Antifascismo e Resistenza

Il programma di San Sepolcro del 23 marzo 1919,[1] pubblicato su Il popolo d’Italia il 6 giugno 2019, è il primo programma del movimento fascista, ancora infarcito di rivendicazioni “socialiste” ed “anticapitaliste”, tipiche della base piccolo borghese urbana del movimento, estremamente impoverita dalla guerra e composta da reduci, arditi, ufficiali, studenti del Politecnico, aderenti alle associazioni tricolori e futuristi.[1] Non bisogna però confondere questo programma con la cosiddetta “politica sociale” del fascismo una volta arrivato al potere, cosa che merita una trattazione a parte. È possibile che, in seguito, la base sociale del fascismo sia rapidamente cambiata con l’adesione al movimento degli agrari lombardi ed emiliano-romagnoli con i relativi finanziamenti; fatto sta che il primo programma venne rapidamente abbandonato ed alcuni esponenti della prima ora vennero messi da parte, mentre veniva sempre più fuori la vera natura del fascismo e cioè la violenza antiproletaria, quel surplus di violenza necessario in un momento di acuta crisi, economica e politica, del capitalismo e delle istituzioni dello stato. Neanche un mese dopo l’adunata di San Sepolcro, il 15 aprile, i fascisti attaccano un corteo operaio a Milano, uccidendo Teresa Galli ed altri due lavoratori, poi subito dopo devastano la sede dell’Avanti. La situazione della lotta di classe nel “biennio rosso” (1919-1920) era sicuramente in un momento tale da far temere ai capitalisti una insurrezione proletaria, dopo la rivoluzione d’Ottobre in Russia, nonostante il freno messo in atto dal Partito Socialista di allora.

Oggi la situazione della lotta di classe è certamente meno temibile e limitata ad alcuni settori, come la logistica, le cooperative, gli appalti, alcune forme del caporalato in agricoltura, per cui non è necessario al momento un surplus di violenza antiproletaria di là della “normale” opera di repressione delle istituzioni dello stato. Può essere questo il motivo per cui, fino ad ora, non si sono verificati episodi di violenza antiproletaria diretta da parte delle organizzazioni neofasciste, tranne nel caso della Angeleri di Alessandria, dove però l’intervento di questi gruppi si è limitato ad un sostegno verbale al padronato, senza arrivare ad azioni dirette. Ma ciò non vuol dire che queste non potrebbero arrivare in futuro, nel momento in cui la crisi capitalistica dovesse precipitare.

Un altro aspetto da prendere in considerazione è la politica economica del fascismo e del nazismo, una volta arrivati al potere. In proposito sono state avanzate da alcuni studiosi alcune interpretazioni del tipo “primato della politica” o “dirigismo statalista”. In pratica si trattò di un intervento massiccio dello stato, o meglio del partito unico, nell’economia in tutti i suoi vari aspetti, dal mercato finanziario alle banche, dalla tassazione agli investimenti produttivi, alle grandi opere pubbliche necessarie per riassorbire la disoccupazione di massa, senza tuttavia mettere minimamente in discussione la proprietà privata ed i profitti dei capitalisti. Anzi il regime nazionalsocialista ha trasferito la proprietà statale ed i servizi pubblici al settore privato per avere a disposizione le risorse necessarie al programma del Lebensraum, ossia per la conquista dello spazio vitale verso est per il popolo tedesco.[2]

Quello che però costituiva l’aspetto centrale e unificante del tutto era una accelerata politica di riarmo: qui basta ricordare poche cifre. La Germania nazista dal 1933 al 1938 portò la spesa militare al 17-18% del prodotto nazionale netto, tanto che si parlò di economia di guerra in tempo di pace. Negli anni più duri della guerra (1943/44) la spesa militare arrivò al 76% del prodotto nazionale, una percentuale simile del resto a quella dell’Unione Sovietica. Negli stessi anni gli Stati Uniti e il Regno Unito arrivarono a una percentuale del 55%, sia perché la guerra sul fronte occidentale fu tutto sommato meno intensa, sia soprattutto perché l’economia anglo-americana era molto più forte di quella tedesca e sovietica e, inoltre, nessuna delle due nazioni subì un’invasione del proprio territorio. Inoltre la Gran Bretagna poteva contare sulla ricchezza proveniente dalle colonie, cioè sulla rapina coloniale.

Per fare un confronto con i nostri tempi nel 2018 la spesa militare italiana si è attestata sul 1,4% del PIL, con un aumento del 4% rispetto al 2017, pari a circa 25 miliardi di euro, vale a dire 68 milioni e mezzo di euro al giorno (l’equivalente cioè della costruzione di quattro ospedali al giorno), classificandosi al quarto posto in Europa, dopo Francia, Regno Unito e Germania ed all’undicesimo posto nel mondo, dove naturalmente primeggiano gli Stati Uniti con il 4,3% del PIL. Gli accordi in ambito NATO prevedono il raggiungimento del 2% del PIL entro il 2024.

Le cifre odierne sono naturalmente lontane da quelle della seconda guerra mondiale ma, come abbiamo visto, una accelerazione nella politica di riarmo può avvenire anche in pochi anni, per cui è sempre opportuno mantenere alta la mobilitazione antimilitarista.

Nella concezione borghese il fascismo si contrappone alla democrazia rappresentativa parlamentare, mediante la soppressione di alcune “libertà” democratiche come quella di voto, o quella di costituire partiti politici diversi ecc. Nella democrazia parlamentare borghese è ammessa, nei momenti migliori, la rappresentanza di interessi operai o popolari, attraverso partiti definiti “di sinistra”, purché rientrino all’interno delle compatibilità capitalistiche.

Nella visione proletaria, come già detto, la vera natura del fascismo è costituita dalla violenza antiproletaria, da un intervento massiccio dello stato, o meglio del partito unico, nell’economia e, soprattutto, da una accelerata politica di riarmo che conduce inevitabilmente a una guerra di dimensioni mondiali.

Bordiga, che fu il primo segretario del P.C. d’Italia nel 1921 prima di Gramsci e che uscì dal partito proprio perché in disaccordo con la politica dei fronti popolari della Terza Internazionale, riteneva che il fascismo fosse la forma politica più confacente al dominio capitalistico e, per l’inverso, anche il regime più favorevole alla lotta rivoluzionaria del proletariato, in quanto escludente ogni possibilità di mediazione fra le classi. Fino a pensare, sembra, che una vittoria dell’Asse nella seconda guerra mondiale fosse preferibile alla vittoria degli anglo-americani, che avrebbe allontanato la prospettiva della rivoluzione.

Questa visione molto deterministica non teneva conto a sufficienza dell’andamento ciclico del modo di produzione capitalistico. L’esperienza insegnava che l’evoluzione stessa della crisi poneva le condizioni per la sua soluzione, per la ripresa dell’accumulazione e dello sviluppo. La concentrazione dei capitali, la ristrutturazione, la conseguente disoccupazione e svalorizzazione della forza lavoro erano la premessa per un nuovo slancio dei profitti e degli investimenti. Tutto questo per dire che la seconda guerra mondiale aveva risolto la crisi capitalistica, come, dopo pochi anni, si verificò con l’inizio dei trenta anni di sviluppo più intensi della storia del capitalismo, la cosiddetta “golden age”.

Il secondo dopoguerra si prospettava dunque come un periodo non rivoluzionario, anche se questa situazione oggettiva poteva essere non chiara ai militanti più radicali usciti da poco dalla resistenza contro il nazifascismo. Questa affermazione non giustifica comunque l’operato controrivoluzionario del PCI e di Togliatti in particolare: il PCI avrebbe, come minimo, potuto pretendere, invece dell’amnistia, il processo nei confronti dei gerarchi fascisti, e l’epurazione dei funzionari dello stato compromessi con il regime; avrebbe poi potuto promuovere organizzazioni o consigli di fabbrica che esercitassero il controllo operaio sulla ricostruzione postbellica, evitando che questa pesasse esclusivamente sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro. Nulla di tutto questo è stato fatto, anzi è stato fatto il contrario.

Un altro elemento da prendere in considerazione è l’intreccio molto stretto che, sfortunatamente, si verificò, in quel dato momento storico, fra la lotta antifascista/anticapitalista e la lotta di liberazione nazionale. Sfortunatamente, perché la lotta di liberazione nazionale è, per sua natura, profondamente interclassista e, quasi sempre, è sfociata nella formazione di una nuova borghesia nazionale che ha finito per imporsi sul proletariato, come, negli anni successivi, verrà confermato dagli esiti delle lotte di liberazione nazionale nei paesi ex coloniali. Questo intreccio era del tutto assente nell’esperienza del FTP MOI, per il fatto che questa organizzazione era costituita essenzialmente da operai immigrati in Francia; non per niente questa esperienza si è dimostrata non solo la più radicale, ma anche la più foriera di insegnamenti validi anche nella situazione odierna.[3]

Un’ultima considerazione riguarda la situazione internazionale dell’epoca, che oggi definiremmo geopolitica. La conferenza di Yalta che si era tenuta nel febbraio 1945, quindi prima della fine del conflitto, protagonisti Roosevelt, Churchill e Stalin, aveva già definito i rispettivi bacini di influenza e diviso il mondo in due “campi”, uno capitalista e uno “socialista”, inaugurando quindi la fase dell’equilibrio “bipolare”. Non è questa la sede per entrare nei dettagli sulla vera natura del campo definito “socialista”, in realtà meglio definibile come “capitalismo di stato”, ma sta di fatto che la linea ufficiale dell’URSS di allora prevedeva il rispetto degli accordi sanciti nella conferenza, rimandando al futuro una eventuale resa dei conti con il campo avverso. Come fu ben dimostrato dagli esiti della guerra civile in Grecia, combattuta dal 1946 al 1949, a seguito del mancato riconoscimento della monarchia restaurata a seguito di un plebiscito, da parte dei comunisti e finita con la loro sconfitta ad opera dell’esercito ellenico con l’appoggio determinante degli inglesi e degli Stati Uniti.

Togliatti, che era stato uno degli esponenti più rappresentativi del Comintern, era ben al corrente della situazione e si adoperò in ogni modo per impedire lo sviluppo della guerra di resistenza in guerra civile, come ben sappiamo, a favore di una linea politica che venne definita di “democrazia progressiva”. In realtà questa linea politica non era così indefinita o improvvisata, come è stato detto, ma aveva alle spalle tutta la tradizione e la deriva “statalista” del vecchio “movimento operaio” della seconda internazionale, inaugurata dalla socialdemocrazia tedesca nel 1875, sotto l’influenza dei lassalliani.[4] ed aspramente criticata da Marx nella Critica del Programma di Gotha. Una linea che prevedeva la scalata delle istituzioni parlamentari attraverso le nazionalizzazione delle imprese pubbliche, altrimenti definite “riforme di struttura”, nonché l’affidamento allo stato della riproduzione della forza lavoro, altrimenti detta welfare state. Questa linea del PCI si completava poi con il cosiddetto “modello emiliano”, cioè con il mondo cooperativo proposto alla piccola borghesia contadina e al settore della distribuzione.

Visconte Grisi

NOTE

[1] Il programma fu presentato all’atto di fondazione dei Fasci italiani di combattimento durante l’adunata di piazza San Sepolcro a Milano. Il programma prevedeva, fra l’altro, il suffragio universale con voto alle donne, la giornata legale di otto ore di lavoro, la pensione di vecchiaia a 55 anni, una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo. Vedi la voce Sansepolcrismo su Wikipedia.

[2] Si tratta di un argomento molto complesso per cui rimando ad AA. VV., La politica economica del nazionalsocialismo, Trieste, Asterios editore, 2018.

[3] I Francs tireurs et partisans – main d’oeuvre immigrée era un’organizzazione che praticò la lotta armata nelle grandi città francesi contro l’occupante nazista dall’aprile 1942 al maggio 1943. Era composta da operai immigrati in Francia nel periodo fra le due guerre. I gruppi più numerosi erano costituiti da italiani, molti dei quali avevano partecipato alla guerra civile in Spagna, e da giovani ebrei. Questa esperienza ebbe poi un seguito nella formazione dei GAP in Italia, durante la Resistenza. Vedi la voce FTP-MOI su Wikipedia.

[4] I lassalliani erano i seguaci di Ferdinand Lassalle, un politico tedesco fondatore nel 1863 dell’Associazione generale degli operai tedeschi, la cui linea politica prevedeva il suffragio universale maschile che avrebbe permesso alle classi sociali diseredate di prendere il controllo dello stato borghese dal suo interno senza la necessità di rovesciarlo con la rivoluzione. Lassalle intrattenne anche rapporti politici con Bismark e sosteneva la causa dell’unificazione della Germania.