Il lager sotto casa. Processo per Moussa Balde, morto suicidato in CPR

C’è chi ancora crede che gli orrori appartengano al passato, che siano confinati nei libri di storia, nelle fotografie in bianco e nero dei campi nazisti, nei reticolati che tagliavano il cielo durante il genocidio armeno, oppure ancora nel lontano Stato Libero del Congo durante il genocidio causato dal re Leopoldo II del Belgio. Si sente ancora quel “Mai più” come un’eco di fantasmi nei corridoi bui dell’Europa; ironia della sorte, lo si sente da persone non così lontane da quelle che a Gaza e Cisgiordania stanno sterminando la popolazione palestinese. E poi si passa oltre. Ma l’orrore non ama il passato, è ciclico; vive dove lo si tollera, vive nel totalitarismo della solitudine. Lo si tollera a Gaza e in Sudan ma, anche nel cuore delle nostre città, l’orrore ha tante maschere: Stato, genocidio, fascismo, eserciti, carceri. O una sigla: CPR.

Non occorre più attraversare l’Europa per vedere un campo di sterminio. Basta andare a Torino, in corso Brunelleschi. Lì sorge il Centro di permanenza per il rimpatrio. Non è nascosto tra foreste lontane; non è mimetizzato nel deserto come in Libia. È in mezzo alle case, accanto alla vita ordinaria di chi va al lavoro, porta i figli a scuola, fa la spesa o va a fare una rilassante e illuminante sessione di hatha yoga. Anche i lager tedeschi non erano sempre lontani: spesso erano lì, nel tessuto urbano, tollerati, normalizzati, invisibili agli occhi di chi non voleva vedere, come il lager nazista nella risiera di San Sabba a Trieste, o come i manicomi pre-basagliani.

Nel CPR di Torino è morto suicidato Moussa Balde, il 23 maggio 2021, aveva ventitré anni, originario della Guinea. Il suo nome in arabo significa salvato dalle acque, la forma araba del nome Mosé. La sua storia è quella di un fratello che aveva speranza. Era un giovane migrante, passato attraverso il deserto violento delle istituzioni, degli aguzzini schiavisti e sopra quel mare sporco di sangue delle fortezze democratiche europee, finito in Italia con quella pazza idea rivoluzionaria di vivere. Dopo un’aggressione subita per strada, invece di protezione, supporto e amore ha trovato la reclusione. Non una condanna penale, ma una detenzione amministrativa: nove giorni di isolamento nel cosiddetto “ospedaletto” del CPR, una cella nuda, spoglia, che il garante dei detenuti descrisse come un vecchio zoo. Lì si è tolto la vita o forse se l’è ripresa.

L’11 febbraio scorso, Annalisa Spataro, l’allora direttrice del centro, è stata condannata per omicidio colposo dal tribunale di Torino, riconoscendo una responsabilità individuale. La condanna prevede un anno di carcere con pena sospesa, subordinata alla condizione che l’imputata non commetta nuovamente reati analoghi. Spataro e la società francese di gestione Gepsa S.p.A. sono stati inoltre condannati a versare ai parenti di Moussa una provvisionale di 350mila euro, come anticipo sul risarcimento che verrà stabilito in via definitiva. È stato invece assolto il medico Fulvio Pitanti, direttore sanitario della struttura.

Ma lo Stato, l’orrore, resta fuori dal banco degli imputati. È sempre così: al peggio si sacrifica un funzionario, e si salva l’istituzione. Si paga un risarcimento, si archivia la coscienza e si continua a fare democrazia col sangue e oppressione disumana.

Eppure, la questione non è la colpa di una sola direttrice o dei medici collusi dei CPR. La questione è l’esistenza stessa di questi lager, strutture dove si è rinchiusi per una “irregolarità” burocratica. Dove si rende illegale l’essere umano fuori posto. Luoghi dove la libertà è violentata in nome dell’ordine amministrativo dello Stato e della sua propaganda politica. In nome di un pezzo di carta mancante ci privano del cielo e dei sogni, ci privano di sorrisi e abbracci, di amore e di vita.

Che differenza sostanziale c’è tra un campo di ieri e uno di oggi, quando la logica è la medesima? Allora si diceva che certi uomini fossero pericolosi per la razza; oggi si dice che sono irregolari per lo Stato e pericolosi per la “pubblica sicurezza”.

Allora si costruivano reticolati per difendere la purezza; oggi si erigono i templi dello stato capitalista, muri di burocrazia per difendere la “sicurezza nazionale”. Cambiano le parole, resta l’idea violenta: esistono esseri umani che possono essere segregati perché la loro sola presenza è considerata un problema.

Qualcuno griderà allo scandalo per il paragone. Dirà che i lager nazisti furono sterminio industriale, che non si può accostare. È vero: la storia non si copia mai identica. Ma ciò che deve inquietare non è l’identità dei mezzi, bensì la parentela della mentalità. Anche i campi tedeschi nacquero come strumenti amministrativi, come misure straordinarie per categorie definite “indesiderabili”. Anche allora si cominciò con l’isolamento, con la sospensione del diritto, con la convinzione che tutto fosse giustificato dall’emergenza.

Eppure, è palese che la morte su scala industriale lo Stato la perpetua ogni giorno… femminicidi, suicidati e morti in carcere, morti abbandonati nel Mediterraneo, morti di mafia, struttura che lo Stato ha sempre coperto e favorito, morti sul lavoro… devo dirne altri? Morti per avvelenamento da inquinanti causate da fabbriche senza scrupoli che lo Stato dovrebbe regolare, cosa che si guarda bene dal fare. Parliamo di oltre 1500 persone uccise dallo Stato ogni anno. Lo Stato ci violenta, ci abusa, ci manipola, ci uccide e pensiamo ancora sia la struttura migliore per una società responsabile verso sé stessa e verso questa terra?

Oggi, mentre si piange Moussa Balde, il governo in elegante camicetta di lino nera annuncia nuove strette: più poteri, meno controlli, restrizioni persino all’uso dei telefoni nei CPR. Invece di chiudere questi luoghi, li si rafforza. Invece di riconoscere il fallimento morale e politico, si irrigidisce il sistema. È la logica di ogni potere: quando una struttura genera morte, non la si smantella; la si difende in nome dell’ordine. La morte fa paura quindi è funzionale al regime.

I CPR sono nel mezzo delle nostre città, come i campi erano nel mezzo delle città tedesche. La differenza è che oggi non si vedono le colonne di fumo, ma si sente un silenzio più sottile: quello dell’indifferenza. Ci abituiamo all’idea che qualcuno possa essere rinchiuso senza processo, senza colpa, senza prospettiva. Ci abituiamo a pensare che la libertà sia un privilegio amministrativo datoci solo se nel “bene comune”.

Da anarchico, io non posso accettare questa normalizzazione. Non posso accettare che la libertà dipenda da un documento. Non posso accettare che lo Stato, dopo aver prodotto disperazione, si assolva con una sentenza e un indennizzo. Non posso accettare che sotto casa mia o a 10000 km da qui esista un luogo dove la dignità è sospesa e dove la vita vale meno di un foglio di carta.

L’Auschwitz sotto casa” non è un’esagerazione retorica: è il rifiuto di voltare lo sguardo, è il riconoscere che ogni volta che accettiamo un CPR accettiamo il principio che la libertà può essere tolta a chi è più debole. E quando un principio simile si radica, nessuno è davvero al sicuro.

Se sentiamo ancora dolore di fronte alle torture nei CPR e nelle carceri, e questo dolore ancora ci scuote, allora cominciamo da qui: non con riforme che leniscono la coscienza, ma con la rivolta contro questi ergastoli a cielo aperto. Perché finché un’anima sarà murata viva, finché il respiro di Moussa Balde si spegnerà in una cella sorda, avremo un abisso di vergogna che ci portiamo dentro, un orrore che ci contamina col suo silenzio fino a dentro il cuore. Non possiamo tacere: il silenzio è complicità, il silenzio è morte, il silenzio è totalitarismo. Allora, battiamo, battiamo così forte su quelle porte così da poterci liberare e liberare tutti i dannati della terra, perché il “mai più” sia qualcosa di più di un’illusione ma sia davvero cancelli che si abbattono, muri che si sgretolano, frontiere che si dissolvono e Stati che scompaio. Anarchia è solidarietà.

Gabriele Cammarata

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