Relazione presentata al Convegno di Carrara (11-12.10.2025) nell’80° della FAI
La repressione
Di fronte a tutti questi movimenti che si stanno sviluppando, la controparte non rimane di certo tranquilla, indisponibile a farsi sfilare da sotto i piedi il potere.
Nelle università i baroni hanno inizialmente un atteggiamento di chiusura nei confronti degli studenti che interrompono le lezioni, considerando inaccettabile che qualcuno si alzi per contestare i contenuti trasmessi o entri in aula non per una lezione ma per indire semplicemente un’assemblea in un’altra aula. Il problema è che questa pratica si sviluppa talmente tanto che ad un certo punto sono direttamente i professori a venire espulsi dall’aula. È evidente che una situazione di questo genere non è più ammissibile da parte delle autorità accademiche.
Nelle fabbriche invece il padronato non può accettare di vedere capi reparto contestati e a volte buttati fuori dai reparti. Prende così corpo una repressione poliziesca crescente contro le occupazioni, i cortei, le manifestazioni… come il primo marzo del ‘68 a Roma, a Valle Giulia, che è entrata nell’immaginario collettivo come lo scontro più significativo dell’epoca, quando gli studenti, diretti verso la Facoltà di Architettura in un quadro di continue occupazioni e ripetuti e violenti sgomberi nella cittadella universitaria, riescono a disorientare la polizia, respingendola più volte ed esprimendo una capacità di mobilitazione e una forza di piazza che daranno ossigeno a tutte le forme di contestazione in atto; il risultato della giornata: 150 feriti tra i poliziotti e 478 tra i dimostranti; 4 gli arrestati e 228 i fermati.
Se teniamo presente che dal 1945 al 1968 la polizia negli scontri di piazza ha provocato più di 150 morti e 5000 feriti, esercitando fino in fondo la sua violenza, si può spiegare l’enfasi con la quale vengono celebrati i fatti di Valle Giulia da parte degli studenti. Il movimento cresce, si sente forte e vuole esprimere tutta la sua potenzialità. Ma Valle Giulia rappresenta anche un segnale di allarme per la controparte, che comincia a mettere in campo tutte le operazioni di repressione possibili: gli arresti, i processi e tutte le manovre che possiamo immaginare. Iniziative che non fermano il movimento, anzi gli danno nuova linfa ed energia.
In questo contesto occorre tener presente che il Partito comunista italiano era allora il più forte partito comunista dell’occidente, in un’epoca di forti contrasti tra il blocco statunitense e il blocco sovietico, e che l’Italia era frontiera tra i due blocchi per la sua posizione geografica. Possiamo quindi bene immaginare che in quell’epoca gli americani non avessero alcuna intenzione di vedere al potere un partito comunista, seppure riformista e opportunista come quello italiano. Quindi se i cambiamenti rivoluzionari per i quali i movimenti lottano vengono interpretati come una possibilità di affermazione del PCI, è evidente che vanno stroncati in tutti i modi.
Lo si capisce molto bene all’inizio del ’69 con il pugno duro dello Stato nelle piazze e con le operazioni dei servizi nelle retrovie.
L’arrivo del presidente USA Nixon a Roma il 27 febbraio è l’occasione per i fascisti, appoggiati dalla polizia, per attaccare con razzi la Facoltà di Magistero occupata. Nel tentativo di fuggire, Domenico Congedo, uno studente di Lecce, anarchico, precipita da una finestra e muore. Decine i feriti e trecento gli arrestati.
Il 9 aprile a Battipaglia, nel corso dello sciopero generale cittadino contro la chiusura del tabacchificio, la polizia occupa la città, carica i manifestanti ed uccide, sparando, due persone.
In ottobre a Pisa muore, colpito da un candelotto lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, Cesare Pardini, studente del Potere Operaio. A novembre a Milano, durante lo sciopero generale per il diritto alla casa, le cariche della polizia con gipponi e camionette contro i manifestanti provocano la morte dell’agente Annarumma.
Le bombe
In questo contesto sono già iniziate le operazioni che riguardano direttamente gli anarchici, per colpire, tramite loro, la radicalità del movimento di contestazione. Esplodono degli ordigni: una bomba scoppia il 25 aprile alla Fiera di Milano, nel padiglione della FIAT; nello stesso giorno scoppia un’altra bomba all’ufficio cambi della Stazione Centrale di Milano: immediatamente vengono accusati gli anarchici. Un gruppo di compagni viene incarcerato, alcuni rimangono in galera per un paio d’anni fino ad essere riconosciuti estranei ai fatti. Anni dopo risulterà che i responsabili di quelle bombe sono i fascisti di Ordine Nuovo e che l’operazione rientra all’interno di una provocazione tesa non solo a criminalizzare ed isolare il movimento, ma a porre le basi di una svolta reazionaria ed autoritaria, in combutta con i militari greci e USA.
Dopo quelle bombe cresce il clima anti-anarchico e anti-cinese (i giornali, e i media in generale, usavano allora il termine ‘cinese’ per identificare tutti i contestatori e in questo termine ci stavano anarchici, trotzkisti, comunisti, leninisti, maoisti, ecc.).
Questa operazione tende a creare inoltre una spaccatura nel movimento, tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, un gioco molto antico come sappiamo, e a gettare le basi per un’ulteriore provocazione che si rivela dirompente, come quella della strage di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, il punto più significativo del disegno golpista italiano che vede implicati parte dei partiti di governo in combutta con i servizi segreti e il governo USA, oltre che con l’estrema destra fascista. Questo attentato, affiancato dalle contemporanee bombe di Roma e da un’altra alla Banca Commerciale di Milano, viene costruito per dare la colpa agli anarchici, e quindi indirettamente alla sinistra, per innescare una reazione popolare di piazza che avrebbe dovuto giustificare lo scendere nelle strade dell’esercito e garantire così la riuscita del colpo di Stato. Ma succede una cosa che nessuno ha previsto.
La piazza di Milano non abbocca e ai funerali delle vittime la presenza straripante di popolo e di lavoratori costringe alla retromarcia i fascisti che si erano mobilitati per innescare gli scontri di piazza, dare l’assalto alla sede del PCI a Roma e provocare l’avvio all’operazione militare.
Tutti gli operai della cintura industriale milanese e di Milano convergono su piazza Duomo, il centro della città, dove si tengono i funerali, e una folla immensa di centinaia di migliaia di persone ricopre tutto il sagrato della Chiesa, la Piazza e tutte le vie intorno, e con una presenza commossa e partecipe dà un chiaro segnale di indisponibilità ad ogni tentativo golpista. Si sfilaccia il meccanismo con gli esponenti della Democrazia Cristiana più compromessi nell’operazione, che si defilano. L’operazione si sgonfia, ma rimane la montatura nei confronti degli anarchici ed esattamente nei confronti dei componenti del gruppo ‘22 marzo’ di Roma e della sua figura più rappresentativa, Pietro Valpreda, così come del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli del Circolo milanese del ‘Ponte della Ghisolfa’. Come è noto Pinelli, trattenuto ben oltre i limiti di legge, nella notte del 15 dicembre, durante un interrogatorio, verrà fatto precipitare da una finestra del quarto piano della Questura di Milano provocando la sua morte. I poliziotti parleranno di suicidio, il questore affermerà che il suo suicidio è la prova della colpevolezza degli anarchici. Il giudice inizialmente archivierà il tutto, poi quanto è successo in quella stanza salterà fuori – soprattutto grazie all’impegno della moglie Licia, di giornalisti come Camilla Cederna e alla forte mobilitazione del movimento – e dopo quarant’anni lo stesso presidente della Repubblica riconoscerà che Pino Pinelli è stata una vittima innocente della strategia della tensione, così come allora veniva definita la strategia autoritaria di annichilimento del movimento.
Dopo Piazza Fontana seguiranno altri attentati. Nel luglio del 1970 la strage di Gioia Tauro (6 morti) dovuta alla bomba che ha fatto deragliare il treno Palermo-Torino; nel 1974 l’esplosione a Brescia a Piazza della Loggia, contro una manifestazione sindacale, e quella sul treno 904 Italicus, in transito a San Benedetto Val di Sambro. Sono stragi che colpiranno gente comune, lavoratori, all’interno sempre del meccanismo del terrore, nel tentativo di far retrocedere i movimenti, di allontanare la gente dallo scontro sociale, dagli scioperi, dalle lotte, e di dare forza all’opzione autoritaria.
Piazza Fontana e Pino Pinelli: si volta pagina
Il 12 dicembre 1969 rappresenta una cesura, una rottura netta sul prima e dopo della nostra storia. Alcuni hanno definito questo avvenimento come la perdita di innocenza dei movimenti di allora. In realtà non c’è stata alcuna perdita d’innocenza, ma sicuramente un voltare pagina. Se prima il movimento si sentiva all’attacco, si sentiva forte, ricco di un progetto radicale di vita alternativa, antagonista rispetto alla fase moralista e bigotta precedente nel tracciare e vivere relazioni liberate tra i generi che prima esistevano sottotraccia solo tra minoranze esigue, ora questo movimento si rende conto che la situazione è cambiata. Non basta fare cortei continuamente, fare occupazioni, dare vita a comuni, ma vi è necessità di fare un salto di qualità perché è la repressione che ti costringe su questo piano, perché sono le bombe del 12 dicembre che ti costringono a questo passo.
Parallelamente a questa strage ci saranno nuovi tentativi di colpo di Stato, come quello portato avanti nel 1970 da Junio Valerio Borghese, già comandante della milizia fascista della X Mas ed esponente di punta del neofascismo italiano collegato con settori dell’amministrazione statunitense. Intanto a Reggio Calabria inizierà il moto dei ‘Boia chi molla’, una rivolta popolare strumentalizzata dalla destra estrema per rivendicare l’investitura quale capoluogo di regione, ma sollecitata alla base da gruppi dell’estrema sinistra (Lotta Continua e Servire il popolo) e dagli anarchici ad imboccare decisamente la risoluzione della questione sociale. La rivolta si trascinerà per più di dieci mesi, con un bilancio di sei morti, centinaia di feriti e migliaia di denunce.
Studenti ed operai si trovano quindi nella condizione di dovere fare i conti con questa situazione complessiva. Il movimento che allora si esprimeva in modo assembleare, libertario e autogestito inizia a rinchiudersi, nell’illusione che gerarchia ed identità diano sicurezza, in gruppi organizzati su basi partitiche, alcuni già presenti ma non in forma così statica, inaugurando la stagione dei ‘servizi d’ordine’.
Nelle manifestazioni hanno sempre più peso quelli che dispongono di servizi d’ordine agguerriti, veri e propri gruppi formati inizialmente per lo scontro fisico con la polizia, ma poi riconvertiti nella repressione delle dissidenze interne e dei concorrenti esterni. A Milano, ad esempio, il Movimento Studentesco di Capanna, installato all’Università Statale, assume un atteggiamento sempre più autoritario nei confronti delle altre tendenze del movimento, fino ad arrivare all’esaltazione della figura e della pratica di Stalin come elemento di riferimento ideologico. Questo gruppo ha una formazione molto consistente di militanti i cui appartenenti chiamati katanga (in riferimento alla secessione del Katanga che avviene in quegli anni in Africa) si addestrano regolarmente all’interno di palestre, per prepararsi allo scontro. Anche Lotta Continua e Avanguardia Operaia hanno un loro servizio d’ordine molto organizzato soprattutto nel 1972, quando il clima golpista sta aumentando progressivamente. Pure gli altri gruppi non saranno da meno.
La morte di Feltrinelli
Nel 1972 avviene un fatto importante per i movimenti, cioè la morte di Giangiacomo Feltrinelli al traliccio di Segrate di Milano. Feltrinelli, noto editore e anche finanziatore di alcune componenti della sinistra extra parlamentare, è l’uomo che ha maggiori rapporti a livello internazionale con gli esponenti castristi della rivoluzione cubana e con molte altre formazioni guerrigliere latino-americane. Per il suo ruolo è uno degli obiettivi principali delle campagne di stampa dei media conservatori e reazionari. La polizia cerca di incastrarlo per la strage di piazza Fontana e alcuni compagni anarchici (Eliane Vincileone, Giovanni Corradini) vengono arrestati proprio per cercare di creare dei collegamenti tra loro e la figura di Feltrinelli.
Feltrinelli successivamente alla strage di piazza Fontana decide di passare in clandestinità, perché capisce di essere uno degli obiettivi della repressione e perché ritiene che il colpo di Stato sia imminente – opinione largamente diffusa nella sinistra d’allora – e che quindi bisogna organizzare dei gruppi clandestini armati per resistervi: ciò in aperto dissenso con la politica del PCI e dei sindacati, tesi ad una semplice riaffermazione democraticistica della difesa dello Stato ‘nato dalla Resistenza’ e della sua Costituzione. Feltrinelli inizia quindi ad organizzare i GAP, Gruppi d’azione partigiana, esponendosi in prima persona in questa iniziativa; proprio nel corso di un’azione militante tendente a dare un segnale alla popolazione tramite l’interruzione della fornitura di corrente elettrica nel nord ovest di Milano, Feltrinelli cade dilaniato dall’esplosione dei candelotti di dinamite che stava applicando ad un traliccio dell’energia elettrica. Quando il suo corpo viene ritrovato e riconosciuto, la sua morte diventa terreno di scontro tra le varie anime del movimento: una parte ritiene che la sua morte sia una provocazione, che egli sia stato ucciso dalla destra fascista, o dalla polizia o dai servizi segreti, e poi abbandonato in un campo nei pressi del traliccio per intensificare la repressione contro il movimento; un’altra parte, capeggiata da Potere Operaio, rivendica invece la sua appartenenza ai GAP, con il nome di battaglia di ‘comandante Osvaldo’ e afferma che Feltrinelli è morto da militante rivoluzionario.
La radicalizzazione dello scontro
Il movimento comincia a reagire in termini diversi e contrapposti rispetto ad un fatto che diviene un elemento di discrimine in una fase contrassegnata da un’alternanza di rivendicazione democratica e di contestazione rivoluzionaria.
Le Brigate Rosse sono un’altra formazione che nasce nell’autunno del 1970, ispirati anche dall’esperienza dei Tupamaros uruguaiani, grazie alla confluenza di vari soggetti provenienti dalla sinistra comunista, dalle lotte alla facoltà di sociologia di Trento e da altri collettivi che si ritrovano nella convinzione, pur contrapposta a quella di Feltrinelli, di trovarsi in una fase prerivoluzionaria per la quale è necessario il ricorso alle armi. Anche le BR passano in clandestinità come risposta necessaria alla repressione montante e per affermarsi come punto di riferimento nella costruzione del ‘partito armato’, avanguardia del processo rivoluzionario che viene considerato in rapido divenire. Queste prime BR non sono però le Brigate Rosse degli anni successivi, sono ancora formazioni molto simili ai gruppi – e ai loro servizi d’ordine – che allora erano sulla piazza.
Nel ‘73 avviene il colpo di Stato militare in Cile foraggiato dal governo nordamericano; il presidente legittimamente eletto, il socialista Salvador Allende, viene ucciso dai militari golpisti. È un’ulteriore conferma che gli USA si muovono per limitare il più possibile l’influenza della sinistra e per metterla fuori gioco laddove questa risulti vincente. In parallelo c’è l’operazione Condor ideata e promossa dagli stessi USA, con base a Panama, avente per obiettivo la formazione degli ufficiali di vari paesi – Argentina, Brasile, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia – che vengono preparati nelle scuole militari USA per combattere il ‘comunismo’, ovvero ogni processo di insorgenza popolare a carattere anticapitalistico nei loro Paesi. L’operazione Condor porta all’instaurarsi di dittature militari da un paese all’altro, Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, Bolivia e Perù mentre il Paraguay mantiene la sua pluriennale dittatura: una progressione continua di dittature, tutte foraggiate e alimentate dagli Stati Uniti d’America, con un costo impressionante e ancora imprecisato di vittime, palesi ed occulte (i desaparecidos).
Al di là della situazione interna del paese Italia, questo scenario internazionale contribuisce a spiegare la radicalizzazione successiva dello scontro e la necessità crescente, da parte delle avanguardie di partito, di dotarsi di strutture in grado di contrastare quanto si veniva delineando e, dall’altra parte – quella della base operaia e studentesca – di non abbandonare il campo mantenendo alta la conflittualità sociale ed un modo non gerarchico di operare. Ma la battaglia è piuttosto impari. E contribuiscono a renderla tale molte delle scelte successive.
Intanto si continua a registrare un numero impressionante di morti dal 1970 al 1976 per opera della polizia: Bruno Labate e Antonio Campanella a Reggio Calabria; l’internazionalista Saverio Saltarelli a Milano nel corso della manifestazione duramente repressa in occasione del primo anniversario della strage di piazza Fontana; Massimiliano Ferretti, di sette mesi, soffocato dai lacrimogeni durante lo sgombero delle case occupate di viale Tibaldi a Milano; il pensionato Giuseppe Tavecchio colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo a Milano durante gli scontri dell’undici marzo 1972; il compagno anarchico Franco Serantini a Pisa, lasciato a morire in carcere dopo essere stato massacrato di botte; lo studente del Movimento Studentesco Roberto Franceschi a Milano; Vincenzo Caporale del PcdI, a Napoli, nel corso dello sciopero nazionale della scuola; Fabrizio Ceruso del Comitato proletario di Tivoli; l’invalido Zunno Minotti di Roma; Giannino Zibecchi dei Comitati antifascisti di Milano durante l’assalto alla sede del MSI del 1975; Rodolfo Boschi a Firenze; il pensionato Gennaro Costantino a Napoli; Pietro Bruno di Lotta Continua a Roma; l’ingegnere Mario Marotta a Roma; Mario Salvi a Roma nel 1976 durante la manifestazione di protesta per la condanna di Giovanni Marini.
Il 26 settembre del ’70 cinque anarchici: Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annalise Borth, erano morti in un misterioso incidente stradale mentre si recavano in auto dalla Calabria a Roma per portare alla redazione di ‘Umanità Nova’ elementi di controinformazione sulla strage del treno a Gioia Tauro.
Anche con i fascisti nello stesso periodo lo scontro si fa duro: nel febbraio del 1971 a Catanzaro due bombe lanciate su un corteo sindacale provocano la morte dell’operaio Malacaria; nell’agosto del 1972 Mariano Lupo di Lotta Continua viene ucciso a pugnalate a Parma; Francesco Argada del Fronte popolare comunista vine ucciso a revolverate a Lamezia Terme nell’ottobre del 1974; a Milano un colpo di pistola uccide Claudio Varalli del Movimento Studentesco, mentre rientrava a casa nell’aprile del 1975; a Torino viene ucciso da una guardia giurata Tonino Miccichè di Lotta Continua nell’ambito della lotta per la casa; lo studente serale Alberto Brasili viene ucciso a pugnalate a Milano per aver strappato un manifestino missino; a Roma una molotov lanciata da una sede del MSI colpisce un auto che sta festeggiando la vittoria elettorale delle sinistre e uccide, per le ustioni, Jolanda Palladino; il 27 aprile 1976 a Milano viene ucciso a coltellate da elementi del Fronte della Gioventù Gaetano Amoroso dei Comitati Antifascisti, mentre il 28 maggio a Sezze Romano il deputato missino Sandro Saccucci, alla fine di un comizio, uccide a colpi di pistola il militante della FGCI Luigi de Rosa. Per quanto riguarda i fascisti: a Salerno nel 1972 il missino Carlo Falvella muore nel corso dell’aggressione all’anarchico Giovanni Marini, nel 1975 a Roma durante un assalto alla sede del MSI muore lo studente greco Mikis Mantekas; a Milano lo studente Sergio Ramelli muore colpito dalle spranghe del servizio d’ordine di Avanguardia Operaia; il consigliere provinciale del MSI Enrico Pedenovi è ucciso da 6 colpi di pistola all’uscita di casa.
Cade anche qualche poliziotto: Vincenzo Curigliano nel 1970 e Antonio Bellotti nel 1971 durante i moti di Reggio Calabria; Antonio Marino nel 1973 a Milano, colpito da una bomba a mano lanciata dai neofascisti nel corso di una manifestazione.
In un contesto dove sembrano modificarsi i rapporti di forza tra i principali partiti – dopo la sconfitta della DC al referendum abrogativo della legge sul divorzio del ’74 e alle elezioni amministrative del ’75, la crescita elettorale del PCI e la proposta di alleanza alla DC avanzata dal segretario del PCI Berlinguer con il nome di ‘compromesso storico’ – la partecipazione alle elezioni sembra la chiave di volta risolutiva alle dirigenze dei gruppi della sinistra extraparlamentare. Ma è proprio a partire da questo momento che dovremo invece registrare una progressiva regressione del movimento complessivo, che trova il suo apice nelle elezioni anticipate del 20 giugno 1976 alle quali la sinistra extra parlamentare – ovvero Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Partito di Unità Proletaria (PdUP) ed altri minori – decide di partecipare con il cartello elettorale denominato Democrazia Proletaria. In un clima infuocato e costellato da numerosi episodi di violenza, Democrazia Proletaria raccoglie solo 556.000 voti pari all’1,5% dei votanti, quando le previsioni del PdUP erano del 6/7% e la dirigenza di Lotta Continua sperava addirittura in un 15% in modo da poter poi condizionare il PCI spingendolo su una strada di rottura istituzionale. Questa sconfitta elettorale è il colpo di grazia ad un movimento che inizialmente si era mosso in termini antiparlamentari, antistatali, antistituzionali, in modo assemblare, auto organizzato, e poi si è involuto nei burocratismi organizzativi, nelle gerarchie, nei servizi d’ordine, nell’ideologismo fino all’ultima deriva dell’opportunismo parlamentarista. Dopo di allora il ‘riflusso nel personale’, la ‘crisi della militanza’, l’eroina…
Massimo Varengo