Si vuole trasformare le università in caserme

Il parlamento di Atene ha approvato giovedì 11 febbraio una legge di riforma del sistema educativo superiore che è stata duramente contestata nelle ultime settimane da collettivi e organizzazioni studentesche: migliaia di persone sono scese in piazza nelle città in cui hanno sede le principali università del paese.

Il provvedimento di riforma del governo greco prevede la creazione di un nuovo corpo di polizia che avrà il ruolo esclusivo del controllo delle università con il compito di presidiare e pattugliare gli atenei. Uno speciale corpo di polizia che sarà composto da circa mille agenti e dotato di armi come manganelli, taser, gas lacrimogeno. Questa è sicuramente la parte più contestata della riforma: si tratta di una misura di estrema gravità dal momento che, per la vivacità politica e sociale che anima le università in Grecia, questo nuovo corpo assume di fatto il ruolo di una polizia politica speciale. Un provvedimento che ha certamente una forte valenza simbolica considerato che, da dopo la fine della dittatura dei colonnelli nel 1974 fino a due anni fa, in base alla legge sull’asilo universitario era vietato alla polizia entrare nelle università senza l’autorizzazione del rettore e di una sorta di comitato di garanzia composto anche da studenti. Non è però solo una questione di simboli: si tratta di un concreto tentativo di militarizzare le università più combattive, insomma il governo vuole espellere la conflittualità politica e sociale dagli atenei nella speranza di sottrarre linfa vitale, oltre che spazi fisici, ai movimenti di lotta ed all’opposizione sociale. La riforma però non riguarda solo questo punto, che è stato evidenziato anche dai media internazionali: il provvedimento governativo ha una portata ben più ampia. La riforma infatti prevede:

– Irrigidimento del numero chiuso in tutti i corsi universitari e forte riduzione della quantità dei posti disponibili per l’accesso dei neodiplomati: un inasprimento della selezione che favorirà le università private il cui titolo di studio è stato solo recentemente equiparato a quello delle università pubbliche in Grecia.

– Espulsione degli studenti fuoricorso da più di due anni: anche questa misura inasprisce la selezione e costringe a seguire più stretti ritmi di studio.

– Nuovi provvedimenti disciplinari che colpiscono chi lotta nelle università, dal momento che pratiche consuete potranno ora essere sanzionate dalle autorità; divieto di partecipazione di partiti politici alle elezioni studentesche; limitazioni a scioperi, assemblee e proteste.

La riforma punta a distruggere il ruolo dell’università come luogo libero di iniziativa, confronto ed organizzazione non solo per studentesse e studenti ma anche per giovani e meno giovani non iscritti all’università, per collettivi, gruppi e partiti politici, per i movimenti di lotta; punta in definitiva a rompere il rapporto dinamico e diretto dell’università con la società, le sue contraddizioni ed i movimenti che la attraversano. In Grecia solitamente nelle università si svolgono le assemblee aperte per il lancio di mobilitazioni unitarie, si tengono festival e manifestazioni. Sicuramente è anche grazie a questo ruolo ed alla combattività del movimento studentesco che, in Grecia, ha incontrato maggiore resistenza l’applicazione di quelle politiche condivise dai governi europei con il “processo di Bologna” e che, negli ultimi venti anni, hanno portato a legare sempre di più, in tutta Europa, il sistema universitario al mercato del lavoro, con processi di parcellizzazione, precarizzazione, aziendalizzazione del settore dell’educazione.

È anche insistendo su questo “ritardo” che la ministra greca dell’educazione della cultura e della religione Niki Kerameus sostiene che l’attuale riforma punta a portare il sistema universitario greco su un piano più competitivo a livello internazionale, liberando il potenziale che sarebbe frenato da un approccio anacronistico. Come sempre dietro a questo genere di retorica si nasconde però una forte carica ideologica e proprio questa riforma vuole riportare indietro di sessant’anni il sistema di educazione superiore, rendendolo più elitario, repressivo ed isolato dalla società. In effetti, alcuni accademici che appoggiano la riforma ritengono che si tratti di una “guerra culturale”, per usare le parole di Kevin Featherstone, docente in Contemporary Greek Studies alla London School of Economics, ex membro del Consiglio Nazionale per la Ricerca e della Tecnologia della Grecia che dipende dal Ministero per l’educazione.

La risposta di piazza a questo provvedimento del governo è stata forte, con cortei e occupazioni, nonostante in questo contesto sia molto difficile organizzarsi e mobilitarsi. Anche le università greche infatti sono chiuse a causa della pandemia e, come in Italia, non solo le lezioni e gli esami si svolgono online ma sono anche inaccessibili gli spazi autogestiti, i luoghi di aggregazione e confronto interni agli atenei. Inoltre anche in Grecia ci sono forti restrizioni sulle riunioni, manifestazioni e, in generale, le situazioni di affollamento.

La componente anarchica in questo movimento è significativa: dopotutto nelle università sono presenti collettivi e gruppi anarchici e nelle manifestazioni di giovedì 11 ad Atene, Patrasso e Thessaloniki la partecipazione libertaria è stata evidente, con spezzoni anarchici consistenti nelle manifestazioni studentesche. A Patrasso lo spezzone anarchico ha raccolto circa trecento compagne e compagni in una manifestazione di oltre un migliaio di studenti. A Thessaloniki la polizia ha attaccato una manifestazione partecipata da alcune migliaia di persone cercando di bloccarla senza tuttavia riuscirvi. Ad Atene invece i manifestanti si sono riuniti di fronte al parlamento in piazza Syntagma. Ci sono stati, nelle varie manifestazioni, almeno 24 fermati dalla polizia.

Quanto sta succedendo in Grecia merita attenzione non solo perché sono in atto processi di ristrutturazione importanti in un paese in cui i movimenti di lotta ed il movimento anarchico hanno un ruolo significativo: quanto accade in Grecia ci permette di riflettere sull’accelerazione della stretta autoritaria che i governi stanno attuando approfittando della pandemia. È uno specchio per leggere anche la situazione italiana ed europea, per comprendere la pressione che in questa fase è esercitata sul settore educativo e sulle università, in particolare su come nelle scuole e negli atenei le autorità in molti paesi stiano approfittando della situazione per eliminare spazi di agibilità e di autonomia, dalle assemblee alle aule autogestite. Infine, può offrire uno spunto per riflettere sulla repressione delle generazioni più giovani esercitata in questa fase dai governi, ancora più preoccupante se rapportata all’acuirsi delle tensioni militari tra gli stati.

È chiaro che il governo Mitsotakis guidato dal partito di destra Nuova Democrazia ha voluto approfittare dell’emergenza sanitaria per far passare questo provvedimento. Senza i divieti imposti dal governo con la giustificazione della riduzione del contagio, ci sarebbero state proteste più forti. Al contempo proprio grazie alle norme eccezionali in vigore in questo periodo il governo ha avuto mano libera nell’intervenire in modo repressivo contro il movimento universitario.

La riforma, che è stata approvata nel parlamento greco con 166 voti favorevoli e 132 contrari, non nasce chiaramente oggi con la pandemia. Da una parte, alla sua base vi sono da una parte le direttive di smantellamento dell’università pubblica definite dai governi europei nel “processo di Bologna”. Dall’altra c’è la volontà di stroncare ogni forma di resistenza e di conflittualità sociale nella società greca attaccando innanzitutto quelle strutture, quegli spazi, che garantiscono agibilità ai movimenti di lotta.

Ad appena un mese dall’insediamento, ad inizio agosto 2019, il governo Mitsotakis aveva già abolito l’asilo universitario. Poche settimane dopo, nel settembre dello stesso anno, aveva avviato una violenta campagna di sgomberi delle occupazioni ad Atene, militarizzando il quartiere di Exarchia, con pestaggi, irruzioni e lanci di lacrimogeni anche dentro i bar frequentati da compagne e compagni. Ancora nel 2019, il governo aveva voluto compiere una prova di forza intorno alla data simbolica del 17 novembre: quel giorno in Grecia si celebrano le vittime della rivolta studentesca del Politecnico di Atene del 1973, repressa nel sangue con i carri armati, che segnò l’inizio della fine della dittatura dei colonnelli, caduta l’anno seguente. La giornata del 17 novembre da allora non è solo un giorno di commemorazione e celebrazione per il nuovo stato democratico greco, che sulla rivolta del Politecnico ha cercato di costruire il proprio mito fondativo: è anche una giornata in cui scendono per le strade i movimenti di lotta, i movimenti radicali e rivoluzionari, in cui spesso la polizia interviene e vi sono duri scontri. Nel novembre del 2019 proprio grazie alla cancellazione dell’asilo universitario il governo Mitsotakis militarizzò alcune università di Atene, chiudendole. Un intervento secondo le autorità necessario per impedire a gruppi estremisti di usare le università come dei rifugi per commettere atti di vandalismo e violenze. In questo senso l’orientamento del governo guidato da Nuova Democrazia era chiaro fin dal principio.

L’asilo universitario era già stato cancellato dal PASOK nel 2011, il partito socialista che ha governato la Grecia imponendo le misure di austerità richieste dalla UE e dagli organismi sovranazionali dopo la crisi del 2008; poi, sotto la pressione dei movimenti ,il diritto d’asilo era stato reintrodotto nel 2017 durante il governo Tsipras. Sta alla forza dei movimenti, dopo l’approvazione della riforma universitaria, cercare adesso di respingerne l’applicazione, creare nuovi spazi di agibilità, per aprire nuovi percorsi di liberazione.

Dario Antonelli