma come classe) pretende. Lottando dunque, resistendo contro i padroni, i lavoratori possono impedire, fino ad un certo punto. che le loro condizioni peggiorino ed anche ottenere dei miglioramenti reali.”

Detto questo, però, come si è già detto, i padroni possono cedere solo fino ad un certo punto: molto prima di una sorta di ipotetica espropriazione concordata, utilizzerebbero la forza del governo per reprimere le rivendicazioni popolari. Nella migliore delle ipotesi, perciò, la lotta economica da sola può portare – al massimo e temporaneamente – a piccoli miglioramenti nella vita quotidiana della maggioranza dell’umanità. È vero che la classe lavoratrice è indispensabile e sembrerebbe che con uno sciopero generale ben condotto potrebbe imporre di tutto. Innanzitutto, però, l’unione sindacale combattiva dei lavoratori è sempre difficile da ottenere e ad essa si contrappone quella ben più facile dei padroni; l’innovazione tecnologica ed i fenomeni migratori rendono poi sempre più facile ricattare i lavoratori. Queste cose “riescono a controbilanciare il progresso della coscienza e della solidarietà operaia: spesso camminano più rapidamente di questo progresso e lo arrestano e lo distruggono.”

Dati questi limiti della lotta economica ad essa deve affiancarsi sempre la lotta politica, dove per lotta politica “intendiamo la lotta contro il governo. (…) quegl’individui che detengono il potere, comunque acquistato, di far la legge ed imporla ai governanti, cioè al pubblico. (…) Erroneamente si dice che il governo compie oggi la funzione di difensore del capitalismo, ma che abolito il capitalismo esso diventerebbe rappresentante e gerente degli interessi generali. Prima di tutto il capitalismo non si potrà distruggere se non quando i lavoratori, cacciato il governo, prendano possesso della ricchezza sociale ed organizzino la produzione ed il consumo nell’interesse di tutti, da loro stessi, senza aspettare l’opera di un governo il quale, anche a volerlo, non sarebbe capace di farlo. (…) Per conseguenza, non si può abolire il privilegio e stabilire solidamente e definitivamente la libertà e l’uguaglianza sociale se non abolendo il governo, non questo o quel governo, ma l’istituzione stessa del governo.”

Anche qui ritorna nel programma la dialettica tra congruente ricerca del consenso e parallela necessità di sfruttare ogni occasione possibile di liberazione: “Sempre predicando contro ogni specie di governo, sempre reclamando la libertà integrale, noi dobbiamo favorire tutte le lotte per le libertà parziali, convinti che nella lotta s’impara a lottare e che incominciando a gustare un po’ di libertà si finisce col volerla tutta. Noi dobbiamo sempre essere col popolo, e quando non riusciamo a fargli pretender molto, cercare che almeno cominci a pretender qualche cosa: e dobbiamo sforzarci perché apprenda, poco o molto che voglia, a volerlo conquistare da sé, e tenga in odio ed in disprezzo chiunque sta o vuole andare al governo. Poiché il governo tiene oggi il potere di regolare, mediante le leggi, la vita sociale ed allargare o restringere la libertà dei cittadini, noi non potendo ancora strappargli questo potere, dobbiamo cercare di diminuirglielo e dì obbligarlo a farne l’uso meno dannoso possibile Ma questo lo dobbiamo fare stando sempre fuori e contro il governo, premendo su di lui mediante l’agitazione della piazza minacciando di prendere per forza quello che si reclama. Mai dobbiamo accettare una qualsiasi funzione legislativa, sia essa generale o locale, poiché facendo così diminuiremmo l’efficacia della nostra azione e tradiremmo l’avvenire della nostra causa.”

Alla lunga, comunque, la storia insegna che ogni progresso sociale è passato per un processo insurrezionale. “Limite all’oppressione del governo è la forza che il popolo si mostra capace di opporgli. Vi può essere conflitto aperto o latente, ma conflitto v’è sempre; poiché il governo non si arresta innanzi il malcontento ed alla resistenza popolare se non quando sente il pericolo dell’insurrezione. Quando il popolo sottostà docilmente alla legge, o la protesta è debole e platonica, il governo fa i comodi suoi senza curarsi dei bisogni popolari; quando la protesta diventa viva, insistente, minacciosa, il governo, secondo che è più o meno illuminato, cede o reprime. Ma sempre si arriva all’insurrezione, perché se il governo non cede, il popolo acquista fiducia in sé e pretende sempre di più, fino a che l’incompatibilità tra la libertà e l’autorità diventa evidente e scoppia il conflitto violento. È necessario dunque prepararsi moralmente e materialmente perché allo scoppio della lotta violenta la vittoria resti al popolo.”

Di per sé, però, l’insurrezione non garantisce il miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari: “Nelle insurrezioni passate il popolo, inconscio delle ragioni vere dei suoi mali, ha voluto sempre molto poco, e molto poco ha conseguito.” Il compito principale allora sarà quello di propagandare – prima e durante un moto rivoluzionario – i principi di un comunismo autogestionario, nella speranza che che la prossima rivoluzione prenda la piega maggiormente desiderabile verso un mondo di liberi ed uguali. “E se la massa dei popolo non risponderà all’appello nostro, noi dovremo – in nome del diritto che abbiamo di esser liberi anche se gli altri vogliono restare schiavi e per l’efficacia dell’esempio – attuare da noi quanto più potremo delle nostre idee, e non riconoscere il nuovo governo, e mantenere viva la resistenza, e far si che le località dove le nostre idee saranno simpaticamente accolte si costituiscano in comunanze anarchiche, respingano ogni ingerenza governativa, stabiliscano libere relazioni con le altre località e pretendano di vivere a modo loro. (…) E comunque vadano le cose continuare sempre a lottare, senza un istante di interruzione, contro i proprietari e contro i governanti avendo sempre in vista la emancipazione completa, economica, politica e morale di tutta quanta l’umanità.”

Questo – in sintesi e con le parole di cent’anni dopo – il programma anarchico che animò il progetto di un quotidiano prima e di un settimanale poi: uno strumento di lotta e di crescita dei militanti, che da oramai da un secolo è presente nell’immaginario e nelle lotte del “popolo della sinistra” della penisola – e non solo della componente militante nel movimento anarchico in senso stretto.

Enrico Voccia