Back to school?

Leggo, e sento dagli organi di informazione, di un 30% di insegnanti appena che sta facendo i controlli sanitari prima di rientrare in servizio. Io penso che serva una rapida moral suasion, e un salto culturale: tra una manciata di giorni affideremo a un milione di docenti e personale scolastico i nostri figli, il bene più prezioso che abbiamo, e mi aspetto che entrino a lezione in presenza in un posto sicuro, così come lo sono le fabbriche. Se non ci sarà questo atto di responsabilità e di generosità, fondamentali per tutelare l’intero ambiente scolastico, vale dire non solo chi ci studia ma anche chi ci lavora, allora mi rivolgo al governo perché preveda, per legge, il tampone obbligatorio a tutti i professori che entrano in classe”: dixit Gianni Brugnoli, vicepresidente di Confindustria per il Capitale umano.[1]

Tralasciamo la questione delle fabbriche sicure: fa ridere persino i polli AIA prima di essere massacrati e la memoria del mese di marzo ci stordisce ancora. Andiamo invece ai numeri: solo il 30% degli insegnanti sta facendo i controlli sanitari? Numeri ricavati da quale fonte? Ci si riferisce al test sierologico pungidito, quello considerato piuttosto inattendibile, quello che moltissimi medici di base si sono rifiutati di effettuare, costringendo perciò i lavoratori della scuola a lunghe code davanti agli ambulatori delle Asl. Certo: il test “volontario” per i lavoratori della scuola, ma che genera sui giornali borghesi l’insulto immediato verso i docenti riottosi (pochi, in realtà), ma non in direzione dei medici che si sono rifiutati di effettuarlo.

Al di là del merito, l’ennesimo pretesto per screditare gli insegnanti della scuola pubblica. La ragione di questo risentimento diffuso? Per la maggior parte dei denigratori forse la conseguenza di un rapporto difficile, nei tempi che furono, con i loro insegnanti. Per i predicatori di Confindustria e per gli intellettuali di grido qualcosa di diverso: l’attacco ad una categoria che è quasi l’unica porzione residua della ex classe media che ancora non è del tutto succube delle ideologie imprenditoriali e burocratiche prodotte dai chierici al servizio della upper class contemporanea. Questo si verifica anche se i docenti non sono certo fulmini di guerra: perché siano sgraditi Lassù, spesso basta il loro “preferisco di no”.

Appare del tutto inutile, in questa sede, riassumere le vicende in corso riguardo alla cosiddetta riapertura delle scuole (che in realtà sono aperte da giugno, cioè dagli esami di Stato nelle scuole secondarie di secondo grado, già detti esami di maturità, svolti in presenza). Ci limitiamo quindi a un paio di considerazioni: una materiale ed una ideologica.

La prima considerazione riguarda la sicurezza e la prevenzione. A fronte di una sovrapproduzione normativa e di indicazioni del CTS (gli esperti) che ha sovraccaricato occhi e menti di chiunque vi si dedicasse, ci si trova in una condizione di disagio materiale di lunga data, che il Covid ha solo enfatizzato: edifici scolastici in gran parte vecchi e inadeguati, carenze di organico che rendono impossibile una didattica distesa ed efficace.

Il distanziamento necessario per prevenire i contagi è reso difficile dal fatto che non sono disponibili molte aule grandi e aerate. Sarebbe stato possibile intervenire con un piano di edilizia di emergenza fin dal mese di maggio? Forse sì: ma non si è fatto quasi nulla. Da ciò è derivata la necessità di non abbandonare del tutto la didattica a distanza (una necessità oggettiva alla quale rassegnarsi). Governo ed enti locali possono anche far finta di niente (affermando che va tutto al meglio) o possono, in altri casi, rimpallarsi le responsabilità nell’eterno sport dello scaricabarile ma il disastro dell’edilizia scolastica resta.

La questione degli organici è parimenti annosa: si prevedono quest’anno più di duecentomila supplenti, resi necessari per riempire i posti vacanti, mentre l’organico non è stato accresciuto in modo adeguato (vedi i cinquantamila avventizi e licenziabili in caso di lockdown). I nuovi docenti a tempo indeterminato tratti dalle graduatorie esistenti (se ne troveranno al massimo trentamila) non sono docenti in più, bensì con contratto trasformato. Allora perché non assumere rapidamente tutti i precari che abbiano un certo numero di anni di servizio? Non si può, disse la ministra, dimenticando che la Costituzione afferma la necessità di concorsi pubblici per l’occupazione di posti al servizio dello Stato ma non esclude che alcuni concorsi siano effettuati solo per titoli. Infine: le prove d’esame per i due concorsi attesi dai precari si potranno davvero svolgere in questo autunno? In ogni caso troppo tardi.

Dal disastro materiale deriva, si diceva, la necessità di proseguire con la DaD (la didattica a distanza): ciò ad integrazione delle attività in aula nelle scuole secondarie di secondo grado e per tutte le scuole in caso di nuovo lockdown. Qui entra in gioco l’ideologia, che fa schierare i colti ed i meno colti su fronti opposti.

Su questo tema sembra a volte prevalere una sorta di sentimentalismo pedagogico: l’esaltazione dei rapporti faccia a faccia, lo scambio emotivo tra docente e discenti ed altre cose simili. Non si vuole qui negare l’utilità di relazioni calde (anche se a volte un certo raffreddamento non farebbe male); tuttavia sembra che anche i pedagoghi più avanzati siano spesso fermi ad un approccio educativo che si colloca tra il sano scapaccione salesiano e la lode montessoriana del bambino angelicato.

Ai sostenitori della necessità inderogabile del rapporto pedagogico diretto, si aggiungono, nel deprecare la DaD, alcuni quasi-complottisti. Si tratta di persone, anche molto colte, che da reti e social denunciano il complotto delle reti e dei social, che si starebbero impadronendo di tutti i processi educativi, condizionando in tal modo le menti dei discenti e violando la privacy di tutti. La dittatura delle piattaforme al servizio della dittatura sanitaria? Boh?

Non si nega qui l’utilità pedagogica del gioco delle emozioni e dei rapporti umani in diretta, in 3D ed in sincrono, all’interno di quegli edifici, incrocio tra ospedali e caserme, che chiamiamo scuole. Qui si vuol solo dire che non tutta la DaD viene necessariamente per nuocere e che alcuni problemi sono solo tecnici e di gestione.

Non vorremmo assistere, anche in questo campo, ad una sorta di regressione nostalgica ad una età dell’oro che non è mai esistita: un primitivismo pedagogico che davvero non ci manca. Del resto è una storia che si ripete. Immaginiamo la paura che deve aver conquistato gli aedi nel momento in cui si diffuse la nuova tecnologia della scrittura: una cosa fredda, composta da macchioline su supporti materiali, che separa le persone, visto che ognuno può leggere tranquillamente a casa sua, da solo, senza stare in comunità e senza alcuna mediazione.

Per superare l’impasse materiale ed ideologica potremmo anche fantasticare: sarebbe bellissimo insegnare in modo attivo e partecipativo nel Bosco, radunando gli allievi sotto il Vecchio Olmo. Temo però che sarebbe difficile trovare Boschi e Vecchi Olmi facilmente raggiungibili da circa 8,5 milioni di studenti delle scuole italiane. Tuttavia si può concludere con una nota ottimistica: nell’urgenza si è capito che le decisioni governative accentrate sono spesso inefficaci ed inefficienti. Possiamo affermare infatti che quanto di decente è stato fatto per riorganizzare la scuola, in questa situazione particolare, è stato deciso e prodotto nei singoli Istituti, sfruttando i margini legali di autonomia: un esempio interessante per chi anela all’autogoverno delle piccole comunità in una prospettiva federalista.

Dello Stato di Eccezione di Schmitt-Agamben è meglio tacere; possiamo però dire che persino nello stato di emergenza sembrano più efficaci ed efficienti le piccole comunità autogestite.

Dom Argiropulo di Zab

NOTE

[1] Il Sole 24 Ore, 03-09-2020.