Il sultano ci riprova

Dopo mesi di costante guerra a bassa intensità le truppe turche attaccano direttamente il Rojava, prima con un violento bombardamento, sia d’artiglieria sia aereo, della città di Afrin e poi penetrando oltre confine con truppe terrestri e bande jihadiste. Frustrato nel suo sogno di spodestare Assad per porre buona parte del territorio siriano sotto il controllo de facto di Ankara – il sogno neottomano come lo chiamò qualcuno – Erdogan non rinuncia ad attaccare, con il beneplacito russo e qualche mugugno americano, il Rojava.
Lo sviluppo di un’area autonoma, che è riuscita a garantire la sua sopravvivenza sia manu militari sia attraendo la simpatia dell’opinione pubblica internazionale, è sempre stata visto come ben più di una spina nel fianco dal governo di Erdogan. Difatti la vittoria di Kobane e la successiva pluriennale controffensiva verso Raqqa hanno segnato il momento in cui il Califfato di al Baghdadi ha cominciato a perdere il passo. La controffensiva del Rojava, sostenuta sia dai russi sia dagli americani, insieme al contrattacco dei lealisti siriani, sostenuti da Russia e Iran, alla controffensiva da parte della regione autonoma del Kurdistan Irakeno e la ripresa delle forze armate Irakene, integrate da consiglieri iraniani e milizie sotto il diretto controllo di Tehran hanno avuto in due anni ragione dell’Isis nella maggior parte dei teatri bellici, scacciando il Califfato sia da Raqqa che da Mosul.
Ma così come un cuscinetto a sfera si usura col passare del tempo, con le sconfitte militari la funzione di stato cuscinetto che aveva assunto il Califfato è venuta a meno. Se per due anni infatti l’attrito tra i vari attori era stato mitigato dalla presenza di questo ente assunto al ruolo di Gran Vilain della geopolitica, ruolo che per altro ha fatto di tutto per ottenere, ora questo cuscinetto sta venendo a meno e l’attrito torna a farsi risentire come mai.
Il governo turco ha la necessità di riprendere i suoi tentativi di marcia verso sud e, se da un lato ha ritrovato una cordialità con la Russia, dall’altro di certo non gradisce la presenza di grosse installazioni militari russe a poche centinaia di chilometri dal suo confine meridionale, installazioni in cui Mosca può velocemente dispiegare sistemi d’arma antiaerei che hanno un raggio d’azione che si inoltra per centinaia di chilometri nello spazio aereo turco e che possono ospitare unità della marina in grado di penetrare lo spazio marittimo e l’area economica esclusiva di Ankara. D’altra parte se in Siria Erdogan e Putin possono avere negoziato un accordo sulle spalle del Rojava hanno ben altri disaccordi, più o meno dormienti e potenzialmente catastrofici, in Caucaso e nell’Asia Centrale, il polo delle inaccessibilità che si frappone tra Occidente e Cina.
Assad e la borghesia nazionale siriana a loro volta non hanno una grande voglia di accordarsi con chi come Erdogan, insieme a paesi del Golfo e USA, ha provato a fare loro le scarpe e li ha gettati in profonda difficoltà. Se sopportano a fatica l’autonomia del Rojava, con cui hanno dovuto siglare una tregua che sostanzialmente tiene da cinque anni, di certo non sopportano affatto che la Turchia con la scusa della protezione delle popolazioni turcofone nel nord ovest siriano si sia annessa de facto del territorio precedentemente controllato dallo stato siriano.
A precipitare ulteriormente la situazione c’è la lotta egemonica all’interno del blocco dei paesi del Golfo tra Arabia Saudita e Qatar, e la lotta per l’egemonia nel blocco sunnita tra Arabia Saudita e Turchia, e la nuova aggressiva politica saudita. Sullo sfondo poi il grande gioco tra Iran e Arabia Saudita.
In tutto questo i contendenti hanno bisogno di rafforzare, consolidare ed espandere le proprie posizioni. E la Turchia vuole minare la presenza delle forze confederaliste-democratiche del Rojava nel cantone di Efrin, un territorio che si incunea nel territorio turco. Già da tempo Ankara si trova a tollerare controvoglia la presenza del Rojava sulla riva destra dell’Eufrate e ora gioca apertamente le sue carte.
Rischiando di rinfocolare l’insurrezione nel Bakur, il Kurdistan turco, e andandosi ad impegnare in una guerra asimmetrica in cui il PYD e il PKK hanno già dimostrato di saper giocare.
Se Erdogan ha passato l’ultimo anno e mezzo a rinforzarsi purgando dalle strutture statali tutti gli oppositori legati a Gulen e incarcerando migliaia di militanti kurdi e turchi, non si può certo dire che la situazione interna turca sia pacificata.
La sistematica distruzione di alcune città del Bakur, la rimozione di tutti gli eletti dell’HDP dalle cariche pubbliche amministrative e lo stillicidio di guerra a bassa intensità contro il Rojava si aggiungono a una situazione sociale che vede un sempre maggiore sfruttamento della classe operaia turca e kurda, grandiosi progetti edilizi che prevedono l’espulsione di centinaia di migliaia di appartenenti alle classi popolari, sia nelle riconquistate, e rase al suolo, città kurde che nei grandi centri urbani anatolici e una repressione sociale in fortissimo aumento a causa della reislamizzazione della società che il governo vuole imporre.
Il pretendente sultano Erdogan e la borghesia turca hanno deciso di riprovarci con la marcia verso sud e sono disposte a giocare quello che può diventare un tutto per tutto dentro gli stessi confini turchi.
Il Rojava ha saputo, meritatamente, negli ultimi anni rappresentare un’alternativa agli occhi non solo dei kurdi. A indubbie contraddizioni in quell’esperienza si affiancano indubbi e notevoli progressi in moltissimi campi verso la costruzione di una società emancipata. Nel 2014, nei giorni in cui Kobane si trovava stretta tra l’attacco del Califfato e un serrato confine turco che impediva anche la fuga degli sfollati oltre che l’ingresso di aiuti l’insurrezione del Bakur, la pressione internazionale, l’ondata di proteste interne, l’azione diretta ai confini da parte dei compagni turchi e kurdi che abbatterono fisicamente le barriere di separazione costrinsero lo stato turco ad allentare la pressione su Rojava permettendo alle YPG/J di resistere e riconquistare la città.
La Turchia è un paese NATO e la tecnologia bellica che utilizza è tecnologia per lo più europea, è un paese organicamente inserito nell’economia mondiale, la sua borghesia fa affari quotidianamente con le borghesie europee e non solo, gli investimenti da parte di imprese europee in Turchia sono enormi. Non è il Gran Vilain della geopolitica, quell’ISIS che ora passa in secondo piano e sembra compiere la propria parabola. Nonostante questi fattori vi sarà ancora la capacità di costruire una mobilitazione che sia in grado di inceppare la macchina bellica della borghesia turca?
Lorcon

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