L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) stima oltre 250mila decessi annui in più, nel mondo, a causa del cambiamento climatico per il periodo 2030-2050. Nel definire i confini entro i quali considerare l’impatto della crisi climatica come concausa di problemi alla salute umana, ho escluso le morti causate da eventi meteorologici estremi, così come quelle che colpiscono i migranti climatici che, attraversando tratti di mare, valichi alpini, deserti o affrontando i trafficanti di esseri umani, sono indubbiamente esposti a un rischio maggiore. Allo stesso modo non ho preso in considerazione i casi di malnutrizione conseguenti alla perdita dei raccolti determinata dalle anomalie meteorologiche e “l’insicurezza alimentare” che colpisce quella fascia di popolazione che, economicamente più fragile, non solo si confronta con la ridotta disponibilità, dal punto di vista quantitativo degli alimenti base della propria dieta, ma subisce anche gli aumenti di prezzo determinati dalle regole dei mercati internazionali che, di fatto, ne limitano ulteriormente l’accessibilità.
Quelle appena elencate sono tutte conseguenze che incidono e incideranno pesantemente sul benessere, sulla salute e sulla vita stessa delle persone, ma, su questa pagina del taccuino, ci concentriamo sugli aspetti direttamente collegati a specifiche patologie.
Nel 2021 oltre 200 riviste mediche hanno pubblicato un editoriale congiunto, di cui non si conoscono precedenti, che sollecitava l’azione dei leader mondiali: “La scienza è inequivocabile, un aumento di 1,5 °C a livello globale rispetto alla media pre-industriale e la continua perdita di biodiversità, rischiano di provocare un danno catastrofico alla salute da cui sarà impossibile tornare indietro”.
Di caldo si muore
Nell’estate del 2022, tra i 60.000 e i 70.000 decessi prematuri in Europa sono stati attribuiti al caldo; se si sommassero i dati dell’estate 2023 si supererebbe la cifra di 100.000. I rischi da ondate di calore per la popolazione sono già da qualche tempo a livelli critici nell’Europa meridionale. Le ondate di calore si verificano quando si registrano temperature molto elevate per più giorni consecutivi, spesso associate a tassi elevati di umidità, forte irraggiamento solare e assenza di ventilazione.
Rischiano di più coloro che si trovano costretti, per lavoro, a permanere all’esterno o coloro che non si possono permettere impianti di raffrescamento e un adeguato isolamento termico dell’abitazione, come pure gli anziani e i bambini, nei quali la capacità termoregolatrice del corpo è più limitata. A dimostrazione dell’incrementato rischio ricordiamo che ogni estate il Ministero della Salute attiva il Sistema nazionale di previsione allarme, con il supporto tecnico-scientifico del Dipartimento di Epidemiologia del SSR Regione Lazio, Centro di competenza del Dipartimento della Protezione Civile.
Il sistema permette la previsione, sorveglianza e prevenzione degli effetti delle ondate di calore sulla salute della popolazione, monitorando 27 città italiane: Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Brescia, Cagliari, Campobasso, Catania, Civitavecchia, Firenze, Frosinone, Genova, Latina, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Pescara, Reggio Calabria, Rieti, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona, Viterbo.
Per ogni specifica area urbana, sono rilevate le condizioni meteo-climatiche che possono avere un impatto significativo sulla salute dei soggetti vulnerabili.
Il sistema prevede un livello di pre-allerta dei servizi sanitari e sociali e due successivi livelli di allerta che scattano in base alle temperature misurate alle ore 8 e alle ore 14, oltre che in relazione alle temperature percepite. Le temperature percepite sono un parametro del cosiddetto disagio bioclimatico che tiene conto della temperatura dell’aria e dell’umidità relativa.
Il caldo causa problemi alla salute nel momento in cui altera il sistema di regolazione della temperatura corporea. Normalmente, il corpo, che non dovrebbe trovarsi a una temperatura esterna superiore ai 37°C, si difende attraverso la vasodilatazione e la sudorazione, ma in certe condizioni fisiche e ambientali questo non è sufficiente. A temperature elevate associate ad alti tassi di umidità, infatti, muscoli e cellule cardiache entrano in sofferenza, al cuore è richiesto di pompare più sangue e con il sudore vengono eliminati sodio, potassio e altri minerali fondamentali per il corretto funzionamento dell’organismo. Condizioni di caldo estreme, inoltre, possono determinare un aggravamento delle condizioni di salute di persone con patologie croniche preesistenti.
Peggioramento dello stato di salute
Un’esposizione prolungata a queste condizioni può provocare quindi disturbi lievi, come crampi, svenimenti, edemi, o di maggiore gravità, come congestioni, colpi di calore, disidratazione. Con un minimo approfondimento ci riferiamo a:
Insolazione: causata da un aumento della temperatura corporea per insufficiente capacità di termoregolazione. Si manifesta per esposizione prolungata alle radiazioni solari, in modo particolare nelle giornate estive molto calde con assenza di vento.
Crampi: causati da una perdita di sodio, dovuto alla sudorazione, e ad una conseguente modificazione dell’equilibrio idrico-salino.
Edema: originato da una ritenzione di liquidi negli arti inferiori come conseguenza di una vasodilatazione periferica prolungata.
Disidratazione: determinata da una perdita di acqua dall’organismo maggiore di quella introdotta, il che si ripercuote negativamente su più funzionalità dell’organismo.
Patologie renali: L’esposizione al caldo estremo può portare a insufficienza renale acuta dovuta a disidratazione. Nei soggetti con esposizione cronica al calore (ad es. lavoratori agricoli), può contribuire a insufficienza renale cronica.
Effetti sulla pressione arteriosa: Le persone ipertese e i cardiopatici, soprattutto se anziani, ma anche molte persone sane, possono manifestare episodi di diminuzione della pressione arteriosa.
Stress da calore: è causato da un collasso dei vasi periferici con un insufficiente apporto di sangue al cervello.
La sintomatologia può insorgere in un ambiente eccessivamente caldo, specie in soggetti non acclimatati, con una ridotta efficienza cardiaca (insufficiente compenso in occasione di una diffusa vasodilatazione periferica) a causa di un diminuito volume sanguigno per disidratazione. Se non è diagnosticato e trattato immediatamente, può progredire fino al colpo di calore.
Colpo di calore: si verifica quando la fisiologica capacità di termoregolazione è compromessa, ossia quando ci si trova esposti ad una temperatura troppo alta, associata ad un elevato tasso di umidità e alla mancanza di ventilazione. Si può avere perdita di coscienza. La temperatura corporea aumenta rapidamente (in 10-15 minuti) fino anche a 40-41° C ed è seguita da un possibile malfunzionamento degli organi interni, che può portare alla morte.
Anche se meno gravi, sono in crescita, come diretta conseguenza dei cambiamenti climatici, le allergopatie respiratorie. I periodi caldi dell’anno si allungano e intensificano, con una più ampia forbice temporale per l’impollinazione di diverse specie di piante. In questo modo le allergie perdono la stagionalità a cui eravamo abituati, presentandosi anche in altri periodi. Alla crescita delle temperature si correla poi anche una maggiore proliferazione di muffe e funghi, che nelle persone allergiche possono provocare sintomi come asma o rinite.
Ampliamento della diffusione di malattie infettive
In un clima che cambia, stanno cambiando anche la frequenza e la distribuzione di molte malattie infettive: le condizioni climatiche stanno diventando sempre più adatte alla trasmissione di molteplici agenti patogeni, influenzando direttamente le loro caratteristiche biologiche (come crescita, sopravvivenza e virulenza), e dei loro vettori, e favorendo indirettamente la trasmissione attraverso la modifica degli ecosistemi e i cambiamenti nel comportamento umano. L’aumento delle temperature e delle precipitazioni può promuovere una serie di infezioni, da quelle trasmesse da vettori, a infezioni enteriche, alle malattie parassitarie (The Lancet Microbe, 2021).
L’Italia, per la sua collocazione geografica tra nord Africa ed Europa, è particolarmente interessata dalle varianti climatiche. Il clima umido e le lunghe stagionalità calde hanno aumentato la presenza delle zanzare, come la zanzara tigre, e con esse, s’innalza il rischio di diffusione di virus che le usano come vettori. Così malattie un tempo confinate alle zone umide si manifestano più frequentemente. Qualche esempio: la West Nile Fever (WNF), infezione virale veicolata dagli uccelli e potenzialmente neuro invasiva, che nel 2023 ha registrato un notevole incremento di incidenza; la Chikungunya, caratterizzata da febbre e dolori articolari debilitanti; la Dengue, di cui sono stati registrati casi autoctoni in Lombardia; la leishmaniosi; la borreliosi di Lyme, trasmessa dalla zecca Ixodes ricinus, la cui presenza non si riscontra più solo nelle aree del bosco ma anche nei parchi; e infine la malaria, il cui plasmodio è trasmesso dalle punture delle zanzare del genere Anopheles.
Tra le altre malattie infettive che si diffondono con maggiore facilità, ci sono anche quelle che vengono trasmesse dalle acque contaminate: dalla febbre tifoide al colera, alla salmonella, un problema che riguarda soprattutto le zone interessate da alluvioni. Anche l’acqua del mare con l’innalzamento delle temperature può nascondere insidie e rappresentare un pericolo per il pescato. In acque più calde infatti proliferano maggiormente i batteri vibrioni, che, se ingeriti con il pesce o i molluschi, possono provocare sintomi diarroici.
Poi ci sono anche quelle conseguenze ancora poco studiate perché legate a dinamiche meno indagate, che potrebbero aprire scenari ulteriormente problematici. Le variazioni del clima contribuiscono infatti a modificare le abitudini di determinate specie animali, da quelle precedentemente stanziali, che migrano verso nuove aree, ad altre abituate a migrare verso zone più calde che, con l’innalzamento delle temperature, non sono più spinte a farlo. Questi fenomeni possono portare specie animali che non avevano mai avuto contatti a convivere negli stessi territori, con la condivisione di patogeni e l’eventuale sviluppo di nuove patologie, ma possono contribuire anche al prolungamento del ciclo vitale di un parassita su un determinato animale, con un maggior rischio di diffusione.
La crisi climatica agisce quindi come un moltiplicatore di rischi sanitari che, nel breve termine, possono essere contenuti attraverso l’implementazione delle strategie di prevenzione, dalla sorveglianza attiva sulla diffusione dei nuovi patogeni e da un generale adeguamento dell’impegno di risorse nel settore della tutela della salute. Peccato che nel “panorama” mondiale la tendenza sia quella d’imporci un aumento delle spese militari con il parallelo taglio della spesa dedicata alla sanità pubblica. Ancora una volta, a pagare il prezzo più elevato saranno soprattutto i soggetti più vulnerabili, quelli che, nella società delle disuguaglianze, si trovano relegati nel settore degli “svantaggiati”.
MarTa
Sitografia
https://www.wwf.it/pandanews/ambiente/emergenze/crisi-climatica-minaccia-salute/