Elezioni USA: quali scenari nell’immediato futuro?

Definire o, peggio, prevedere un plausibile scenario sulle elezioni negli Stati Uniti non è una questione semplice. Non è un fatto da indovini o aruspici, ma neanche gli esperti politologi hanno chiaro cosa potrebbe accadere. Non tanto per una questione di “toto presidente”, ma più che altro cosa ci si attende che la nuova amministrazione possa o debba fare all’interno di un contesto tanto complesso e travagliato come quello attuale.

Analizzando la situazione non possiamo non notare un certo affanno degli States, la politica interna è attraversata da forti attriti all’interno dei due schieramenti, cosa che non è una novità, ma la cui problematicità è andata acuendosi negli ultimi tre lustri. La crisi della rappresentanza è un problema molto serio soprattutto in un paese con un bipolarismo storico, che porta ad una lotta intestina nei due partiti con una folta schiera di franchi tiratori pronti a far saltare il banco ad ogni buona occasione.

In questa sfida, quasi senza quartiere, si inseriscono le elezioni che appaiono fin da subito molto problematiche, con lo scomodissimo ex presidente che vuole tornare alla ribalta e sta macinando consensi nelle primarie del suo partito, e un attuale presidente che ha un carisma prossimo allo zero. Va ricordato che le campagne elettorali negli USA si vincono con grossi finanziamenti e accaparrandosi gli stati chiave dei grandi elettori che sono 12 su 50 (per ottenere 270 voti su 538) tra i quali spiccano California, Florida, New York, Pennsylvania e Illinois, solo per citarne alcuni. I programmi contano fino ad un certo punto, dal momento che quasi ogni presidente è stato ricordato per lo slogan della campagna elettorale, da “Yes we can!” di Obama al “make America great again” del tycoon, passando per il celeberrimo “speak softly and carry a big stick; you will go far” di Teddy Roosevelt.

Retorica e populismi vari fondano la campagna elettorale intesa come passaggio necessario a procrastinare la governance che a scadenza deve passare la revisione. Negli USA prima ancora che nel resto delle “democrazie occidentali” è risultato evidente come la governance contasse sempre meno in quanto espressione della volontà popolare e servisse solo come facilitatore nel far digerire scelte socio-economiche e geoeconomiche altrimenti inaccettabili.

In politica estera le cose non migliorano affatto, l’affair Ucraina e il Medio Oriente in subbuglio pur giovando a taluni affari mette in ombra il prestigio dello Zio Sam. In realtà lo scollamento fra politica ed economia è evidente nella sola compagine della governance, per il resto la politica segue i dettami dell’economia e chi deve andare all’incasso continua indisturbato. Con questo non vuol dire che l’economia “reale” quella dei salari e delle spese per individui e famiglie stia facendo faville. La forbice fra upperclass e lowerclass è in costante allargamento, e le ricchezze non derivano tanto dall’economia legata a produzione vendita e consumo quanto dai capitali finanziari. Se gettiamo un occhio alle performances economiche degli States noteremo nelle ultime battute del 2023 un PIL che segnava un +3.3%. Ora rispolverando il manuale ufficiale di macroeconomia di impostazione neoclassica (il buon vecchio Blanchard per intenderci) ci dice che la crescita sotto il 3% è stagnazione e attorno al 3% è un dato fisiologico legato alla complessità economica. Quindi il dato non sta segnando un ciclo espansivo dell’economia produttiva. Se analizziamo il dato scopriremo come la spesa pubblica (altro punto cardine della bagarre elettorale) abbia di fatto sostenuto il PIL e l’occupazione attraverso l’implementazione dei fondi per la difesa, l’American Rescue Plan Act. il programma da 1.900 miliardi di dollari che prevedeva sussidi di 300 dollari a settimana per quasi tutto il 2021 per chi ha perso il lavoro e un assegno una tantum di 1.400 dollari per centinaia di milioni di americani, oltre ad aiuti per i governi statali. Questo si unisce all’altro provvedimento a firma Biden, l’IRA (Inflation Reduction Act) che ha introdotto un sistema di protezionismo soft (molto apprezzato dai repubblicani).

Altro ritorno economico sono state le fonti fossili delle quali l’Europa ha fatto man bassa all’indomani delle sanzioni comminate alla Russia.

Rientrata (o quasi) l’inflazione e stabilizzata la disoccupazione (3.7%) resta solo una situazione sociale disastrosa della quale si preferisce parlare poco o dare la colpa ad altri. I divari socio-economici fra bianchi e resto della popolazione (ispanici e neri sono i due gruppi maggiori) vanno divaricandosi senza sosta ma sempre meno della già citata differenza fra ceto abbiente e meno abbiente, quest’ultimo vede gonfiarsi i suoi ranghi di anno in anno in seguito ad una spirale di perdita progressiva di potere d’acquisto e redditualità della classe media.

Le bolle speculative sono in agguato e la (quasi) dimenticata crisi della Silicon Valley Bank dovrebbero dirla lunga sugli equilibri interni. Questioni che non possono non essere affrontate assieme alla politica estera e alle dinamiche economiche internazionali.

Proprio su quelle si concentrano le ansie circa il nuovo ipotetico inquilino della casa bianca. La situazione è instabile, precaria e potenzialmente esplosiva.

Da un lato c’è la questione europea nella quale gli USA hanno una influenza determinante e la fanno pesare tutta, fra l’innesco di un conflitto volutamente provocato a tutto danno di UE e Ucraina, che ha spinto la riattivazione dell’industria bellica a pieno regime nella produzione di armamenti NATO, soprattutto artiglieria di terra (la quale prosciuga interi arsenali di munizioni in poche settimane). Il versante mediorientale vede uno dei suoi momenti più critici e complessi degli ultimi anni con una novità, Israele lo storico cane da guardia dello Zio Sam sembra aver morso la mano al padrone. Non ho memoria di sonore bacchettate da Washington sulla condotta israeliana come in questi giorni, nei quali finanche un segretario di Stato USA arriva quasi a condannare l’operato del governo di ultradestra capeggiato dal Likud.

Segno di grossi cambiamenti negli equilibri geopolitici cui il prossimo presidente dovrà suo malgrado far fronte. Ma da anni la strategia appare mossa da un copione, da Nixon a Obama passando per Trump, sono famose le richiamate in patria degli eserciti o il defilarsi da scenari voluti e sostenuti dall’amministrazione precedente.

Altro scenario in fibrillazione è l’America Latina, con la sua “stabile instabilità” e la corsa a mettere sotto contratto i paesi chiave, una corsa ad espandere l’area di influenza contesa con altri competitors come i BRICS. Piccolo inciso, non sono convintissimo che l’egemonia USA sia al suo capolinea, credo che la fase sia complessa ma non mi abbandonerei a facili profezie.

Queste le tematiche sul piatto internazionale, forse il piatto più appetibile anche per gli equilibri interni e che occupa tanto i pensieri dell’attuale Presidente quanto quelli dei concorrenti, Trump su tutti. I rapporti con i rivali (in primis Russia e Cina) hanno e avranno strascichi importanti, determinando nuovi equilibri o nuovi conflitti. L’Europa sta riassaporando il gusto amaro della guerra quasi in casa e l’area del Mediterraneo è un luogo strategico per gli scambi commerciali e flussi di capitali che stanno subendo azioni perturbative i cui effetti dobbiamo ancora comprendere.

Ma il prossimo presidente USA avrà queste gatte da pelare e l’Europa, volente o nolente, dovrà comunque subire i rovesci della medaglia. Il fatto che le elezioni possa vincerle un folle o un inetto la dice lunga sull’ironia del potere. Abbiamo assistito all’amministrazione di George W Bush, un completo incapace nelle mani del suo vice, che ha dettato la legge antiterrorismo a mezzo mondo, abbiamo dovuto vedere la più sgangherata amministrazione da operetta retta dal rampollo viziato di una famiglia tra le più discusse dei riccastri d’America, noto per comparsate in film e fiction e per le sue torri sparse qui e lì. Una recrudescenza antiimmigrati che ha fatto piombare quel che restava di agricoltura e industria a stelle e strisce nel panico. Oggi sorridiamo a “nonno Joe” burocrate consumato, quasi un’eminenza grigia nei segretariati di esteri ed economia per decenni che nella sua apparente e languida idiozia ha assestato un colpo basso agli equilibri economici dell’UE.

Chi starnazza nel dire che gli Stati Uniti sono al capolinea forse vive un mondo tutto suo, magari staranno anche perdendo terreno in qualche regione strategica del pianeta, ma hanno gli artigli ben saldi da questa parte dell’Atlantico e la ciccia ce la stiamo mettendo noi.

JR

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