Una paio di settimane fa una tragedia ha scosso la città di La Spezia. Una tragedia che per qualche giorno è rimasta in primo piano sui media nazionali.
I politicanti di ogni ordine e grado, dal sindaco al ministro, vi si sono subito gettati in maniera rapace, privi di ogni vergogna, per utilizzare ancora una volta un evento orribile come benzina per l’odio xenofobo, per la politica della paura e della repressione con cui cercano di disciplinare una società che vive dentro più crisi (dal collasso climatico alle guerre in corso), una società che temono possa scoppiare da un momento all’altro, mettendo in difficoltà quell’ordine patriarcale, capitalista, coloniale su cui si basa il loro potere politico.
Silenzio. È questo quello di cui, invece, abbiamo sentito bisogno come comunità che vive quel territorio profondamente militarizzato che è La Spezia. Silenzio e spazio per prendere fiato, per riflettere, per pensare alle persone care del ragazzo ucciso e alla fine terribile che spetta al ragazzo che ha agito violenza, già rinchiuso in un carcere che gli insegnerà solo ulteriore violenza e disperazione.
Il gruppo Restiamo Umani – Riconvertiamo SEAfuture ha deciso di pubblicare una lettera ricevuta, così come ha fatto con le lettere ricevute durante l’Acampada di fine settembre e nei mesi successivi. La riportiamo di seguito, e potete leggerla anche sul sito speziamolearmi.org/lettere
badabing
Le parole di un silenzio
È morto un ragazzo, a scuola, ucciso da un compagno.
Oltre la famiglia, piegata e sconvolta, lə unichə che l’hanno compreso profondamente, sono lə amicə, coetanei e insegnanti, che ieri sera [16/01/2026 n.d.r.] in piazza Garibaldi si sono ritrovatə per l’unico gesto necessario e dignitoso da compiere: tacere insieme, in piedi, in piazza, ed esprimere così, prima di tutto, il dolore che non ha parole, la vertigine di una sparizione violenta impossibile da accettare.
Quel silenzio è pesante, va portato collettivamente perché non schiacci tutti sotto l’istinto di arrendersi, di rassegnarsi alla sconfitta del proprio ruolo di amicə, di educatorə, di insegnanti, di cittadinə. Ma è anche un silenzio denso di domande, una piazza nuda e spettrale dove le ciance non hanno spazio, almeno stasera, almeno qui.
Lə ragazzə sanno perfettamente che la stretta securitaria già in corso si indirizzerà domani, inutilmente, su tuttə loro, allo scopo di rassicurare lə adultə circa la severità delle istituzioni e la loro inflessibile lotta alla criminalità e alle dipendenze.
Un roboante sforzo prodotto in favore di telecamere, accompagnato da una prevedibile campagna mediatica inframezzata dagli spot sui detersivi e calata sulle scuole con gli strumenti della repressione e i divieti, risposte che già si annunciano e che sono le uniche alla portata di una classe dirigente abituata al gergo delle caserme, che loro confondono continuamente con le scuole.
Nessunə si ricorderà a partire da domani del ragazzo ammazzato con un coltello da un compagno, una brevissima sequenza di immagini di una sconfitta educativa e civile bruciante.
La famiglia, le famiglie, non saranno confortate dai metal detector e dai nasi dei cani che fiutano dentro gli zaini dellə ragazzinə all’ingresso di edifici sempre più inadeguati dove sono stipatə per sei ore al giorno, dove mattine e pomeriggi scorrono fra quattro mura, dove si spegne, all’ingresso in aula di unə docente con un libro in mano, l’eco delle chiacchiere sull’educazione sessuale e affettiva che non viene impartita, sulle relazioni il cui tempo è interrotto dalla campanella e scandito periodicamente dall’imprescindibile attribuzione del voto in condotta; dove le circolari e i dibattiti sull’uso corretto e moderato dei social predicato da adulti in preda a dipendenza che si insultano quotidianamente in ogni spazio pubblico disponibile appaiono finalmente per quello che sono: strame.
Quellə docente e quellə ragazzə, da domani, dovranno ricominciare ancora e ancora l’antica fatica della relazione, l’unica per cui valga la pena di alzarsi per andare a scuola, l’unica capace di migliorare la vita e di sotterrare per sempre le penose parole, più pericolose di qualsiasi coltello, di un sindaco che non trova di meglio, in questa serata buia e freddissima, di indicare in “certe etnie” il serbatoio della violenza: un lago nero che, insieme con quello del razzismo, non si accorge neppure di alimentare.