Indovina chi viene in piazza. Sui fatti di Milano del 17 e 18 ottobre

Che noia. Questo paese proprio non si smentisce mai. Tutte le volte che le dinamiche di piazza portano a situazioni conflittuali, il perbenismo piccolo-borghese della peggiore Italia gonfia il petto per gridare allo scandalo. Mi riferisco, in particolare, ai fatti di Milano del 17 e 18 ottobre e ai tafferugli che hanno visto contrapporsi ragazzi giovanissimi alle forze di polizia.

Faccio una premessa doverosa, e la faccio per onestà intellettuale. Non sono mai stato un acritico sostenitore dello scontro di piazza come modalità necessaria per dare valore a una mobilitazione. Non ho mai creduto all’efficacia della spettacolarizzazione del conflitto, tanto suggestiva quanto fine a se stessa. A dire il vero, ho sempre ritenuto – e ancora ritengo – che i contenuti di una contestazione (e una loro efficace comunicazione) siano l’elemento cui dare sempre la priorità. Ma la vita e la politica sono molto più complicate di quello che vorremmo e quando si va in piazza gli scontri con la polizia possono capitare, specialmente quando c’è da garantire l’autodifesa di una manifestazione dalle provocazioni poliziesche e dagli attacchi repressivi. Proprio come accaduto a Milano.

In ogni caso, e al di là di come posso pensarla io, i fatti di piazza Duomo sfuggono a molte delle tradizionali categorie concettuali e politiche con le quali si leggono, di solito, certi avvenimenti. Se vogliamo provare ad analizzare criticamente e senza pregiudizi quanto accaduto, non possiamo perdere di vista il contesto a più dimensioni nel quale è maturata ed esplosa tutta quella rabbia.

Il mondo è finalmente attraversato da un’ondata di manifestazioni popolari contro le classi dominanti. Dal Sudamerica all’Asia passando per l’Europa, centinaia di migliaia di persone si organizzano e scendono in strada per contestare i governi e un modello economico che sta distruggendo l’umanità. Ovunque si lotta per il diritto all’istruzione, alla casa, alla salute, a una retribuzione adeguata. Ovunque si lotta per la sopravvivenza del pianeta, contro la guerra e il riarmo. In Francia e Spagna si manifesta da settimane, mentre l’Albania è letteralmente in fiamme dopo mesi di mobilitazioni oceaniche contro il governo e la svendita del paese ai potentati economici statunitensi. La componente giovanile è, ovunque, predominante: una generazione che si esprime, com’è giusto che sia, con i suoi codici e i suoi riferimenti culturali, oscillando spesso, anche in maniera contraddittoria, tra consapevolezza e istinto, tra coscienza e frustrazione.

Davanti a tutto questo, la politica e i media rispondono soltanto in un modo: repressione e criminalizzazione. Non ci sono margini di mediazione, non c’è alcuna disponibilità all’ascolto. Le istanze di studenti e lavoratori vengono semplicemente ignorate per dare spazio solo alla furia dei manganelli, delle granate stordenti, dei lacrimogeni.

Se poi, come è successo a Milano, a scendere in piazza sono gli elementi più disprezzati dalla società degli adulti, l’esito è praticamente scontato.

Cosa vi aspettavate? Sono anni che il dibattito pubblico in Italia ha trovato nei cosiddetti maranza il nuovo capro espiatorio cui affibbiare ogni nefandezza. Talmente pericolosi da meritare un decreto governativo tutto per loro. Ignoranti, maleducati, fannulloni. E, soprattutto, stranieri. O meglio: troppo figli di stranieri per essere considerati italiani e troppo poco stranieri per essere considerati “extracomunitari”. Ragazzi nati e cresciuti in Italia ma trattati da sempre come un corpo estraneo, lasciati in una terra di mezzo fatta di negazioni, umiliazioni e infamie burocratiche (una per tutte: l’impossibilità di ottenere la cittadinanza prima del compimento dei diciotto anni). Per uscire dalla marginalità questi ragazzi fanno quello che farebbe chiunque per essere accettato da una comunità: assomigliare il più possibile agli altri. E nella società in cui viviamo, dominata integralmente dalla centralità dell’immagine e del consumo, tutto questo coincide con i vestiti, gli accessori alla moda (di marca o più spesso taroccati) e tutto quanto può servire per costruire carisma e rispettabilità.

Se questo è, a grandi linee, il contesto in cui si muovono moltissimi ragazzi nel nostro paese, diventa un po’ più facile capire quello che è successo a Milano. La manifestazione contro il caro-vita di sabato 17 – organizzata sui social e regolarmente autorizzata – ha offerto un’occasione di rivalsa fisica e non più virtuale contro tutto ciò che di materiale e simbolico condiziona la vita di un’ampia fetta della nostra gioventù. La collera è esplosa contro le cariche gratuite e i fermi polizieschi, effettuati per lo più nei confronti di ragazzi razzializzati. A quel punto, le proteste politiche contro il caro-vita e le scuole che cadono a pezzi si sono sommate alla frustrazione. Rabbia pura, senza tante impalcature ideologiche, senza ragionarci troppo, anche con scarsa o nulla consapevolezza politica. Una piazza surreale, con la polizia disorientata di fronte a modalità di scontro istintive e senza filtri.

Domenica 18 non c’era nemmeno una convocazione politica ma solo la volontà di ritrovarsi, giovani e giovanissimi, per sfidare ancora una volta la Milano che li guarda dall’alto in basso. Sono state sfondate vetrine, sono stati rubati capi di abbigliamento costosi per prendersi una rivincita e mostrare la forza del gruppo.

Nessuna traccia dell’iconoclastia tutta politica di chi distrugge i simboli del capitale per denunciarne l’intrinseca criminalità. Solo il desiderio di esserci, di farsi vedere, di riprendersi con il telefonino perché sono questi – piaccia o meno – gli strumenti comunicativi e identitari di una generazione che questo sistema ha cresciuto nel culto della merce e dell’ostentazione, ma alla quale sono negate, in molti casi, le condizioni materiali per accedervi.

Ed è così che il salotto buono di Milano è stato messo a soqquadro. E potrebbe succedere ancora e ancora, anche altrove, fin quando nelle città di tutto il mondo ci saranno enormi non-luoghi che rappresentano così plasticamente il divario sociale ed esistenziale tra il centro di chi ha tutto e la periferia di chi non ha niente.

Voglio essere chiaro. Questa non è l’apologia del maranza inteso come nuovo soggetto rivoluzionario, perché non è affatto così. L’esperienza concreta della quotidianità, al di là degli stereotipi o delle mitizzazioni, restituisce un quadro molto più articolato.

Sarebbe ipocrita negare la problematicità di molti ragazzi che abitano le periferie delle metropoli e, d’altra parte, si tratta di una considerazione talmente banale che non merita ulteriori approfondimenti. Non c’è bisogno di essere degli esperti sociologi per capire che il disagio economico e la marginalizzazione di intere fasce della popolazione sono il terreno ideale su cui si innestano malessere e comportamenti devianti.

Ma i fascisti che governano e i perbenisti che sbraitano alla televisione e sui social conoscono solo la lingua dell’odio e dell’ipocrisia. Il governo non ha saputo fare di meglio che partorire un nuovo decreto repressivo disponendo contestualmente una massiccia militarizzazione della città di Milano. Davvero notevole. Forse oggi parleremmo d’altro se anche solo un briciolo di questo zelo fosse stato dedicato per tempo ai problemi sollevati in tutto il paese dagli studenti, dai docenti, dai lavoratori, dagli agricoltori e dagli autotrasportatori meridionali che protestano da settimane contro il caro-gasolio.

E invece, tanto per fare un esempio, mentre cinquecento soldati con compiti di polizia mostreranno i muscoli ai ragazzini milanesi dalla pelle olivastra, a Roma la gente continuerà a fare i conti con una guerra di mafia per la ridefinizione di italianissimi poteri criminali che ha già fatto tredici bombe negli ultimi sei mesi. Ma di questo, ovviamente, nessuno parla e per questo, ovviamente, nessuno si indigna.

È necessario quindi tenere alto il livello delle mobilitazioni e della partecipazione popolare alle importanti scadenze previste nelle prossime settimane, a partire dallo sciopero generale del 30 ottobre, uno sciopero indetto contro il governo, contro il caro-vita, contro il precariato, contro le politiche di riarmo e la guerra, per l’aumento dei salari e delle pensioni, per il miglioramento dei servizi sociali, per il sostegno alla sanità e all’istruzione pubblica. Uno sciopero indetto contro la vera violenza, quella che brutalizza le nostre vite e che ha il volto feroce dello stato, del capitalismo e dei suoi servi.

Perché il vero scandalo non sono le vetrine infrante dei negozi del centro. Il vero scandalo è vivere in un mondo intollerabile pensando che, in fondo, sia giusto così.

Alberto La Via

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