Il virus e Bobo Merenda

Bobo Merenda viveva in una società produttiva e pacifica. Un giorno arrivò un virus terribile e tutto cambiò. Era un virus assassino, che si prendeva dandosi la mano, lavorando fianco a fianco, prendendo un caffè insieme, viaggiando in tram. Quindi uccideva tutti, non solo i poveri ma anche i ricchi. Così il primo ministro prese una decisione drastica, inaudita: “Fermiamo tutto. Smettiamo di lavorare e stiamo ognuno a casa sua” e, nel motivare questa decisione, disse una parola che colpì Bobo, perché non l’aveva mai sentita dire prima, se non quando c’erano dei terremoti: “Solidarietà”.

La gente prese il primo ministro in parola e cominciò a stare a casa e praticare la solidarietà. Non solo la praticava ma la manifestava anche, nei modi in cui era capace e che gli avevano insegnato, sventolando una bandiera, affacciandosi al balcone, applaudendo. Bobo aveva in casa solo la bandiera dell’Inter e sventolò quella.

Passarono così le settimane, i mesi. La televisione invitava a tenere duro, tutti parlavano di grande sacrificio e un po’ sacrificio lo era, perché non si poteva uscire. In fondo però, anche se nessuno lo diceva, a Bobo sembrava che la gente non stesse troppo male. Lui almeno non stava male. Tanto per cominciare, non si doveva lavorare. Si aveva tempo per fare altre cose, gli hobby, fare da mangiare, le cose per cui di solito non c’era mai tempo. Anche se la gente stava in casa tutto il tempo, la violenza domestica era diminuita. Il crimine era diminuito. L’aria delle città era più pulita e anche i fiumi cominciavano a riprendere un colore azzurro.

Quello che sorprendeva Bobo era che la società andava avanti lo stesso. Da mangiare non mancava, perché la produzione alimentare non si era fermata ma per quella bastavano in pochi. Stando a casa non si lavorava ma si consumava anche poco. Si produceva quello che serviva e quello che non serviva non si produceva. Le compagnie aeree erano ferme ma nessuno doveva volare, quindi era tutto a posto. Anche quelli che lavoravano non si lamentavano di essere i soli a dover lavorare per tutti. Anzi, erano contenti. Per la prima volta in vita loro si sentivano utili, sentivano di lavorare per il bene della gente e sentivano che la gente gli era riconoscente.

L’unico problema era quello della gente che moriva, a centinaia al giorno. A Bobo dispiaceva soprattutto per i vecchietti, che erano quelli che morivano di più. Morivano come mosche negli ospizi dove li avevano parcheggiati, oppure lasciati soli in un letto d’ospedale senza nessuno che desse loro conforto. Era per loro, più di tutti, che Bobo seguiva la raccomandazione del primo ministro alla solidarietà.

Anche in televisione intervistavano un sacco di gente preoccupata. I più preoccupati erano i ricchi, gli industriali. Parlavano di tragedia. Però non si riferivano ai vecchietti, si riferivano al PIL. Bobo imparò che significava “prodotto interno lordo” ma ne sapeva quanto prima. Si lamentavano che si consumava poco, dicevano: “Quest’anno saranno bruciati 84 miliardi di euro di consumi”. Bobo non capiva, per lui i soldi si bruciavano quando li si sputtanava in cose che non servono, non quando si consumava poco.

Comunque sia, doveva essere veramente una tragedia, perché un giorno, anche se la gente continuava a morire, il primo ministro tornò in televisione e disse che nel giro di due settimane si ricominciava a uscire e lavorare. Bisognava assolutamente tornare a produrre di più e consumare di più. Disse anche in tono rassicurante: “Prenderemo dei rischi calcolati”. Subito Bobo non ci badò ma, dopo, si rese conto che il primo ministro non stava parlando di calare un carico a briscola o di investire in borsa, parlava bensì di vite umane.

Bobo aveva bevuto due bicchieri di lambrusco e mentre si spogliava per andare a letto cominciarono a ronzargli in testa immagini di ingegneri edili e costruttori di ponti che andavano in televisione a dire sghignazzando: “Prenderemo dei rischi calcolati”. Si coricò e prese in mano il libro che aveva preso in prestito in biblioteca prima che arrivasse il virus e che non aveva ancora iniziato a leggere. Il libro cominciava con una poesia che diceva: “Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no”. Le palpebre cominciarono a scendergli. Bobo Merenda si addormentò quando arrivò al verso che diceva: “Meditate che questo è stato”.

Davide Turcato