Melfi- presidio PMC Stellantis

Oltre cento giorni di presidio operaio alla PMC–Stellantis di Melfi.

Sabato 24 gennaio 2026 è il 104º giorno di presidio davanti ai cancelli della PMC Automotive, nell’area industriale di San Nicola di Melfi. Davanti allo stabilimento, sotto una tenda che resiste al vento e all’inverno, un cartello scritto a mano dice tutto: “La tenda della resistenza. Inizio 13 ottobre 2025. Fine…?” La domanda resta aperta. La lotta, invece, continua.

I lavoratori della PMC Automotive non sono qui per testimoniare, ma per difendere il proprio lavoro. Fino a pochi anni fa operavano all’interno dello stabilimento centrale di Stellantis (ex SATA), dove assemblavano componenti per il gruppo automobilistico. Il trasferimento nello stabilimento ex ITCA venne presentato come una scelta tecnico-organizzativa, priva di conseguenze occupazionali. “Non sarebbe cambiato nulla”, fu detto. Non è andata così.

Dopo alcuni anni, Stellantis ha di fatto scaricato quei lavoratori su un altro padrone, la PMC Automotive. Un passaggio che ha prodotto l’esito ormai noto: fine delle commesse, lavoratori messi da parte, mentre nello stabilimento centrale Stellantis si continua a produrre e si annunciano persino salite produttive. Non una crisi generale dell’auto, ma una selezione precisa: chi resta dentro e chi viene espulso dalla filiera.

Buttati per strada abbiamo deciso di non andare a casa”, scrivono i lavoratori. “Stiamo presidiando da oltre cento giorni la fabbrica, chiedendo a Stellantis, che ha creato il problema, di risolverlo e di farci rientrare in fabbrica per poter lavorare, portare il salario a casa, sopravvivere”.
Il presidio non è una scelta simbolica, ma l’unica risposta possibile davanti all’assenza di soluzioni concrete.

La vicenda della PMC non è isolata. Accanto a loro ci sono i lavoratori ex Tiberina, anch’essi quasi a secco di commesse Stellantis e in presidio permanente dai primi di novembre. Stessa filiera, stesso meccanismo, stesso destino. Un modello che colpisce l’intero indotto e che sta progressivamente svuotando l’area industriale di San Nicola di Melfi.

Non a caso, nel giorno dello sciopero nazionale indetto dalla CGIL, PMC ed ex Tiberina hanno aperto il corteo che ha sfilato nell’area industriale. Non è stata una scelta casuale. Mettere in testa chi vive sulla propria pelle l’esternalizzazione e l’abbandono significa indicare dove oggi si concentra il conflitto reale. Le parole di Donato Auria, mentre dagli altoparlanti si alternavano Could you be loved di Bob Marley e Bella ciao, sono suonate come un monito: l’unità sindacale evocata non sempre si traduce in una pratica capace di incidere davvero.

Sul piano istituzionale, intanto, si continua a rinviare. Dopo oltre cento giorni di presidio e vari tavoli al MIMIT, il Ministero delle imprese e del made in Italy, la prospettiva resta incerta. Si è parlato di “investitori”, di capannoni ceduti “a un euro”, di concessioni agevolate. Ma, come denunciano i lavoratori, nessun soggetto reale si è ancora palesato e la disponibilità di Stellantis si è ridotta alla generica “valutazione di una concessione agevolata dello stabilimento”. Niente che garantisca occupazione stabile, niente che restituisca dignità a chi è stato espulso dal ciclo produttivo.

Il 19 gennaio 2026 i lavoratori hanno scritto ai presidenti delle Regioni Basilicata, Puglia e Campania. Non per formalità, ma perché questa vertenza supera i confini regionali. Molti operai coinvolti provengono proprio da Puglia e Campania, e lo smantellamento dell’indotto non è un problema locale, ma interregionale. “Crediamo che non si possa e non si debba rimanere inermi”, scrivono, chiedendo un’azione comune capace di chiamare Stellantis alle proprie responsabilità.

In mezzo a tanta assenza, arrivano anche gesti di solidarietà dal basso. Il 15 gennaio una rappresentanza dell’Associazione Volontari Pubblica Assistenza di Lavello ha portato viveri ai lavoratori PMC ed ex Tiberina. “Non risolvono i vostri problemi – hanno scritto – ma vogliono ricordarvi che non siete soli. Il lavoro è dignità”. È il segno di una comunità che prova a tenere, mentre multinazionali e istituzioni rinviano.

Oggi, dopo oltre cento giorni, l’unica certezza è che gli operai sono ancora fuori dai cancelli, in pieno inverno, con la cassa integrazione che tarda ad arrivare e nessuna soluzione strutturale all’orizzonte. Il presidio continua non per ostinazione, ma per necessità. Perché quando il lavoro viene cancellato, resistere diventa una forma di sopravvivenza.

Lo scrivono su uno striscione, davanti ai cancelli: “Buon 2026 a chi lotta, a chi non si arrende, a chi non si adegua, nonostante tutto”.
La tenda è ancora lì. La responsabilità, invece, resta tutta nelle mani di chi ha deciso di scaricare il costo sociale di questa ristrutturazione sulle spalle dei lavoratori.

Totò Caggese

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