Nei mesi scorsi I Quaderni di Paola, esperienza editoriale di matrice femminista e libertaria, ha completato l’edizione italiana di Living my life, autobiografia di Emma Goldman che copre un ampio arco temporale della sua vita. La libertaria russa si racconta a partire dall’infanzia a Kovno (ora Lituania) fno agli anni dell’esilio dagli Stati Uniti, che nel 1919 le revocano la cittadinanza a causa delle sue attività anti-militariste, e la deportano in Russia con molti altri naturalizzati americani oppositori del Governo. Del gruppo di deportati fa parte anche il compagno di vita Alexander Berkman, che con lei condividerà come sempre l’impegno, i progetti in terra russa e il progressivo disincanto che li porterà a scegliere di allontanarsi da quella che – quando si imbarcarono sul piroscafo che li riportò in Russia – pareva loro essere l’ultima tappa di un percorso esistenziale interamente dedicato alla realizzazione proprio di quel sogno libertario. Il quarto volume dell’opera, pubblicata in origine nel 1931 negli Stati Uniti e che dunque – purtroppo! – non dà conto degli ultimi anni della vita di Goldman ed in particolare degli incontri con oppositrici e oppositori del regime franchista, vede il proprio nucleo principale dedicato proprio agli anni trascorsi in Russia dopo la Rivoluzione. Ed è qui che possiamo cominciare a parlare di disillusione. Le cronache del tempo e la stessa autobiografia riferiscono di una Goldman entusiasta – nonostante il dolore per l’espulsione dalla sua terra di vita e militanza – di rientrare in Russia per potersi impegnare nella ricostruzione della società nella sua terra natale dopo il trionfo della Rivoluzione contro il regime zarista per cui tante energie aveva speso anche dall’America. Troviamo nelle pagine dell’autobiografia il racconto dei primi tempi di impegno, in cui sono le stesse eminenze della politica a interloquire con lei e Alexander Berkman, considerandoli eroi rivoluzionari tornati in patria. È un progressivo domandarsi, confrontarsi, provare imbarazzi via via crescenti per quello che sotto il racconto trionfale della cacciata degli Zar mostra chiari i segni di un cambiamento nella gestione della cosa pubblica che – Goldman e Berkman lo denunciano con progressiva chiarezza – non modifica gli schemi gerarchici esistenti e non è in grado di restituire benessere e dignità alle masse popolari. La Goldman approccia il proprio lavoro con l’atteggiamento di sempre: non le interessano i palazzi del potere – fin da subito intuisce che l’appropriazione dei tesori degli Zar poco ha a che vedere con il cambiamento reale delle condizioni di vita di chi non ha nulla – ma sente il bisogno di parlare con la gente ai margini, di capire se ci sia qualcosa di davvero cambiato, se i bolscevichi stiano attuando il progetto di ridistribuzione delle terre e dei beni come le premesse rivoluzionarie lasciavano intendere. Emma Goldman racconta senza filtri dei suoi viaggi nelle terre ai margini. Toccante l’incontro con i villaggi a maggioranza ebraica nel cuore della Russia, dove la paura per l’arrivo della delegazione che comprende lei e Berkman è l’occasione per ascoltare contadine e contadini che hanno subito l’ennesimo pogrom durante la Rivoluzione d’Ottobre. Questa esperienza è forse uno degli inneschi più potenti – la cultura ebraica d’appartenenza di Goldman pesa sia sull’incontro grazie alla lingua comune sia sull’orrore per quanto apprende – perché sia messa in discussione l’adesione convinta al progetto politico in atto in Russia. L’isolamento di Emma Goldman, Alexander Berkman e i compagni che via via si avvicinano loro è progressivo, pieno di dubbi ma inesorabile. E naturalmente attira l’attenzione delle autorità che relegano i due esuli “americani” in ruoli marginali (chiedono loro, per esempio, di intraprendere un viaggio per raccogliere documenti e “cimeli” per costruire un museo della Rivoluzione) e ben lontani dalla possibilità di incidere sulle scelte politiche. Goldman e Berkman resteranno comunque in Russia per un biennio. A segnare la fine della loro esperienza post-rivoluzionaria nella terra natia sarà, nel 1921, la repressione della Rivolta di Kronstadt da parte dell’Armata Rossa: conosciuti gli esiti nefasti di quell’esperienza autenticamente libertaria, lei e il compagno decidono di lasciare la Russia e, non potendo rientrare negli Stati Uniti, peregrineranno per anni in Europa in cerca di un luogo da cui riprendere la militanza. Il cerchio, per Emma, si sta chiudendo: si stabilirà per un periodo nel sud della Francia, dove grazie a una mecenate potrà dedicare un biennio alla raccolta documentale e alla stesura della sua autobiografia. È il tempo in cui gli scritti sulla sua esperienza russa cominceranno a circolare e saranno pubblicati anche negli Stati Uniti, pur in sua assenza. Ed è qui che si consuma l’ultima beffa del Potere. Il discorso di Goldman sulla Rivoluzione è molto preciso: l’Idea rivoluzionaria resta per lei intatta, nonostante la delusione personale del trovarsi al cospetto di chi, una volta preso il potere, si è fatto beffe dell’idea stessa fatta di solidarietà, condivisione, abbandono degli schemi gerarchici. È delusa, sì, perché il Potere è rimasto maiuscolo e non strumento collettivo di cambiamento. I suoi scritti, invece, saranno pubblicati con il titolo tuttora utilizzato – My disillusionment in Russia, come a dare ad intendere che il problema fosse la Rivoluzione, e non l’uso strumentale che se ne fece. Un errore che – almeno qui – cercheremo di non commettere.
Luisa Dell’Acqua
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