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All'erta partigiani

All'erta partigiani

Arriviamo, dopo esserci lasciati il 25 aprile alle spalle, a raccontare la Resistenza con la “R” maiuscola. Inizieremo con un canto nato ai tempi della lotta partigiana, per poi arrivare alla metà degli anni Novanta con una poesia musicata in chiave noise rock e concluderemo con l’Oi! degli anni Dieci. In questo articolo, quindi, ciò che accomuna i canti popolari e l’underground è la narrazione della lotta partigiana!
1 IVAN DELLA MEA – DAI MONTI DI SARZANA
La canzone partigiana anarchica per eccellenza è certamente Dai Monti di Sarzana. Il brano fu composto dai membri del “Battaglione Gino Lucetti” che operava nelle zone limitrofe a Carrara ed alla cittadina riportata nel titolo. Il testo, semplice e diretto, dà indicazioni precise riguardo la collocazione geografica in cui operava il gruppo ed il loro indirizzo politico. La formazione era dedicata all’anarchico originario delle loro zone, che nel 1926 mise in atto un attentato a Benito Mussolini. A Roma l’11 settembre, nei pressi di Porta Pia, Lucetti lanciò una bomba all’indirizzo della vettura su cui transitava il capo del governo. L’attentato però fallì e, dopo essere stato arrestato, Lucetti morirà ad Ischia in carcere, durante un bombardamento degli Alleati nel ’43. La risalita anglo-americana si affiancò alle azioni delle bande partigiane che nelle zone attorno a Carrara contavano il più alto numero di formazioni anarchiche autonome.
Dai Monti di Sarzana / Un dì discenderemo, / All’erta, Partigiani / Del battaglion Lucetti”. La canzone è composta da poche strofe e ribadisce spesso la matrice politica da cui provengono i combattenti che ne fanno parte: “Il battaglion Lucetti / Son libertari e nulla più…”. Con espressioni scarne e comprensibili da tutt,i nel brano risalta – come spesso i canti scritti durante la Resistenza sanno fare – lo spirito di devozione alla causa di quelli che stavano combattendo sui monti in prima persona: “…Coraggio e sempre avanti! / La morte e nulla più.”
Dai Monti di Sarzana venne incisa nel 1978, nel secondo volume dell’Antologia della Canzone Anarchica in Italia dei Dischi del Sole intitolato “Quella sera a Milano era caldo…”. L’interpretazione proposta era il risultato dell’integrazione delle versioni riportate da due partigiani di Carrara. A cantare è Ivan Della Mea che si accompagna con la chitarra: prima di lasciare spazio anche alle voci del coro, egli esegue la strofa iniziale da solo: “Momenti di dolore , / Giornate di passione / Ti scrivo, cara mamma, / Domani c’è l’azione / E la Brigata Nera / Noi la farem morir”. Del brano esistono diverse varianti e della seguente strofa venne riportato solamente l’incipit seppur essa fosse molto significativa: “Bombardano i cannoni / E fischia la mitraglia, / Sventola l’anarchica bandiera / Al grido di battaglia”. Ivan Della Mea, scomparso dieci anni fa, fu tra i fondatori del Nuovo Canzoniere Italiano ed incise il brano con diversi suoi compagni e colleghi. Nel coro che esegue le strofe sono infatti presenti, tra gli altri, Cesare Bermani e Paolo Pietrangeli: “Più forte sarà il grido / Che salirà lassù, / Fedeli a Pietro Gori / Noi scenderemo giù.”
Questa versione col coro riprende il modo più consueto in cui probabilmente venne tramandato, lo stesso con cui il canto compare ancora oggi nei luoghi dalle giuste atmosfere, ovvero quando a distanza di oltre 70 anni, esplode dalle voci di chi vuole ancora seguire le orme di Lucetti: “Fedeli a Pietro Gori / Noi scenderemo giù.”
2 MARLENE KUNTZ – HANNO CROCIFISSO GIOVANNI
I cuneesi Marlene Kuntz hanno lasciato fuori dai loro album il brano “Hanno Crocifisso Giovanni”, composto per il cinquantenario della Festa della Liberazione nella compilazione Materiale Resistente, con l’intento di unire idealmente la generazione cresciuta suonando ed ascoltando rock a quella dei partigiani. Lirici ma allo stesso tempo rumorosi, i Marlene hanno solo composto la musica per la canzone che rende omaggio ai martiri della Resistenza, mentre il testo è quello di una poesia scritta vent’anni prima da Lea Ferranti. La poetessa marchigiana infatti, nel 1975 pubblicò Spoon River Partigiano, una raccolta di poesie che raccontavano, con un stile tra l’elegia e il sogno, la morte di combattenti o di vittime di rappresaglia. L’autrice si ispirò all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che aveva raccontato le vicende degli abitanti dell’omonima cittadina (da lui stesso inventata) sotto forma di epitaffio, adattando questa forma a vicende resistenziali. La Ferranti diede voce a coloro che erano stati sepolti trenta anni prima tra il ’43 ed il ‘45. In bilico tra squarci insanguinati e dolci evocazioni, le poesie compongono dunque una biografia corale di una generazione che subì le sevizie nazifasciste. “Hanno crocifisso Giovanni” ha per titolo il primo verso della poesia della Ferranti, “Hanno crocifisso Giovanni alla porta / come un cane bastardo”. Il testo fa riferimento alla morte di un partigiano che, caduto delle mani dei nemici, viene esposto come monito. I Marlene in questa canzone riescono a far emergere le loro anime dicotomiche, da momenti melodici si passa ad altri più inquieti e distorti. La canzone riporta tutti i versi della poesia, alcune strofe vengo ripetute più volte. Il resto del componimento risulta più criptico nel trasmettere il messaggio fino a prima molto esplicito “In posizione verticale / è la vita, l’albero, / il pagliaio, la casa”; “La morte è vicina alla terra / quanto e più del grano che marcisce / La morte è vicina alla terra / quanto e più del grano che marcisce”. Questo brano risulta un esempio abbastanza unico di canzone noise che rende omaggio alla Resistenza.
3 ULTIMA RIPRESA – EROE DEI MONTI
Torino da qualche decennio risulta una città molto fertile per la scena Oi! che, con pochi accordi e tanta rabbia da urlare, vuole smentire, anche per quanto riguarda la scena musicale, ogni ambiguità con ambienti nazionalisti e xenofobi che spesso vogliono appropriarsi di anfibi, bretelle e teste rapate a zero. È questo il caso degli Ultima Ripresa che, dopo un demo di 4 canzoni, nel 2011 hanno dato alle stampe il loro primo full-length 1 Round… wanna fight?. La loro forte appartenenza al mondo della boxe è evidente dal loro nome, che dà il titolo anche a un brano; dalla cover che chiude la tracklist ovvero “Ancora in piedi” dei Colonna Infame e dalla grafica dell’album stesso. Una foto in bianco e nero di due pugili che si affrontano sul ring in cui spicca il guantone rosso fuoco che sta colpendo l’avversario fa da copertina. Il logo degli Ultima Ripresa riesce ad unire gli elementi che più li caratterizzano e le tematiche che toccano coi loro testi. Gli immancabili allori da skinhead cingono due guantoni da pugilato su cui è scritto “Torino Oi!”, mentre sullo sfondo si cela una stella a cinque punte rossonera.
L’album incomincia con la testimonianza di un partigiano torinese, alla quale gli Ultima Ripresa aggiungono un sottofondo musicale che compone la traccia “Per Non Dimenticare”. Dopo il prologo si arriva ad “Eroe dei Monti”, dedicato alla persona che sùbito prima aveva parlato. “Compagno partigiano / Caro il prezzo della libertà / Impressa nel mio cuore / L’idea non morirà. / Onore e gloria a voi / La morte non cancellerà / Le gesta degli eroi, / La nostra identità”. Il testo risulta sicuramente schierato contro ogni revisionismo o tentativo di sminuire l’importanza della lotta partigiana: “Mura della mia città / Fondate sulla resistenza / Scuole e Vie / che portano i vostri nomi. / Lapidi ai bordi delle strade / Per non dimenticare / Il caro prezzo che / per noi avete pagato”. Nei versi non si scorgono inclinazioni o tendenze politiche precise, “Lacrime, umiliazioni, / Sangue perso / E visi addolorati / Il ricordo di quegli anni /Sofferti e passati a lottare”. Il brano diventa dunque un inno partigiano che rivendica l’allontanamento dall’indottrinamento politico che caratterizzò le origini del movimento Oi!: “Vostra la voce di chi ha già / Tanti inverni sulle spalle / E l’ardore / Di una gloriosa primavera / Dentro al cuore”.
Sul finire la canzone prende un respiro dal ritmo incessante con cui aveva sfornato le precedenti strofe. Con un sottofondo di sola batteria la voce del cantante placa le urla per interpretare l’ultima strofa: “Quante atrocità / Hanno visto i tuoi occhi / Che ci potrai raccontare / Quante urla di disperazione / Hanno sentito le tue orecchie / Che non puoi dimenticare”. Una canzone può dunque diventare lo strumento giusto per trasmettere quello che, per motivi anagrafici, i protagonisti della Resistenza non potranno più fare. Prima di lasciare spazio ad un assolo quasi malinconico di chitarra, il testo conclude con alcuni versi che ci proiettano il duro spaccato di una società che non ha mai conosciuto i cambiamenti immaginati dai partigiani né l’eliminazione dei loro nemici. “Questo non è certo / Il paese che sognavi / E per cui hai combattuto. / E ancora oggi puoi / Vedere povertà / E un nero / Spettro avvicinarsi…”
EN.RI-OT
 

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